Armi, Conflitti e Terrorismo Mozambico
La lotta al terrorismo islamista
Mozambico: una nuova fase della guerra a Cabo Delgado
Annunciato l’arresto di un alto leader di al-Shabaab. Ma le violenze si sono estese a Nangade e Macomia. Le truppe rwandesi e della Sadc faticano a contenere gli attacchi. E i costi della militarizzazione del territorio affosseranno ancora di più le fragili casse del paese. Quasi 900mila gli sfollati
26 Gennaio 2022
Articolo di Luca Bussotti
Tempo di lettura 4 minuti
truppe rwandesi vere
Soldati mozambicani a Pemba, provincia di Cabo Delgado

Sono circa 3.100 i morti, quasi 900mila gli sfollati e incalcolabili i danni all’economia del paese, soprattutto nel nord, la regione più povera dal punto di vista sociale, ma più ricca in termini di risorse naturali.

È questo, a oggi, il bilancio del conflitto iniziato il 5 ottobre del 2017 a Cabo Delgado, provincia mozambicana al confine con la Tanzania. Non solo: negli ultimi mesi, da quando, cioè, le truppe alleate di Rwanda e della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc) sono entrate sul terreno di guerra, riuscendo a liberare importanti città come Mocímboa da Praia e a ridare una qualche certezza rispetto al milionario investimento sul gas naturale della francese Total nella zona di Palma-Afungi, il conflitto si è spostato anche nella provincia limitrofa, Niassa, con attacchi e nuovi sfollati fra i civili. Mentre Nampula, l’altra provincia del nord, è quella che rifornisce, in larga parte, la manodopera necessaria ai ribelli per alimentare il conflitto.

Le notizie degli ultimi giorni sono due. La prima è che le forze di difesa e di sicurezza mozambicane (Fds) affermano di aver arrestato un alto leader di al-Shabaab. Identificato solo come Ali, 39 anni, il cittadino tanzaniano è stato arrestato nel distretto di Nangade insieme ad altri sei miliziani, secondo le informazioni fornite dalle forze di sicurezza e riportate anche dai media locali martedì 25 gennaio.

Nuove scorribande

L’altra notizia va in direzione opposta: dopo settimane in cui gli attacchi sembravano diminuiti – visto che mai sono cessati del tutto – nuove scorribande si sono registrate al di fuori dell’area interessata dall’investimento della Total, e presieduta in modo massiccio dalle efficienti truppe rwandesi. Gli attacchi degli ultimi giorni si sono spostati verso Nangade (uno dei distretti dell’altopiano dei Makonde, l’etnia minoritaria di cui fa parte anche l’attuale presidente del paese, Nyusi), e Macomia.

Qui, 5 persone sono state uccise, e 11 abitazioni bruciate, seminando, per l’ennesima volta, il terrore fra i civili, e dando un segnale inequivocabile della ritrovata forza da parte dei ribelli. Ribelli che, almeno così pare, stanno usufruendo dell’aiuto dello Stato islamico provincia dell’Africa Centrale, che starebbe inviando nuovi effettivi per continuare una guerra di pura distruzione, e che ha rivendicato due degli ultimi attacchi.

La quarta fase

Occorre comprendere, tuttavia, la fase politico-militare in cui questi attacchi si inquadrano. Si tratta, in realtà, della quarta fase di un conflitto che sta mettendo a dura prova il già debole stato mozambicano, che sarebbe incapace di fronteggiare gli attacchi dei ribelli senza il decisivo aiuto dell’esercito del Rwanda e di quello della Sadc, che nel frattempo hanno prolungato la loro missione a Cabo Delgado, a tempo indefinito.

Le fasi del conflitto spiegano, infatti, la situazione attuale: durante il primo periodo, il governo di Maputo aveva cercato di minimizzare gli attacchi, riducendoli a semplici atti portati avanti da “banditi armati”, sullo stile di quanto veniva fatto ai tempi della guerra civile con la Renamo. La seconda fase ha visto l’escalation dei ribelli, che hanno conquistato intere città e aree di Cabo Delgado, come Mocímboa da Praia e dintorni, che è stata nelle loro mani per circa un anno.

La terza fase ha visto, nel 2021, l’intervento militare di Rwanda e Sadc – dopo enormi resistenze da parte di Maputo –, con successi rapidi e, secondo molti commentatori filo-governatori, decisivi.

La quarta e ultima fase, quella attuale, ha fatto registrare una sorta di stabilizzazione e al contempo espansione geografica del conflitto: pochissimi scontri aperti fra i due eserciti (come nella fase precedente), ma imboscate puntuali e che stanno interessando anche la zona di Niassa, a cui è sempre più difficile rispondere.

Conflitto a lunga durata

Questa fase sta facendo capire che il conflitto non si risolverà in poco tempo, come tutti avevano auspicato al momento dei successi delle truppe alleate. Due fattori contribuiscono a questo scenario: un atavico, intenso odio da parte delle etnie numericamente maggioritarie a Cabo Delgado, kimwane e makuwa (in prevalenza musulmani), contro i cristianizzati makonde che da sempre hanno rappresentato il governo e i privilegi economici a ciò connessi. E un aiuto sempre più significativo dello Stato islamico ai “fratelli” mozambicani.

Sullo sfondo, la intrinseca debolezza e corruzione dello stato mozambicano, che sta resistendo esclusivamente grazie all’aiuto delle truppe alleate, la cui permanenza sta implicando costi finanziari altissimi che, prima o poi, diventeranno insostenibili, lasciando di nuovo il Mozambico solo contro attacchi che potrebbero portare a un ulteriore peggioramento della situazione, e a un allargamento del conflitto a tutto il nord del paese, ossia la regione più ricca dal punto di vista delle risorse naturali e minerarie

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