Benedetto XVI in Africa
L’editoriale di aprile.
Naturalmente Nigrizia non aveva scelta. Per guardare al viaggio del Papa in Camerun e Angola, dal 17 al 23 marzo, s’è messa gli occhiali dell’Africa.Dell’Africa che ha accolto trionfalmente e con immensa simpatia il bianco pellegrino di Roma, venuto a salutare quei figli dalla pelle nera, forse un po’ troppo rumorosi per la sua sensibilità di studioso, ma non per questo meno degni della sua sollecitudine di padre. Questi figli, che sono anche suoi fratelli, gli hanno conquistato il cuore. Ne siamo certi.

Non ha potuto non infastidirci tutto quel baccano mediatico di giornali, televisioni e cancellerie occidentali che del primo viaggio africano di Benedetto XVI hanno rischiato di ritenere solo la sua uscita sul preservativo, giungendo ad affibbiargli la qualifica di «irresponsabile» e l’accusa di voler la… morte degli africani, ma dimenticando che il Papa non ha fatto che ripetere la posizione classica della chiesa. A chi, come noi, in Africa è vissuto, viene spontaneo “schierarsi” con il vescovo di Roma, quando, in vista del contenimento e del superamento della pandemia, invita a percorrere il difficile cammino dell’educazione a un esercizio diverso della sessualità.

E pensiamo che con lui si “schiererebbero” — se richiesti — gli africani stessi, come pure molti dei loro governi e delle organizzazioni civili più attive del continente. Che Benedetto XVI insista nell’indicare un “ideale” verso cui tendere non sorprende nessuno in Africa. Poi, ci pensano le conferenze episcopali, le comunità cristiane e i loro responsabili a “schierarsi” con la gente, a contestualizzare quell’ideale — irraggiungibile, ma verso cui si tende sempre —, a suggerire il da farsi, ricordando che, in caso di conflitto di doveri, l’ultima parola spetta alla coscienza personale.

Ma il Papa è andato in Africa innanzitutto per consegnare ai vescovi l’Instrumentum laboris del 2° Sinodo africano (Roma, 5 -25 ottobre) e per annunciare un Vangelo di riconciliazione, di pace e di giustizia. Le centinaia di migliaia di camerunesi e angolani che l’hanno accolto e ascoltato, l’hanno udito spaziare sui più svariati temi. Temi a loro cari, che concernono direttamente la loro vita e che vorrebbero più frequentemente discussi in molte sedi internazionali.
L’Instrumentum proposto dal Papa agli episcopati africani — e i cui contenuti egli ha sminuzzato nelle omelie e nei discorsi tenuti nei due paesi visitati — presenta un adeguato spaccato del continente e della sua chiesa. Enumera «i problemi e le fragilità della situazione attuale dei paesi africani». L’elenco è senza fine: si va dalle guerre ai conflitti etnici, dagli interessi egoistici dei politici al disprezzo per il bene comune, dalla mancanza di senso dello stato alla negazione della democrazia, dai diritti umani non rispettati alla crescente disoccupazione (soprattutto tra i giovani), dalla povertà generalizzata all’inarrestabile esodo rurale, dai salari di miseria alle risorse naturali sfruttate a beneficio di pochi.

Non meno lunga è la lista dei “peccati” del mondo ricco: «I programmi di ristrutturazione delle economie africane, imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali, si sono rivelati funesti»; «le multinazionali continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali»; «l’Africa è esclusa dalla ricerca di soluzioni al sistema finanziario internazionale attuale»; «vi sono i paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi»; «forze internazionali fomentano le guerre per la vendita delle armi; sostengono poteri politici irrispettosi dei diritti umani e dei principi democratici per assicurarsi, come contropartita, vantaggi economici (…); minacciano di destabilizzare le nazioni e di eliminare tutti coloro che vogliono affrancarsi dalla loro tutela»…

Eppure, ha detto il Papa, «l’Africa può diventare il continente della speranza». E l’Instrumentum laboris ha la pretesa di essere uno “strumento” di tale speranza. Soprattutto nel suo presentarsi come valida piattaforma di discussione e di riflessione in seno a una chiesa che vuole assumere sempre più “la carne africana” e innervare con le sue visioni e posizioni la società civile. Anche una rapida scorsa al documento consente di dire che ci si trova davanti a una delle voci “rivoluzionarie” in terra africana oggi; di certo, la più profetica.
Una postilla critica. Consegnando l’Instrumentum ai vescovi africani, Benedetto XVI ha detto: «È frutto della vostra riflessione». Vorremmo tanto che fosse davvero così. La riflessione poteva essere più approfondita.

Sappiamo che non è stata generalizzata. Soprattutto, costatiamo con rammarico che, nel testo, solo due dei 67 riferimenti sono a documenti del magistero africano. A Roma avrebbero potuto “visitare” con curiosità e amore gli insegnamenti degli episcopati e dei singoli vescovi d’Africa. Vi avrebbero trovati affrontati tutti gli argomenti toccati dall’Instrumentum, e non con minore accuratezza e profezia. Il documento avrebbe avuto un sapore meno curiale e più africano.

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