Burundi
L’uccisione del ministro dell’ambiente, Emmanuel Niyonkuru, è l’ultimo anello di una catena di violenze che attraversano il paese da quando il presidente Nkurunziza, violando la Costituzione, si è fatto eleggere per un terzo mandato.

Il 2017 in Burundi è iniziato con un omicidio eccellente, quello del ministro dell’ambiente e della pianificazione urbana, Emmanuel Niyonkuru, ucciso da colpi di arma da fuoco il primo gennaio mentre rientrava nella sua abitazione nella capitale Bujumbura.

Niyonkuru, 54 anni, è il primo ministro in carica ad essere ucciso da quando, nell’aprile 2015, il Burundi è precipitato in una grave crisi politica originata dalla decisione del presidente Pierre Nkurunziza di ricandidarsi per un terzo mandato, in aperta violazione dell’articolo 96 della Costituzione.

Secondo il portavoce della polizia locale, Pierre Nkurikiye, una donna è stata fermata con l’accusa di essere coinvolta nell’omicidio. Non è comunque stato chiarito il motivo per cui Niyonkuru sarebbe stato preso di mira, ma la sua morte può avere ripercussioni. Il ministro Niyonkuru non è il primo uomo vicino al presidente ad essere vittima di un attentato. Alla fine di novembre, Willy Nyamitwe, uno dei portavoce di Nkurunziza, era sopravvissuto a un agguato, mentre negli ultimi mesi in Burundi si è registrato un allarmante numero di attacchi mirati a funzionari militari e governativi di alto livello.

Secondo alcuni attivisti burundesi per i diritti umani, l’uccisione di Niyonkuru può essere collegata alla sua opposizione nell’illecita acquisizione di terreni da parte di alti funzionari governativi. Da rilevare, che il ministro è stato ucciso due giorni dopo che Nkurunziza aveva dichiarato di non escludere di correre per un quarto mandato «qualora il popolo lo richiedesse».

Nella sua brama di potere, il presidente burundese trascura il fatto che da quando ha rifiutato di lasciare il proprio ufficio, la piccola nazione densamente popolata dell’Africa centrale è piombata in una spirale di violenza che ha prodotto l’uccisione di centinaia di persone, migliaia di arresti e costretto oltre 280mila burundesi a rifugiarsi nelle vicine Tanzania e Repubblica democratica del Congo.

Lo scorso aprile, la Corte penale internazionale (Cpi) aveva aperto un esame preliminare sulle violenze e le sparizioni avvenute in Burundi dal 2015. Per questo, il 14 ottobre, il parlamento di Bujumbura, dove il partito del presidente Nkurunziza ha la maggioranza schiacciante, ha adottato un provvedimento che prevede il ritiro del paese dalla Cpi.

Nel frattempo, l’economia del paese è al collasso, come rileva una recente stima del Fondo monetario internazionale, secondo cui la crisi in corso ha provocato un crollo dell’economia del 7,4% nel 2015. Mentre il Pil pro capite si è ridotto a 315,20 dollari l’anno per abitante, declassando il Burundi da terzo paese più povero al mondo al più povero in assoluto.

Negli ultimi mesi, i prezzi di beni e servizi sono saliti vertiginosamente. A incidere in maniera significativa è anche la grave carenza di valuta estera nelle casse del governo di Bujumbura, che sta iniziando a danneggiare pesantemente le imprese e costringendo le aziende a bloccare le importazioni dai paesi vicini.

Emmanuel Niyonkuru