È una sorta di riconoscimento di cittadinanza, la possibilità di iscriversi a un sindacato, poter scegliere un rappresentante, essere eletto ed eleggere. Quella tessera di rivendicazione di diritti e di richiesta di rappresentanza finisce per assumere il valore di una cittadinanza altrimenti preclusa per legge. Anche se si è residenti qui da oltre dieci anni.

L’iscrizione di oltre un milione di stranieri ai sindacati Cgil, Cisl e Uil conferma che la popolazione migrante è una presenza strutturale in Italia. Oggi, è straniero l’8,3% del totale degli iscritti ai sindacati. Un numero che rappresenta il 14% dei lavoratori attivi all’interno delle tre sigle.

E le iscrizioni continuano a ad aumentare nonostante le oggettive difficoltà di intercettare una variegata classe lavoratrice occupata in quelle categorie di per sé poco sindacalizzate: il lavoro di cura familiare e domestico, i piccoli cantieri, il commercio a dettaglio, le professioni della gig economy (un non acronimo che racchiude tutti quei lavori sottopagati, precari, a chiamata, irregolari e senza contratto). Per questo, si sono dovute inventare nuove modalità di contatto.

Una fra tante, raccontata nel IX Rapporto Migranti e sindacato, è quella del “sindacato di strada” che vede sindacaliste e sindacalisti raggiungere i braccianti nei campi dove lavorano, con camper e furgoncini per spiegare i loro diritti. Una modalità che sarebbe di certo piaciuta a Giuseppe Di Vittorio che tanto si spese per i diritti e la sindacalizzazione della manodopera migrante delle campagne della Puglia.

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