Da Nigrizia di dicembre 2010: a pochi mesi dal voto
La successione del cristiano Jonathan al musulmano Yar’Adua ha creato tensioni per l’alternanza alla presidenza. Se il partito al potere non lo candiderà, Jonathan potrebbe decidere di presentarsi alle elezioni come il volto giovane, contrapposto ai gerontocrati Babangida e Peter Odili. Sullo sfondo resta irrisolto il problema del Delta del Niger.

Dei dodici anni seguiti al ritorno al governo civile (febbraio 1999), il 2010 è stato quello di maggiore incertezza politica e istituzionale per la giovane democrazia nigeriana. Incertezza causata dall’assenza per malattia e poi dalla morte del presidente Umaru Musa Yar’Adua. È vero che il vicepresidente, Goodluck Jonathan, gli è subito succeduto, ma ciò non ha contribuito a fugare indecisioni, dubbi, perplessità, tensioni e malessere nella vita pubblica. La situazione è stata resa ancora più critica dall’avvicinarsi delle elezioni generali (previste inizialmente per il 22 gennaio e rinviate poi al 23 aprile), dalla ripresa degli attacchi agli oleodotti nel Delta del Niger, dal permanere dello stato d’insicurezza in alcune regioni del centro- nord, e dalla stessa complessità della struttura sociale e politica del paese.

 

Si sapeva che Yar’Adua non godeva di buona salute, ma era sempre riuscito a farsi curare in patria. Quando, però, si dovette portarlo in un ospedale dell’Arabia Saudita in condizioni disperate, nel novembre 2009, ci fu un vuoto di potere che scatenò subito un’accesa lotta per la successione. Tuttavia, anche in assenza del presidente – e con bollettini medici che lo davano più morto che vivo – la rete politico-economica che aveva beneficiato della sua carica non accettò di mettersi da parte. Di fatto, il paese rimase per almeno due mesi senza un capo. Gli investitori e i partner internazionali divennero nervosi. Come si poteva pensare a una nazione, piazzata dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) al 19° posto nella classifica mondiale dei paesi con i maggiori investimenti esteri diretti, determinante nella geopolitica dell’intera Africa Occidentale, con una popolazione di 155 milioni di abitanti e, forse, le più ampie riserve di greggio nel continente, senza una persona che ne tenesse il timone?

 

La tensione crebbe. Ci furono interpellanze parlamentari e precise richieste affinché si procedesse alla nomina di un successore di Yar’Adua. Solo il 9 febbraio 2010, il senato dichiarò Goodluck Jonathan «sostituto presidente».

 

 

La strategia di Jonathan

Le prime mosse del nuovo capo di stato hanno sorpreso non pochi osservatori. Ha subito rimosso Michael Aondoakaa, il ministro della giustizia e procuratore generale della repubblica, giudicato da molti «per nulla trasparente». Meno di un mese dopo, ha licenziato il consigliere per la sicurezza nazionale, Abdullahi Sarki Muktar, fido alleato della cerchia ristretta di Yar’Adua. In aprile, ha presentato un nuovo governo, facendo intendere che Yar’Adua – riportato in patria in febbraio, ma mai presentato in pubblico – non sarebbe stato più in grado di riprendere il potere.

 

Yar’Auda è morto il 5 maggio e Goodluck Jonathan ha prestato giuramento come presidente il giorno dopo. Il passaggio di consegne ha portato un respiro di sollievo nei nigeriani e nella comunità internazionale. Si è pensato al ritorno a una certa stabilità e la nuova leadership è stata accolta con un certo ottimismo.

 

Goodluck Jonathan, 53 anni, laurea in zoologia, ha alle spalle una breve carriera politica, essendosi iscritto al Partito democratico popolare (Pdp) solo nel 1998. Nel dicembre 2005, fu eletto governatore dello stato di Bayelsa, nella regione del Delta del Niger, dopo che il predecessore, Diepreye Alamieyeseigha, era stato implicato in uno scandalo di riciclaggio di denaro sporco in Gran Bretagna. Nel dicembre 2006, era al fianco di Yar’Adua nella campagna elettorale presidenziale; il 29 maggio 2007, prestava giuramento come vicepresidente della federazione. Continuava, però, a essere considerato un “inesperto uomo fortunato”.

 

Dopo la morte di Yar’Adua, pertanto, nonostante la tranquillità avvertita dai nigeriani alla vista di un presidente giovane e in ottima salute, è rimasto in molti il dubbio sulla sua vera capacità di ricoprire con competenza la carica. Tanto più che il nuovo leader si trovava a dover affrontare tutti i problemi che avevano assillato il predecessore: inadeguate forniture di energia, insicurezza e mancato sviluppo nel regione del Delta del Niger, riforma elettorale, violenti conflitti locali (in particolare a Jos, capitale dello stato del Plateau, dove gli scontri sono continuati per tutto il 2010), povertà diffusa…

 

Nei pochi mesi che sono seguiti, Goodluck Jonathan ha compiuto alcuni passi positivi verso le tanto attese riforme, tra cui quella elettorale. Ha anche brigato per avere una riforma del settore energetico, giungendo alla stesura di una proposta di legge sull’industria petrolifera, che però non è ancora stata approvata. Troppo poco tempo per poter apportare veri e propri cambiamenti. Poi, ha dovuto concentrare le sue energie sull’incombente campagna elettorale.

 

 

Cristiania vs musulmani

Più che l’inesperienza politica, a gettare un’ombra su Goodluck è il suo essere originario dello stato di Bayelsa, nel sud cristiano del paese, mentre Yar’Adua – di cui sta concludendo il mandato – veniva dallo stato di Katsina, nel nord musulmano. Il Pdp ha da sempre osservato un tacito accordo (gentlemen’s agreement) che prevede l’alternanza di due mandati tra un presidente di religione cristiana e uno musulmano, con il vice spettante all’altra fede. Pertanto, poiché Olusegun Obasanjo, un “sudista”, era stato presidente per due mandati (dal 1999 al 2007), si era dato per scontato che Yar’Adua potesse candidarsi per un secondo quadriennio, e con ottime possibilità di vittoria. In questo senso, il prossimo mandato spetterebbe ancora a un musulmano del nord.

 

Il problema dell’origine geografica del presidente è risultato essere un fattore di intralcio nelle primarie del Pdp in vista dello scrutinio presidenziale del 2011. Sebbene Goodluck Jonathan sia l’ovvio candidato del partito, il nord preferirebbe avere un “suo” uomo. Le élite nordiste, però, sono divise e non sembrano in grado di proporre un nome comune.

 

In verità, è l’ex generale Ibrahim Babangida, già presidente dall’agosto 1985 (colpo di stato) fino all’agosto 1993, a condurre una poderosa campagna per ottenere la nomination del Pdp. Ma è una figura tanto ambigua da creare divisioni. Non lo aiuta certo la cattiva reputazione che si è procurato, quando decise di annullare le elezioni del 1993, facendo morire sul nascere le speranze di un ritorno a un governo di civili. Ma viene dal nord, dove vanta un forte potere finanziario e politico. Per quanto controversa possa apparire la coppia presidenziale formata da Babangida e da Peter Odili, l’ex governatore del Rivers State, e dato per scontato che in Nigeria tutto è possibile, un ritorno dell’ex uomo forte del nord non è del tutto da escludere.

 

 

L’inesperienza al potere

Le sorti di Goodluck Jonathan hanno subito un brutto colpo in occasione degli attentati, avvenuti nella capitale, Abuja, durante la parata per il 50° anniversario dell’indipendenza, il 1° ottobre scorso. Almeno 12 le vittime causate dall’esplosione di due auto imbottite di esplosivo. Qualche ora prima, i ribelli del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) avevano minacciato di fare esplodere degli ordigni durante la parata e avevano intimato di evacuare la zona. Il comportamento tenuto dal presidente in quell’occasione s’è prestato a numerose critiche ed è parso confermare la sua inesperienza: non solo ha ignorato gli avvertimenti dati dal Mend, ma si è affrettato a incolpare dell’attentato un gruppo di terroristi del tutto indipendente dal movimento sudista. Forse ha cercato di preservare il più a lungo possibile la fragile tregua raggiunta nella tumultuosa regione del Delta da Yar’Adua, che aveva deciso di offrire il “perdono” a quanti erano disposti a uscire dalla clandestinità e promesso corsi di formazione professionale e un impiego. Abuja aveva inneggiato al successo dell’iniziativa, rendendo noti i dati ufficiali: oltre 20mila guerriglieri avevano deposto le armi in cambio dell’amnistia. Probabilmente Jonathan ha pensato che fosse importante mostrare alla nazione e al mondo intero di essere in grado di continuare il successo ottenuto dal predecessore. Purtroppo, gli attentati di Abuja sembrano indicare che la situazione nella regione del Delta sia destinata a deteriorarsi di nuovo. Il 7 novembre i suoi militanti hanno sequestrato a Okoro altri 5 stranieri, dipendenti della compagnia britannica Afren.

 

È molto probabile che il processo elettorale si traduca in un ritorno alla violenza nel Delta del Niger. Lì la lotta alle candidature può diventare oltremodo feroce. Gli assassini politici non sono rari, e non solo nella martoriata regione, ma anche nel resto del paese.

 

La Nigeria vanta una brutta storia elettorale fin dal suo ritorno alla democrazia. Le elezioni del 2003 e 2007 furono giudicate «scandalosamente irregolari», sia dentro che fuori il paese. Si spera che, sotto la guida del suo nuovo presidente, il professor Attahiru Jega, la Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) sia in grado di gestire il prossimo scrutinio meglio di quanto non abbia saputo fare con gli appuntamenti precedenti.

 

 

Le difficoltà del voto

Tuttavia, oltre ai problemi legati all’alternanza regional-religiosa nella presidenza e alle sempre possibili violenze, sono le dimensioni della consultazione a rendere arduo il compito della Ceni. L’impressione è che non ci saranno miglioramenti nella gestione delle prossime elezioni. Prima di questo appuntamento, e solo dopo un ennesimo emendamento costituzionale, la Ceni dovrà registrare 70 milioni di aventi diritto al voto, procurare 132mila computer portatili, lettori digitali di impronte, stampanti e altri apparati elettronici, come pure istruire 360mila incaricati della registrazione. Anche senza contare gli eventuali problemi causati dalle immancabili ingerenze politiche, dal crimine, dall’insicurezza e dalla corruzione, il compito della Ceni si presenta già di per sé stesso oltremodo improbo.

 

Le elezioni del 2007 furono giudicate il test più critico della democrazia nigeriana: rappresentavano il primo passaggio di potere da un governo civile a un altro. Non è detto che le prossime siano meno importanti. Bisognerà vedere come verrà affrontato nelle primarie del Pdp il problema dell’alternanza del presidente. Se Goodluck Jonathan otterrà la candidatura, si potrà parlare di un grosso cambiamento nella politica del partito di governo; se, invece, si opterà per un candidato nordista, allora il presidente in carica potrebbe decidere di abbandonare il partito, frantumandolo lungo linee non solo geografiche, ma anche generazionali. Jonathan è giovane ed è una faccia nuova: due fattori accattivanti, se giudicati nel contesto della potente élite gerontocratica che ha dominato ininterrottamente dal 1999 a oggi la politica nigeriana.

 

In quel caso, anche i partiti di opposizione potrebbero avere un ruolo da svolgere. Il Congresso d’azione della Nigeria (Can), che candida Nuhu Ribadu, ex presidente della commissione per crimini finanziari ed economici e considerato un simbolo della lotta alla corruzione, si presenta con la volontà di «formare un gruppo che porti cambiamento al paese»: potrebbe sperare di continuare a controllare alcuni stati chiave, tra cui quello di Lagos. Va detto, comunque, che nessuna formazione di opposizione possiede oggi i numeri e le forze necessarie per sfidare il potentissimo Pdp.

 

I comuni cittadini, pur continuando a essere speranzosi sul futuro della loro democrazia, rimangono cinici – e molto arrabbiati – circa il comportamento delle loro élite politiche. Temono che anche quelle del 2011 possano essere elezioni macchiate da brogli, raggiri e violenze, e dubitano che i loro leader politici abbiano intenzione di cambiare in meglio.

 

Non sono da escludere proteste e violenze come reazione a elezioni poco trasparenti. Una rivolta popolare su vasta scala, tuttavia, è ritenuta improbabile. I nigeriani hanno da tempo imparato ad andare avanti indipendentemente dallo stato, se non addirittura nonostante esso. Ma l’appuntamento del prossimo aprile potrebbe rivelarsi un’importante svolta. Non è da escludere, infatti, che il 2010, con l’imprevista successione del cristiano Jonathan al musulmano Yar’Adua e le conseguenti tensioni dovute alla questione dell’alternanza alla presidenza, abbia segnato l’inizio di un vero cambiamento in seno al Ppd. Il che si traduce in una radicale trasformazione della democrazia nigeriana.

 




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