Manifesti con le immagini del presidente somalo e del suo omologo turco all'ingresso dell'aeroporto internazionale di Mogadiscio (Credit: opiniojuris.it)

Il prossimo febbraio la Somalia andrà al voto per eleggere i membri del parlamento e il nuovo presidente. Il voto era previsto inizialmente per il 27 novembre ma è stato rimandato fino a quando, a metà settembre, un accordo tra il governo federale e gli stati regionali ha sbloccato lo stallo, dovuto all’impossibilità di indire elezioni nei tempi previsti sulla base della nuova legge che prevede il suffragio universale.

Dietro al rinvio, le pressioni esercitate da una coalizione ostile al governo federale che è riuscita ad ottenere che le elezioni si svolgessero sulla base della vecchia legge elettorale. Un sistema di voto su base clanica che ha favorito in passato corruzione e scambi di favori. Ma le tensioni tra i principali partiti rimangono alte e i preparativi elettorali sono in ritardo.

La Somalia che si avvicina al voto è un paese vasto, complesso e ancora disgregato, nel quale vaste aree di territorio sono controllate dal movmento jihadista al-Shabaab e dove il governo federale è percepito come un’entità lontana dalla popolazione, alle prese con una difficile sopravvivenza. Un paese nel quale l’esercito fatica a mantenere ordine e sicurezza, a maggior ragione dopo il completamento del ritiro della missione congiunta Onu e Unione africana, il 31 dicembre prossimo. Il racconto da Mogadiscio della giornalista di origini somale Shukry Said.

Qual’è il clima nella capitale in vista delle elezioni?

Il clima è abbastanza disordinato ma sereno. Non ci sono più le bombe come durante le scorse elezioni, quando auto venivano riempite di esplosivo e fatte esplodere, anche se ci sono ancora ogni tanto alcuni ordigni esplosivi rudimentali che provocano danni molto contenuti. 

Perché si vota ancora con il vecchio sistema, nonostante sia stata varata a febbraio la nuova legge elettorale?

Perché si sono opposte le regioni di Puntlend e Jubaland ed anche alcuni ex presidenti come Sharif Sheikh Ahmed – che guidò il governo transitorio tra il 2009 e il 2012 – e Hassan Sheikh Mohamud – dal 2012 al 2017 – assieme ad altri ex ministri e primi ministri. Questo gruppo si è messo di traverso perché vista la grande popolarità dell’attuale presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmaajo, temono di perdere nell’eventualità che il voto si svolga con suffragio universale (un cittadino, un voto). 

Questo gruppo sostiene la legge 4.5, la legge clanica basata sul voto dei capi tradizionali e di un numero ristretto di delegati, più facilmente malleabili, che garantisce loro di mantenere il potere. Al contrario la popolazione sta generalmente con il presidente e il governo federale.  

Le risulta ci siano infiltrazioni nella politica nazionale da parte di al-Shabaab?

Non ci sono prove, ad oggi, di una palese connivenza con il governo federale, ma analisti che ben conoscono la pancia del potere sostengono ci siano. Per due motivi. Perché gli al-Shabaab fino a 7-8 mesi fa hanno avuto sostegni interni che gli hanno permesso di penetrare nella capitale e realizzare attacchi importanti. Ho parlato con militari ed esponenti delle istituzioni che hanno ammesso che gli al-Shabaab riuscivano ad entrare e portare a termine attacchi dinamitardi in zone nelle quali nemmeno il personale militare aveva accesso.

E questo presuppone che abbiano delle coperture nelle istituzioni locali o regionali. Un altro motivo che lascia pensare che ci siano infiltrazioni politiche deriva dal recente rapporto delle Nazioni Unite sugli interessi economici di al-Shabaab e in particolare sul fatto che uomini del gruppo raccolga regolarmente le tasse nel porto di Mogadiscio, cosa che non potrebbero evidentemente fare senza qualche tipo di connivenza istituzionale.

Recenti studi sostengono che il 20% circa del territorio, in particolare nel sud, sia controllato dai jihadisti. Si voterà in queste aree?

C’è una regione, Medio Juba, a sud d Mogadiscio, che è completamente controllata dagli al-Shabaab che controllano anche piccoli distretti nella regione di Galmudug e in altre zone dove hanno in mano alcuni villaggi. Il governo da mesi, assieme alle forze dell’Amisom, sta cercando di riconquistare questi territori. In ogni caso sicuramente non verranno istituiti seggi elettorali nelle zone ancora in mano ai terroristi.

Quali sono le risorse economiche del governo federale e che peso hanno gli aiuti esteri?

Gli aiuti esteri hanno un peso enorme. Anche perché le entrate del governo sono poche, concentrate sopratutto nelle grandi città e nella capitale Mogadiscio. Anche perché gli stati federati tengono per loro gran parte delle tasse. Sono fondi che da soli non bastano e quindi gli aiuti internazionali sono determinanti sopratutto nel settore della difesa e in quello della sanità.  

La Somalia negli ultimi anni è stata al centro di una lotta per il controllo geopolitico e strategico del Corno, in particolare da parte della Turchia. Qual è il suo peso oggi nel paese?

La Turchia ha assunto un ruolo di enorme rilievo. Oggi conta anche più degli Stati Uniti. Investe nelle infrastrutture e ha accesso diretto ad alcune realtà economiche di primo piano. E’ turca la società che gestisce il porto di Mogadiscio, e ci sono una miriade di società impegnate in vari settori: edilizia, alberghi e sanità.

Nella capitale gestiscono il grande ospedale che un tempo si chiamava Dicfer, in ricordo degli italiani che lo costruirono negli anni ’60, rinominato Erdoğan Hospital nel 2015 quando fu modernizzato e riaperto grazie all’intervento della Tika, l’agenzia per la cooperazione turca. E’ un centro destinato però a curare solo chi si può permettere di pagare ticket molto costosi per le cure.

E’ sempre di Ankara la più grande accademia di addestramento militare di Mogadiscio, che prepara militari destinati ad operare in varie regioni, anche in Turchia. Ankara paga quasi 1000 borse di studio all’anno, ha istituito scuole e voli diretti con la compagnia di bandiera, Turkish Airways, la prima a riprendere i collegamenti aerei nel 2011, togliendo la capitale dall’isolamento. I voli quotidiani, tra l’altro, sono sempre pieni ed è estremamente facile ottenere un visto d’ingresso per i turchi nel paese. Possiamo dire che la Somalia ormai parla turco e che ha occupato il posto lasciato vuoto dall’Italia.

L’Italia dunque continua ad avere un ruolo marginale?

Se vogliamo fare una statistica dopo la Turchia come peso politico in Somalia vengono gli Stati Uniti. Gli Usa investono molto per formare alcune tipologie militari di elìte, nella lotta agli al-Shabaab e nell’appoggio politico, molto forte, alle istituzioni. Al terzo posto c’è il Qatar, anche lui con voli regolari di collegamento e con un importante contributo al pagamento dei salari degli impiegati governativi. Teniamo presente inoltre che ben due presidenti federali sono stati eletti grazie ai contributi elettorali del Qatar.

Il quarto attore politico di rilievo è l’Unione africana capitanata dall’Etiopia, questo almeno fino allo scoppio di questa infausta guerra civile che solleva non poche preoccupazioni anche qui. L’Etiopia infatti fa parte del contingente Amisom e gestisce zone molto delicate come Baidoa, Gedo, Galmuduk. Il conflitto interno (contro la regione ribelle del Tigray, ndr) rischia di causare il ritiro di parte del contingente.

L’Italia c’è e cerca di riannodare i fili. A pesare sull’immobilità in questo nuovo scenario sono le forti preoccupazioni per eventuali attacchi contro suoi cittadini. E questo ci blocca e non ci fa crescere.    

Cosa cambierà con l’uscita di scena dell’Amisom, prevista a fine anno?

Da quello che vedo i militari federali già da quattro anni sono pagati dallo stato. Prendono circa 2 o 300 dollari ma sono sicuri e questo dà loro una certa tranquillità. Non c’è più la tensione di una volta e anche le istituzioni si stanno affidando sempre più all’esercito nazionale per la sicurezza. Ai check point c’è ancora personale delle forze armate somale insieme a rwandesi dell’Amisom che garantiscono serietà e danno fiducia.

L’uscita di Amisom dal paese sarà sicuramente un problema per le istituzioni federali. Perché comunque a Mogadiscio se le cose non si evolvono verso un ulteriore miglioramento la situazione rischia di regredire.     

Come vive queste elezioni la popolazione, in particolare quella fuori dalle grandi città, colpita anche negli ultimi due anni da devastanti catastrofi naturali?

Le vive con disincanto e preoccupazione. Le istituzioni, fuori dalla capitale, sono percepite come molto lontane. Nelle zone remote la popolazione è alle prese con il difficile quotidiano, fatto spesso di prepotenza, tassazioni e raket imposto da al-Shabaab. Si guarda più alle necessità immediate di sopravvivenza che alla politica. In attesa e nella speranza di poter, in un futuro non troppo lontano, esprimere finalmente il proprio voto.