AL KANTARA – DICEMBRE 2017
Mostafa El Ayoubi

Il Libano è entrato nel mirino della macchina da guerra saudita. Parliamo dell’unico paese arabo a vantare una consolidata cultura politica, anche se con alti e bassi e con molti limiti, e che non è stato sotto alcuna dittatura interna dopo l’indipendenza del 1936.

L’inverosimile faccenda Hariri, che ha sconvolto i libanesi, ne è la prova certa. Un caso geopolitico che potrebbe diventare oggetto di studio. Il capo del governo libanese Saad Hariri, durante una visita (non programmata) a Riyad, il 4 novembre scorso, è stato messo in regime di residenza sorvegliata (liberato il 18, si è recato a Parigi) e costretto dal governo saudita a dare le dimissioni con un messaggio televisivo. Il motivo delle dimissioni è legato, a suo dire, all’ingerenza politica dell’Iran in Libano attraverso il movimento di Hezbollah.

Hariri, che dispone anche della nazionalità saudita per un legame di sangue con la famiglia reale allargata, è una specie di luogotenente dei sauditi nel paese dei cedri. Il suo movimento politico, 14 Marzo, è sostenuto e finanziato dai sauditi, ai quali risponde prontamente ogni volta che viene interpellato. Hariri e la sua corrente hanno rotto i rapporti con Damasco, come imponeva Riyad, e hanno sostenuto la guerra per procura contro la Siria progettata da Washington (con il sostegno di Londra e Parigi) e messa in atto dai sauditi insieme ai turchi e ai qatarini con l’obiettivo di far fuori al Assad, solido alleato dell’Iran.

Quest’ultimo è l’obiettivo da colpire, per arginare la sua crescente influenza geopolitica nel Medio Oriente. Il progetto del regime change in Siria è ormai fallito grazie anche al sostegno diplomatico e militare degli iraniani, chiamati in soccorso da Damasco. Va ricordato che il mutuo soccorso militare tra stati è sancito dal diritto internazionale; e che invece la presenza di forze militari straniere in un paese senza il suo consenso è una palese violazione del diritto medesimo. I sauditi erano presenti in Siria nelle file delle milizie jihadiste e gli americani, loro manovratori, oggi sono militarmente presenti a Raqqa, liberata dall’occupazione del Daesh grazie alle milizie curde.

Di recente il ministro saudita degli affari nel Golfo si è recato in questa città siriana per incontrare il capo del contingente militare Usa operativo in loco. Si tratta di fatto di un’occupazione del suolo siriano. I sauditi accetterebbero che un ministro siriano andasse in visita senza permesso in una loro città? E che un loro sovrano venisse preso in ostaggio dal Libano? No, sicuramente!

L’ossessione dell’Arabia Saudita (di cui soffre anche l’establishment israeliano) di voler isolare e indebolire l’Iran la sta portando a una sconfitta dopo l’atra. E dalla faccenda Hariri ne esce umiliata.

Resta una domanda da chiarire: perché Hariri non si è dimesso direttamente da Beirut, eseguendo gli ordini di Riyad? Il principe ereditario saudita Mohammed ben Salman, pupillo di Trump, lo ha convocato probabilmente per intimidirlo mentre epurava i clan rivali della famiglia, tra cui quello dell’ex re Abdullah di cui Hariri fa parte. Come se non bastasse lo scontro con l’Iran, ben Salman ha aperto un insidioso fronte interno che potrebbe rivelarsi un boomerang per l’oligarchia dei Saud.

Parigi
Saad Hariri, il 18 novembre, è stato ricevuto a Parigi dal presidente Macron. In Libano vivono 1,4 milioni di profughi siriani: una destabilizzazione del paese creerebbe seri problemi a un’Europa sempre più ansiosa di fronte ai rifugiati.