Emergenza Somalia
Un gruppo di militari filogovernativi è stato arrestato con l’accusa di essersi appropriato di un carico di aiuti umanitari. I signori della guerra tentano di ristabilire la loro influenza dopo la ritirata di Al Shabaab. Il gruppo islamista appare diviso, ma il governo non sembra in grado di occupare le posizioni guadagnate.

Migliaia di persone continuano a convergere verso Mogadiscio, in Somalia, da quando i miliziani islamisti di Al Shabaab hanno annunciato, sabato, la loro ritirata da gran parte della città. Sono 100.000 le persone che hanno raggiunto la capitale negli ultimi due mesi in cerca di cibo.
I rastrellamenti casa per casa proseguono da giorni, in cerca di armi e insorti rimasti nelle zone controllate dal governo di transizione (Tfg).

Il paese sembra attraversare in queste ore una congiuntura che potrebbe segnare una nuova svolta nel conflitto. Al Shabaab è alle prese con una controversia interna per la leadership del movimento, a tutto vantaggio dei militari ugandesi e burundesi della missione di pace dell’Unione Africana (Amisom), impegnati a sostenere, con i propri tank, l’avanzata delle truppe filogovernative. Ad aiutare il Tfg e la sua immagine, contribuiscono anche le tonnellate di aiuti umanitari giunti a Mogadiscio dall’inizio della settimana, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale potrebbe favorire un flusso di fondi, senza precedenti.
Tuttavia, la frammentazione delle istituzioni del Tfg, influenzate da vecchi e nuovi warlords, è, ancora una volta, l’ostacolo principale ad una soluzione della crisi nel paese.

Pochi giorni dopo aver preso il controllo di diversi quartieri della capitale, signori della guerra, come Yusuf Mohamed Siyaad detto ‘Indha Adde’, hanno subito tentato di presidiare i propri spazi di “influenza” istituendo nuovi checkpoint. Inoltre, le truppe governative, composte da più fazioni scarsamente disciplinate, si sono rese responsabili, venerdì, della morte di 10 persone nel campo profughi di Badbaado, nella periferia di Mogadiscio. I soldati hanno aperto il fuoco tentando di proteggere uno dei primi carichi di aiuti giunti sul posto. Nello scontro, alcuni militari governativi si sarebbero appropriati degli aiuti, commettendo violenze nei confronti di alcuni dei 30.000 rifugiati ospitati nel campo.

Un altro episodio di insubordinazione si è verificato nel fine settimana, mentre era in corso l’occupazione del mercato di Bakaara, a Mogadiscio. Alcuni soldati hanno saccheggiato le attività commerciali scatenando dure reazioni. Per far fronte al fenomeno il governo ha tentato di dare un segnale forte, attraverso un processo lampo: per i saccheggi di Bakaara un soldato è stato condannato all’ergastolo e altri due alla pena di morte. Un altro gruppo di militari è stato, invece, arrestato la scorsa settimana mentre tentava di vendere parte del cibo saccheggiato dal campo di Badbaado.

Posto di fronte alla debolezza del Tfg, il generale Fred Mugisha, comandante dell’Amisom, ha chiesto martedì il dispiegamento urgente di altri 3.000 caschi verdi, indispensabili per controllare un’area, quella di Mogadiscio, ritenuta troppo grande per gli attuali 9.000 militari.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva già autorizzato un contingente di 12.000 uomini, mentre l’Unione Africana ne chiedeva ben 20.000, per far fronte al conflitto. Sono gli stessi analisti americani dell’Atlantic Council a confermare che, senza una presenza capillare dell’Amisom, i warlords potrebbero presto occupare il vuoto di potere lasciato da Al Shabaab.

La frammentazione di Al Shabaab
Ieri, l’inviato speciale dell’Onu per la Somalia, Augustine Mahiga, ha parlato di un indebolimento del movimento filoqaedista e di una sua frammentazione. “Nella sua ritirata tattica, Al Shabaab sembra essersi divisa in tre colonne” ha detto Mahiga. “Una diretta verso sud, una verso ovest e un’altra verso nord”. Diverse testimonianze, riportate dai media somali, riferiscono di un grande movimento di mezzi nel porto meridionale di Chisimaio, dove sarebbero confluiti alcuni leader di spicco di Al Shabaab, come il cittadino statunitense Abu Mansur Al-Amriki (nella foto in alto) e Sheikh Fuad Shangole (nella foto in basso).

Nonostante il presidente Ahmed si sia affrettato a proclamare la disfatta dei miliziani islamisti, le ragioni del ritiro non sembrano essere connesse con un’effettiva sconfitta sul campo, ma ad una nuova tattica, legata anche ad un calo nel morale degli insorti, affetti, da alcune settimane, da un alto tasso di diserzione.

A scatenare le divisioni interne al movimento è stata la morte, l’8 giugno scorso, del terrorista Fazul Abdullah Mohammed, ritenuto il responsabile di Al Qaeda per l’Africa orientale. Mohammed è stato ucciso dai soldati del Tfg in uno scontro a fuoco sulla strada che collega Mogadiscio ad Afgoye. L’uomo è sospettato di essere l’ispiratore degli attentati suicidi che hanno ucciso, nel luglio 2010, 79 persone a Kampala, in Uganda ed è accusato di essere coinvolto nell’esplosioni che hanno devastato le ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, nel 1998.

Mohammed è succeduto nel 2009 ad un altro leader di Al Qaeda nella regione: Saleh Ali Saleh Nabhan, ucciso nello stesso anno da una squadra speciale dell’esercito statunitense, in Somalia.
Nonostante le decapitazioni, Al Shabaab potrebbe tuttavia riorganizzarsi, secondo Mahiga. “Potrebbe mescolarsi tra la popolazione e adottare tattiche terroristiche” ha dichiarato ieri. La stessa tecnica è stata utilizzata, infatti, dall’organizzazione durante l’occupazione etiopica, tra il 2006 e il 2009: i miliziani, all’epoca incapaci di affrontare frontalmente l’esercito di Adis Abeba, hanno optato per una guerriglia di logoramento, spingendo l’Etiopia al ritiro, nel 2009.

Rispetto ad allora le risorse economiche a disposizione del movimento sembrano essere in calo. Secondo le Nazioni Unite, i finanziatori di Al Shabaab, provenienti per lo più dal Medio Oriente, sarebbero in diminuzione, mentre la ritirata da Mogadiscio e dal mercato Bakaara avrebbe limitato le entrate fiscali principali al solo porto di Chisimaio, nel sud del paese. Grazie allo scalo commerciale, il volume d’affari legato alle esportazioni di carbone, proveniente dalle regioni comprese tra i fiumi Juba e Shabelle, porterebbe nelle casse del movimento circa 15 milioni di dollari l’anno, una cifra però insufficiente a sostenere da sola le attività belliche del gruppo.

Al Shabaab tenta dunque di riorganizzarsi, tra ristrettezze economiche e un diminuito consenso popolare. Lo stesso ‘riposizionamento’ dei miliziani sarebbe dovuto, infatti, a pressioni dei commercianti di Bakaara, esasperati dai colpi di artiglieria che quotidianamente bersagliavano il mercato.

Il Tfg non sembra tuttavia in grado di cogliere l’opportunità offerta. Lo scontro istituzionale tra il presidente Ahmed e lo speaker del parlamento, Sharif Hasan Sheikh Aden, si è riacceso in vista di nuovi colloqui tra gli attori della crisi. La data del vertice non è stata ancora fissata.
La comunità internazionale si prepara, intanto, alla conferenza dei donatori, prevista il 25 agosto ad Adis Abeba, in Etiopia, mentre il 18 agosto, a Roma, si terrà un vertice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) per discutere dell’emergenza umanitaria.