Da Nigrizia di novembre 2011: il premio di Oslo alle liberiane Ellen Johnson-Sirleaf e Leymah Gbowee
Il riconoscimento, andato anche a Tawakul Karman, yemenita, è da estendere pure alle donne africane. E, forse, anche a un continente che mostra di avere un ruolo importante negli equilibri globali, con i “risvegli” del nord e la crescita di alcuni paesi dell’area subsahariana. Il Nobel alla presidente della Liberia ha, tuttavia, scatenato malumori e dubbi in patria.

Anno dell’Africa, questo 2011? Il premio Nobel per la pace che ruota intorno al continente sembra confermarlo. E non solo perché è stato conferito a due donne liberiane, Ellen Johnson-Sirleaf e Leymah Gbowee, ma anche perché la terza donna laureata, la yemenita Tawakul Karman, è tra le protagoniste di una lotta per la democrazia e i diritti umani nel suo paese, che trova una delle sue fonti alte proprio nel “risveglio nord-africano”. Proprio quel risveglio che rappresenta uno slancio potente verso l’affermazione delle libertà civili in un contesto alquanto refrattario. Uno degli eventi decisivi sulla scena del mondo, di non casuale impronta nordafricana, a cui ci si riferisce spesso – per gli effetti diffusivi che si sono prodotti – come “risveglio arabo”, anche se è stato ed è un movimento nel quale anche popoli non arabi, e particolarmente berberi, hanno avuto un ruolo importante. Ruolo che dovrà pur trovare un riconoscimento nella ridefinizione dei prossimi assetti politico-istituzionali.

 

Questo vasto paesaggio sociale è ancora in piena e drammatica ebollizione, se pensiamo alla guerra infinita di Libia e, come ci raccontano, per richiamare solo il paese di Tawakul Karman, gli ultimi eccidi di Sanaa perpetrati dall’agonizzante regime di Ali Abdallah Saleh ancora a metà ottobre. Esso resta denso di incognite, certo, ma ricco di ammaestramenti e di aspettative.

 

Ma c’è di più. Con i suoi venti di cambiamento sul piano politico e culturale, l’Africa si presenta ormai sulla scena planetaria anche come il continente in cui si cresce di più, in cui le economie non solo tengono, ma tirano la volata al resto del mondo. Parliamo dell’Africa subsahariana, è chiaro, e parliamo ad esempio del Ghana, il leone economico che in questo momento ruggisce più forte. Oppure del Rwanda, che rende sempre più attrattivo il suo territorio per gli investimenti internazionali, grazie a una serie di riforme legislative e regolamentari. Pensiamo alla Nigeria, che con le elezioni dello scorso aprile ha mostrato la complessità politica verso cui si avvia la nuova Africa, mettendo in discussione molti stereotipi sull’opposizione nordsud in quel paese: un’opposizione che pure esiste, ma che è destinata a perdere sempre più importanza con la crescita delle popolazioni urbane e la formazione di classi medie con interessi che riguardano non tanto l’ideologia, l’etnia, il credo religioso, quanto piuttosto il lavoro, i servizi per l’istruzione e la salute, i diritti fondamentali alla sicurezza, alla giustizia e all’ambiente. E pensiamo, infine, al Sudafrica, uno dei protagonisti del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, appunto). Un blocco geopolitico portatore di visioni e conseguenti pratiche economiche e politiche che cercano di imprimere dinamiche comunque diverse a una mondializzazione che, ci piaccia o meno, influenza oggi la condizione esistenziale di ciascuno di noi.

 

Certo, non va tutto bene. Mentre si cresce a due cifre da qualche parte, si muore di fame nel Corno d’Africa e si muore di colera nella Repubblica Centrafricana. Ed è fin troppo facile osservare che, fino a quando la politica continuerà a essere il punto di caduta dell’Africa, resta in dubbio capire se la crescita comporterà benefici equi, oppure significherà nuovi privilegi per pochi e nuovi squilibri territoriali.

 

 

Mediazione, moderazione, tolleranza

Ecco, il Nobel per la pace va inserito in questo contesto. Esso rappresenta, anzitutto, un riconoscimento all’Africa. Ne decreta in modo solenne l’ingresso da protagonista nel consesso internazionale: il luogo dove succedono cose memorabili non più, o almeno non solo, per il dolore e la miseria che ci sono sbattuti in faccia, ma per l’insegnamento che tutti possono trarne, quale contributo alla crescita civile e morale del pianeta. In parallelo, il premio rappresenta un riconoscimento alle donne d’Africa, e a tutte le donne del mondo, per l’apporto che esse danno, non solo alla quotidianità familiare come lavoratrici, come mogli, come madri, ma anche al miglioramento e talvolta persino a un radicale risanamento della qualità sociale attraverso il metodo riflessivo che è il loro, impregnato di mediazione, di moderazione, di tolleranza, di generosità, e perfino aperto alla decisione risolutiva, ove necessaria.

 

Conosciamo il profilo delle tre laureate: Ellen Johnson-Sirleaf, 72 anni, presidente della Liberia, che ha avuto la responsabilità di tirar fuori il paese dal disastro di una guerra civile durata 14 anni, dal 1989 al 2003; Leymah Gbowee, 39 anni, avvocato, guida del movimento Women of Liberia Mass Action for Peace, che lanciò la spettacolare azione di “sciopero sessuale”, così come immaginato da Aristofane nella sua commedia Lisistrata; infine, Tawakul Karman, 32 anni, giornalista, fondatrice dell’associazione Women Journalists without chains, personaggio di spicco nella lotta per i diritti delle donne e la libertà di espressione nello Yemen. Tutte corrispondono al profilo indicato dai giurati di Oslo, in quanto impegnate «in una lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e dei loro diritti verso una partecipazione piena al processo di costruzione della pace», come recita la motivazione del premio.

 

Del resto, tutte e tre le laureate erano consapevoli di essere dei simboli: le due liberiane, infatti, lo hanno subito dedicato alla Liberia e alle donne africane, mentre la yemenita lo ha dedicato al “risveglio arabo”.

 

Conosciamo anche le critiche che da qualche parte si sono levate contro questo premio, per molti versi “politicamente scorretto”. Per la yemenita, non si è mancato di far notare che si tratta di una militante di Islah, un partito islamista. E allora? Quale occasione migliore per un Nobel per la pace di dimostrare con la militanza e – sperabilmente domani, con la fine dell’era Saleh – con la concreta azione di governo, che l’islamismo è cosa diversa dal terrorismo e che, abbandonando la radicalità delle interpretazioni letterali del Corano, può diventare una forza politica garante dei diritti e della stabilità?

 

Quanto a Johnson-Sirleaf, si è detto che non era proprio il caso di dare un appoggio elettorale così flagrante alla candidata delle presidenziali liberiane che si sarebbero svolte di lì a qualche giorno (11 ottobre; il voto è stato contestato e la presidente accusata di brogli). Ma si potrebbe rispondere che Ellen era, comunque, la candidata in testa alla corsa elettorale. E, ancor più importante, non bisogna dimenticare che il premio le è stato dato per il suo contributo alla stabilizzazione della pace in Liberia, dopo la guerra civile, proprio in quanto presidente, prima donna eletta in Africa a questa carica.

 

 

Le difficoltà di Ellen

Si possono dire molte cose sul piano politico. Si possono imputare alla presidente la persistenza dell’enorme disoccupazione (3/4 della popolazione attiva), la povertà diffusa, una lotta non proprio decisa alla corruzione. Ma questo fa parte della dialettica politica: vedremo se l’elettorato liberiano – che si è espresso al 70% degli aventi diritto, cosa non proprio comune in Africa – sarà sensibile a questi discorsi.

 

Si è avanzata anche un’altra critica, che investe il piano morale, oltre a quello politico. La Commissione “Verità e riconciliazione”, prevista dall’Accordo di Accra del 2003, ha individuato nel corso delle sue inchieste una relazione pericolosa tra Johnson-Sirleaf e il movimento di Charles Taylor all’epoca in cui quest’ultimo lanciava il suo attacco al regime di Samuel Doe. Un appoggio temporaneo a Taylor, che ha poi accusato Ellen di tradimento, una volta diventato presidente. Il fatto sarebbe rilevante, giacché potrebbe comportare l’interdizione dai pubblici uffici per un periodo di 30 anni, così come preconizzato dalla Commissione per tutti coloro che fossero risultati implicati in qualche modo nei fatti di quel triste periodo.

 

Ma di che parliamo, in realtà? Di un errore di valutazione commesso più di 20 anni fa da Johnson-Sirleaf, una donna che aveva conosciuto le prigioni di Doe, nei confronti di un capobanda come Charles Taylor, in un momento in cui l’obiettivo politico maggiore era liberare il paese da un regime autoritario, inefficiente e pericoloso. Johnson-Sirleaf, pur avendolo all’epoca rapidamente corretto, ha comunque riconosciuto il suo errore e si è scusata con il popolo liberiano. La Commissione avrebbe, dunque, dovuto prenderne atto. Essa aveva il dovere di accertare la verità, senza dubbio, ma con un intento non punitivo, bensì riconciliativo, distinguendo le responsabilità criminali dall’errore di valutazione politica.

 

D’altronde, ricordiamoci che la Liberia è un paese in cui Winston Tubman, lo sfidante maggiore di Johnson-Sirleaf, è stato ministro del sergente Doe, come Charles Taylor del resto, mentre il terzo accreditato dai primi risultati parziali dello scrutinio, Prince Johnson, è stato addirittura un signore della guerra.

 

Politicamente scorretto, dunque, questo premio? Forse si. Ma forse è anche giusto che un premio per la pace vada contro le attribuzioni scontate, si metta in gioco come scommessa per rafforzare i simboli dell’impegno anche in situazioni dove la crisi persistente continua a disegnare sacche di opacità. E dove, come nel caso della Liberia, la pacificazione resta ancora, per molti aspetti, solo una speranza fragile.

 

Infine, tra i molti simboli che questo premio intende onorare, ce n’è uno che richiama la continuità dell’omaggio alla donna africana. Il 25 settembre, pochi giorni prima dell’attribuzione, è morta Wangari Maathai, kenyana, cui lo stesso premio fu conferito nel 2004. Un passaggio di testimone importante, per non spezzare il filo ostinato del ruolo storico delle donne d’Africa.

 

 

Box: I Nobel africani

 L’Africa delle guerre è anche quella della pace. Con l’assegnazione del Nobel per la pace 2011 a due donne africane, Ellen Johnson-Sirleaf, presidente della Liberia, e Leymah Gbowee, una militante pacifista dello stesso paese, quello per la pace è il premio più attribuito agli africani, rispetto alle altre discipline, in modo particolare quelle scientifiche. Sono riconoscimenti tardivi, quasi tutti negli ultimi cinquant’anni.

Ad aprire la serie dei Nobel per la pace è, nel 1960, il sudafricano Albert Luthuli, seguito nel 1978 dal presidente egiziano Anwar Sadat, assassinato nel 1981. Nel 1984 è la volta del vescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu, per la sua lotta contro l’apartheid, la cui fine è salutata dall’attribuzione congiunta nel 1993 dello stesso premio a Nelson Mandela e Frederik De Klerk. Nel 2001, il premio va all’Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, ghaneano. Nel 2004, il premio è assegnato alla militante ambientalista kenyana Wangari Maathai e nel 2005 all’egiziano Mohammed Al-Baradei, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Per la letteratura, il Nobel viene attribuito nel 1986 al nigeriano Wole Soyinka, nel 1988 all’egiziano Naguib Mahfouz, nel 1991 alla sudafricana Natalie Gordimer e nel 2003 al sudafricano John M. Coetzee.

Nelle scienze il bottino è magro. Per la medicina si contano tre sudafricani: Max Theiler (1951) per gli studi sulla febbre gialla, Allan Cormack (1979), naturalizzato statunitense, e Sydney Brenner (2002), che ha svolto le sue ricerche biologiche negli Usa.

Per la chimica, il premio viene assegnato nel 1999 all’egiziano Ahmed Zewail, naturalizzato statunitense; per la fisica, nel 1977 a Claude Cohen-Tannouddji, francese con profonde radici maghrebine: nato nell’Algeria, colonia francese, da genitori ebrei, la cui famiglia era originaria di Tangeri ma si era installata in Algeria dal 16° secolo.

Se si considera la diaspora afro-americana, la lista si allunga. Il Nobel per la pace è stato assegnato agli americani Ralph Bunche (1950), mediatore tra palestinesi e israeliani, Martin Luther King (1964) e Barack Obama (2009). Per la letteratura, vanno considerati Derek Walcott (1992), dell’isola di Santa Lucia, e la statunitense Toni Morrison (1993). L’inglese Arthur Lewis, Nobel per l’economia nel 1979, è stato il primo nero ad essere insignito di un Nobel che non sia stato per la pace.

All’Africa hanno legato la propria attività altri Nobel. Per la pace, il medico tedesco Albert Schweitzer (1952), fondatore dell’ospedale di Lambaréné (Gabon); per la letteratura, i francesi André Gide (1947), Albert Camus (1957), nato in Algeria, Jean-Marie Le Clézio (2008), e l’inglese Doris Lessing (2007), che ha vissuto nell’allora Rhodesia, oggi Zimbabwe. (Luciano Ardesi)

 


 



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