Ilo Steffenoni, studente veronese di 16 anni, ha trascorso una settimana in Palestina con l’associazione Fiori di Pace in occasione della Marcia in Medioriente. A Nigrizia ha inviato il suo diario con resoconti e riflessioni sull’esperienza.

“Scrivo questo diario dalla Palestina e da Israele, dove mi troverò per sette giorni, in occasione della Settimana per la Pace in Medioriente. Sette giorni per vedere ed essere testimone. Sette giorni in cui cercheremo di costruire, o meglio di farci promotori di una pace partendo dal basso, parlando e mostrandoci il più possibile “vicini” alle persone che qui lottano per averla.”

 


7° giorno

Domani parto, oggi è l’ultimo giorno di questa mia esperienza in Israele-Palestina. È strano, sembra di essere qui da mesi invece che da “solo” una settimana.

Oggi abbiamo fatto un resoconto della settimana, e visitato Gerico.

Continuano per tutta la giornata a tornarmi in mente dei piccoli flash di Gaza. In particolare una ragazza, Nasha. Vive in una baracca fatta di macerie e lamiere, ed è bellissima. Rappresenta per me la bellezza di Gaza, immersa in una distruzione e una desolazione infinita. Ma rimane comunque bellissima. Quasi irreale, come gli enormi fiori rossi che ogni tanto spuntano da una distesa di pietre. La vita che spunta dalla morte.

Tornare alla mia routine a Verona non sarà facile.

A Betlemme ho visto un murales, uno dei tanti che sono stati fatti sul muro forse per renderlo meno oppressivo e “freddo”. Riassume il senso per cui sono qua, il senso per cui più di 400 italiani sono andati in Palestina.

È una colomba, cioè la pace, minacciata da un fucile che ha il mirino puntato sul suo petto. Rappresenta la pace che è ormai praticamente sconfitta. Ma a questa colomba è stato disegnato un giubbotto antiproiettile. C’è ancora speranza.

 

6° giorno

Quasi due ore di checkpoint per entrare a Gaza. Sono partito con un po’ di timore, ma soprattutto con una grande voglia di vedere con i miei occhi cosa vuol dire vivere là, perché fino ad oggi io avevo solamente sentito storie.

È stata un’esperienza forte. Tutto quello che ho visto è difficile da digerire, perché là è il “nulla”. Solo macerie. Macerie e rassegnazione, e chi non è rassegnato è carico di rabbia.

Ho visto una distruzione che è totale e ho visto le fondamenta di un palazzo che prima di essere fatto esplodere era stato riempito di 40 civili palestinesi. Ho visto che cosa significa la guerra

Quello che ho visto mi ha cambiato. Sento il bisogno di tornarci, perché è una regione in cui nel buio più totale ogni tanto spunta uno spiraglio di luce. Una luce forte, che potrà espandersi in futuro, ma bisogna aiutarla.

Non posso dimenticare tre ragazzi della mia età con cui ho parlato nel luogo che una volta era un quartiere, e che adesso è una distesa di macerie. Due sono rassegnati, ma uno no. Le sue parole sono cariche di rabbia e di dolore, e finché mi racconta di come la sua casa sia stata distrutta da un missile, io mi rendo conto di una cosa: che se io fossi stato un israeliano, mi avrebbe ucciso.

Lui è nato nella guerra, è cresciuto nella guerra, comprende solo la guerra e morirà nella guerra. Perché chi nasce a Gaza non ci potrà mai uscire, morirà a Gaza. Perché si trova in una enorme prigione a cielo aperto. Si trova in prigione nella sua terra.

 

5° giorno

La giornata è iniziata con la visita ad un altro campo profughi, Shu’Fat, vicino a Gerusalemme. La situazione lì è insostenibile, Israele ha chiuso l’acqua e impedisce ai camion carichi di spazzatura di uscire.

La conseguenza di tutto ciò è la miseria. Miseria e diossina. Ci sono quasi in tutte le vie del campo mucchi di pattumiera che brucia, e l’aria è nauseabonda. Irrespirabile.

Ad un certo punto un bambino è venuto da me, avrà avuto 8 anni. Voleva solo “battermi il 5” e conoscermi, mi ha sconvolto. La sua mano era gonfia e piena di cicatrici, aveva tagli recenti lungo tutta la mano e il braccio. Forse è caduto sul filo spinato.

Qui la tensione è alta, il coinvolgimento emotivo sale, e una mia compagna di viaggio ha pianto tutto il giorno.

Poi verso sera torniamo al dialogo di pace. Robi Damelin e Ali Abu Awwab parlano insieme. Lei è israeliana, e suo figlio è stato ucciso dalla “resistenza”, lui è palestinese, e suo fratello è stato ucciso da un militare israeliano ad un checkpoint. Entrambi vogliono la fine di questo conflitto.

Forse è perché sono uniti da un così grande dolore comune, ma la forza che hanno insieme ci ha dato speranza. La speranza che il dialogo tra i due popoli possa portare la pace.

 

4° giorno

Oggi è stato il giorno dell’Europa, e abbiamo assistito ad una conferenza a Gerusalemme ovest, con ospiti da Italia, Francia e Spagna.

L’idea che ne è emersa è la necessità dell’Europa di fare concretamente qualcosa per la pace in Medioriente. Pechè finora ci sono state solo parole. Nulla di più.

È proprio questo ciò che mi ha colpito, perchè ho percepito come ci sia una grandissima voglia di fare oltre che di dire. Come vada crescendo una maggiore consapevolezza del ruolo dell’Europa, che potrebbe anche essere risolutivo per il conflitto.

E riguardo a questo continua ad ossessionarmi un momento che ho vissuto qui: la conversazione che ho avuto nel campo profughi con un vecchio. Mi ero allontanato un attimo dal gruppo e ho iniziato a parlarci. Era seduto su di una sedia, e sdentato. Parlava molto poco inglese, ma è riucito a farsi capire. Mi ha preso la mano con una forza che non mi sarei mai aspettato, me la stringeva e ripeteva “you are incredible”, “you are incredible”. Poi mi ha spiegato. Secondo lui ero incredibile perchè sono italiano, è convinto che noi venendo lì avremmo aiutato a ritrovare la pace. Lui crede in noi europei, sa che abbiamo le possibilità di aiutarlo. Spero proprio di non deluderlo.

 

3° giorno

Oggi sveglia alle 6.00 e partenza per l’alta Galilea. Dobbiamo raggiungere i ragazzi israeliani a Misgav (Sacnin).

Ci arriviamo con 2 ore di ritardo, a causa della protesta di alcuni autisti dei pullman e dei checkpoint. Qua tutto questo è normale, questa è la loro normalità.

Comunque, arrivati, iniziamo il dialogo con questi ragazzi. Studiano ad Hand And Hand, l’unica scuola che raccoglie insieme studenti arabi israeliani e ebrei. L’unica scuola che cerca di unire queste due culture che compongono lo stato di Israele.

Mandare i propri figli a questa scuola è una scelta basata sul fatto di credere nella pace e nella convivenza, ed è proprio questa l’idea che esprimono questi ragazzi.

Poi abbiamo mangiato tutti insieme nel vicino Kibbutz, dove la conversazione si è approfondita specialmente con una ragazza. Crede nella pace, ma non vede l’ora di iniziare la leva obbligatoria. Ha addirittura deciso di fare 5 anni invece dei 2-3 previsti per lei.

Dice anche che forse non andrà all’università per fare la carriera militare. Lo motiva dicendo che sarà divertente, ma forse non sa a cosa va realmente incontro. Forse il suo spirito nazionalista è troppo forte. E intanto parla di pace, per ora.

 

2° giorno

Oggi siamo partiti alla volta di Gerusalemme est, dove abbiamo incontrato i ragazzi palestinesi.

Il primo checkpoint è stato breve ma intenso. Passare lungo ringhiere strette, con militari che camminano sopra la tua testa, e oltrepassare porte metalliche solamente quando scatta la luce verde, non è facile. Ti senti impotente e improvvisamente quella porta è difficile da spingere, perché la avverti pesantissima. Avverti tutto il peso dell’oppressione che rappresenta.

Malgrado tutto siamo arrivati in città, dove in mercati immensi si alternano negozi di spezie, vestiti e militari israeliani armati, che semplicemente stanno lì, fermi, a controllare. Vietato fotografarli.

Raggiunta la sede degli afro-palestinesi abbiamo conosciuto ragazzi della mia età, 16-17 anni, aperti al dialogo. Credono nella pace, e sono disposti ad incontrare per parlarci anche “il loro nemico”, Israele. Sono tutti giovani, ma maturati in fretta.

Infine, quasi alla fine della giornata, siamo stati ad Aida, da 61 anni campo profughi a Betlemme. Qui le persone vivono in una povertà assoluta, circondati da sporcizia e macerie. Ci sono bambini dappertutto, con uno sguardo felice che nasconde però un’infanzia rubata. Rubata da un muro che ci dicono “non solo separa le nostre terre, ma ci separa anche dai nostri sogni”. Ed è proprio su questo muro che ho conosciuto un bambino, che si mostra sempre solo di spalle. Si chiama Handalà ed è un fumetto. Il suo autore ha detto che solo quando ci sarà pace lo raffigurerà di fronte. Peccato che l’autore sia morto assassinato a Londra, e Handalà non si girerà mai. Sembra avere perso la speranza, come tutti i bambini di questo campo.

 

1° giorno

Siamo atterrati a Tel Aviv alle 14.40 e da domani iniziamo gli incontri con i ragazzi palestinesi e israeliani.

Oggi siamo stati a Betlemme, dove alloggiamo, per la presentazione del progetto europeo “Time For Our Responsibilities”, nato dall’appello di Barack Obama ai popoli arabi e europei di prendersi le proprie responsabilità riguardo alla situazione in Medioriente.

Betlemme è una città strana, piena di incongruenze. Si trovano l’uno di fianco all’altro locali stereotipati della cultura occidentale e mucchi di pattumiera in fiamme. Ricchezza a fianco di povertà assoluta.

Poi cosa che ci lascia perplessi è senza dubbio il muro che sta costruendo Israele e che circonda tre quarti della città. È un muro inquietante, alto 8 metri. Ed è incredibile come noi, abituati a vivere nella libertà, non riusciamo proprio a concepirlo.Solamente quando ci si trova letteralmente sotto di esso, quando la sua imponenza e la sua freddezza ti sovrastano e ti separano di netto da tutto il resto. Ci si sente quasi soffocare, in prigione.