Atteso a Mosca e a Kyiv il presidente dell’Ua Macky Sall
L’Unione africana si mette in gioco per la pace tra Russia e Ucraìna
Gli effetti del conflitto si stanno sentendo pesantemente anche in Africa, a partire dal blocco delle esportazioni di cereali e dall’esplosione dei prezzi dei beni di prima necessità. Un compito di mediazione non facile quello del presidente senegalese, visti i numerosi interessi russi nel continente
02 Giugno 2022
Articolo di Antonella Sinopoli
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Macky Sall con Vladimir Putin

Bisogna fermare la guerra e farlo al più presto poiché a pagarne le conseguenze saranno (e già sta accadendo) le popolazioni più povere.

È tutta l’Africa che sta risentendo fortemente del blocco delle esportazioni dei cereali. E così, sapendo che non c’è tempo, e con la volontà di farsi portavoce degli africani, senza lasciare che sia l’Occidente a farlo, Macky Sall – presidente del Senegal e attuale presidente dell’Unione africana –  ha annunciato la sua visita a Mosca che dovrebbe cominciare il 3 giugno.

Si recherà, però, anche a Kyiv – hanno fatto sapere fonti dell’Ua – per sottolineare l’equidistanza e il non allineamento che l’Africa vuole tenere in questo conflitto. Non è improbabile che l’Unione africana possa emergere come l’arbitrio neutrale di questo conflitto. In ogni caso una voce forte e preoccupata.

Il peggio deve venire

È stato lo stesso Sall a sottolineare durante l’ultimo incontro (in videoconferenza) con i leader dell’Unione europea che «il peggio deve forse ancora venire». «La Russia sta usando il cibo come arma di guerra» diceva Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, in quello stesso incontro.

La situazione, insomma, può diventare davvero drammatica. Non dimentichiamo che, prima della guerra, l’Africa importava il 44% del grano dall’Ucraina e dalla Russia. Milioni di persone, dunque, sono a rischio fame. Una crisi che potrebbe portare a disordini politici, come già avvenuto in passato, e che si andrebbe ad aggiungere a quelle interne – terrorismo e instabilità – che stanno da tempo interessando alcuni paesi africani. Primi fra tutti quelli del Sahel.

Macky Sall, in questo suo viaggio diplomatico, sarà accompagnato da Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione africana. Il presidente dell’Ua ha spesso sottolineato la posizione del continente africano nel conflitto: una posizione che si vuole neutrale anche se – a dire il vero – la presenza russa, soprattutto in alcuni paesi africani, ha un grosso peso, sia dal punto di vista economico sia della sicurezza e della stabilità interna. Non dimentichiamo l’ormai già storica risoluzione sulla condanna dell’aggressione della Russai in Ucraina, lo scorso 2 marzo. In quell’occasione 28 dei 54 paesi africani votarono a favore, uno (l’Eritrea) contro, 17 si sono astenuti e 8 non hanno partecipato al voto.

Legami storici

Le ragioni sono molte: dai legami storici – il sostegno dell’allora Urss alle lotte di liberazione dal colonialismo – a interessi personali di tipo politico-economico. Eppure, anche chi all’Onu ha espresso un voto diverso dalla stragrande maggioranza afferma di averlo fatto per non chiudere le porte al dialogo e, anche, per quel famoso principio di neutralità a cui i leader africani tengono molto. Non dimentichiamo che tutti i paesi fanno parte (tranne il Sud Sudan e il Sahara Occidentale) del NAM (Non-Alignment Movement). E in tutti questi mesi di guerra il presidente della Ua ha continuato a ripetere: «Non vogliamo essere allineati in questo conflitto». E ancora: «Anche se condanniamo l’invasione stiamo lavorando per una attenuazione del conflitto, per un cessate il fuoco, per il dialogo. Questa è la posizione dell’Unione africana».

Ovviamente la domanda che si pongono molti osservatori critici è se davvero tutti i paesi africani possano essere genuinamente neutrali visti gli interessi in gioco. C’è chi fa notare, facendo riferimento proprio al Senegal, per esempio, l’affare di 400 milioni di dollari che ha come protagonista la compagnia petrolifera russa Lukoil e a cui il governo senegalese avrebbe dato autorizzazione.

Oppure lo sfruttamento di miniere controllate dai russi in paesi come l’Angola, il Sudan, la Guinea, la Namibia. O anche il coinvolgimento (pericoloso e violento) di forze mercenarie che pare siano connesse a Putin – parliamo della compagnia Wagner – che stanno “aiutando” regimi militari e autoritari (vedi Sudan e Repubblica Centrafricana) a tenere il potere.

L’Africa vuole essere della partita

Certo è che l’Africa è campo di progetti (e sfruttamento) che portano i colori di tantissime bandiere, comprese quelle europee, non certo solo quella russa. Ecco perché oggi i leader africani vogliono mettersi in gioco. Sanno bene che su questa guerra si gioca anche il futuro delle loro popolazioni e non possono far finta di essere soddisfatti del modo in cui si sta affrontando non solo la guerra, ma un’emergenza che rischia di impattare sui cittadini continentali in modo ancora peggiore di quanto stia già avvenendo.

Le relazioni tra l’Unione africana e la Russia sono cambiate già da tempo. Il summit russo-africano di Sochi del 2019 ne aveva già dato la misura. Un summit pieno di contenuti che ha reso chiaro l’approccio di Putin al continente: quello di un rapporto di interessi certo, ma dove gioca soprattutto la carta della non-colonizzazione, la stessa che anche i leader africani vogliono giocare.

Ciò che emerse dal summit fu una dichiarazione di partnership e cooperazione, un approccio apprezzato dai leader africani. E di mutuo avanzamento si era parlato nell’incontro dello scorso anno. La guerra era ancora lontana. Sarà da vedere se Macky Sall, in rappresentanza dell’Unione africana, riuscirà a incontrare sia Putin sia Zelensky e se questa voce – lontana dal coro – aprirà un varco al dialogo.

 

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