ALTRE AFRICHE
Davide Maggiore

I banchi della chiesa Regina Mundi, a Soweto, erano pieni. Nelle prime file, il coro provava il canto da intonare. Un motivo popolare, di cui tutti i presenti conoscevano le parole a memoria. Un’invocazione. Che però non era rivolta ad un santo, ma ad un leader politico di oltre vent’anni prima. “Oliver Tambo, prendimi per mano”, diceva il testo ripetuto dai militanti dell’ANC durante un raduno politico, alla vigilia delle elezioni 2014, in uno dei luoghi simbolo della lotta contro l’apartheid.

L’episodio e la canzone mi sono tornate in mente dopo la morte del jazzista Hugh Masekela, come segno della connessione strettissima tra musica e politica in Sudafrica, di cui lo stesso Masekela era un esempio vivente (la sua hit più nota a livello internazionale, Bring him back home, fu composta per chiedere la scarcerazione di Nelson Mandela). Ancora oggi, infatti, molte struggle songs, canzoni popolari degli anni della lotta sono usate come slogan e strumento di mobilitazione. Provocando, a volte, polemiche: è il caso di Umshini Wam, che fin dal titolo, in lingua zulu, fa riferimento a un fucile automatico, ma in anni recenti è stata spesso intonata in pubblico dall’attuale presidente della repubblica Jacob Zuma.

La forza sociale e politica della musica del resto, è stata e resta ben presente a governi e artisti di tutto il continente. “L’hip hop parla di quello che ci circonda per arrivare alla gente, quindi io dovevo farmi sentire, dar voce a queste persone”: così sintetizzava la sua scelta di diventare attivista politico Ali Cham, giovane rapper gambiano più noto come Killa Ace, pochi mesi prima della fine del regime di Yahya Jammeh, da cui era dovuto fuggire rifugiandosi in Senegal. Le stesse parole potrebbero applicarsi a molti colleghi di Cham, anche quando non affrontano temi politici. “Vaccinate i vostri bambini contro la polio, salvateli da questa maledizione”, recita ad esempio una canzone degli Staff Benda Bilili, della Repubblica democratica del Congo, evidentemente autobiografica: a fondare la band, a metà degli anni 2000, furono alcuni musicisti colpiti dalla malattia, che si muovono in carrozzina.

Ma Polio – questo il titolo del pezzo – mostra anche come il gruppo abbia potuto superare, grazie alla musica, l’emarginazione verso i disabili. Le note, in questo caso, sono state sia uno strumento per denunciare un problema sociale che per indicare, individualmente, una strada. Proprio come è accaduto ad un altro grande artista, il maliano Salif Keita, affetto da albinismo: condzione che in Africa è collegata a varie superstizioni e per questo può portare a rischiare la vita. Per questo, nel 2005, Keita ha creato una fondazione che tutela i diritti e la salute degli albini. Un risultato facilitato dal successo ottenuto sui palchi di tutto il mondo. “La musica – ha spiegato il cantante in un’intervista recente – mi ha permesso di vedere che vivere è possible e che ognuno ha una missione”.