1.185 persone che, in un giorno solo, quello dell’11 novembre, arrivano in canoa dalla Francia al Regno Unito. Superando il record degli 853 arrivati, nello stesso modo, a inizio mese. Tanto è bastato alla Decathlon per decidere di non vendere più kayak nei punti vendita di Calais e Grande-Synthe, località del nord della Francia, affacciate sul Canale della Manica. La prima più famosa della seconda, essendo stata, tra il 2015 e il 2016, alla ribalta sui giornali con il nome di “giungla”, luogo in cui si erano accampati oltre 9mila migranti, poi sgomberati nell’ottobre del 2016.

Ma nessuno sgombero ha mai evitato che le persone migranti intenzionate a varcare la frontiera, proprio in quel braccio di mare che divide i due paesi, continuassero a provare e riprovare la traversata o smettessero di accamparsi proprio lì, in quel fazzoletto di terra.

Un fazzoletto di terra tornato alle cronache per i nuovi sgombri e violenze denunciate dalle ong francesi e un digiuno, iniziato l’11 di ottobre e finito il 5 di novembre, nella chiesa di Saint Pierre. Portato avanti dal gesuita 72enne, Philippe Demeestère del Secour Catholique, e da due militanti trentenni, Anais Vogel e Ludovic Holbein, che volevano in questo modo non solo protestare ma dare luce a una serie di vessazioni che ogni notte accompagnano le genti migranti che si accampano a Calais.

Distruzioni di tende e baracche allestite come riparo da famiglie siriane e afghane, accampate per cercare di attraversare la Manica e raggiungere pezzi di famiglie, figure amiche, che aspettano al di là del mare.

Nonostante le continue richieste affinché si crei un luogo provvisorio di riparo e accoglienza in questa zona di passaggio francese, la sindaca di Calais, Natacha Bouchart, continua a dirsi contraria. La prima cittadina non è smossa dall’evidenza del massiccio numero di persone accampate ogni notte, fino a 1.500. Né dai dati diffusi dal governo britannico che raccontano di 22mila migranti sbarcati da inizio anno. 8.400 in più rispetto al 2020.

Secondo un reportage del The Guardian, cui si deve la diffusione della notizia della cessazione delle vendite delle canoe da parte del colosso sportivo francese, dietro questa decisione vi è la necessità di tutelare le vite di chi utilizza i kayak per la traversata. Lo scorso 12 novembre infatti, tre migranti partiti con queste piccole imbarcazioni sono risultati dispersi. Da qui la decisione di vendere canoe e pagaie solo online, non nei negozi. Anche se, come denuncia The Times, per tentare la traversata “bande criminali albanesi” vendono ai migranti anche tavole da surf.

Da parte inglese vi è l’accusa che la Francia non si stia impegnando abbastanza nel fermare i migranti che, una volta passata la Manica e approdati nel Regno Unito, non possono più essere restituiti all’Europa. Con la Brexit infatti è saltato il Trattato di Berlino.

L’area del tunnel sotto la Manica in realtà è diventato un bunker di controlli che vanno dai sensori alle guardie e ai cani. Così è iniziata la battaglia dei numeri. I francesi diffondono le cifre che riguardano i loro pattugliamenti: da gennaio a fine ottobre sarebbero 1.008 gli eventi che hanno visto coinvolte 24.655 persone migranti, 5.713 quelle salvate dai naufragi. E reclamano i finanziamenti promessi dai britannici per il controllo delle frontiere.

Il tema è assai caldo per la Francia che si avvia alle elezioni presidenziali la prossima primavera e che, secondo il sondaggio pubblicato da BfmTv, vede i francesi preoccupati per il tema dell’immigrazione. Dopo il potere d’acquisto (che riguarda il 18% del campione intervistato) l’angoscia che li invade, vede infatti al secondo posto i migranti (13%).

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