NESSI E CONNESSI – DOSSIER LUGLIO e AGOSTO 2019

“Giovani attivisti di molti stati africani hanno manifestato sui social media e le loro voci sono state amplificate dai paesi vicini. Un movimento nato in rete che ha, in molti casi, portato a iniziative anche off-line attraverso proteste pubbliche e petizioni”.

La scrittrice e analista kenyana Nanjala Nyabola è arrivata a definirlo «panafricanismo dell’era digitale». Il riferimento è alla circolazione, sempre più diffusa attraverso i social network, di idee e riflessioni che corrono di smartphone in smartphone tra giovani di differenti paesi africani coalizzando – attorno a campagne comuni per la rivendicazioni di diritti sociali e politici – persone nate a migliaia di chilometri di distanza, fino a connettersi con esponenti della diaspora residenti in altri continenti.

«In queste iniziative i cittadini sono coinvolti nell’esprimere una solidarietà che richiama quella mostrata dalle generazioni passate durante gli anni delle indipendenze o della lotta anti apartheid», spiega la scrittrice, che al rapporto tra digitale e democrazia ha dedicato il libro Digital Democracy, Analogue Politics (Zed Books, 2018), che prende in esame le elezioni tenute in Kenya nel 2017 e l’impatto dei social media sul voto.

In tempi più recenti Nanjala Nyabola ha continuato in questa sua ricerca e, tra i casi di studio, cita la campagna #FreeBobiWine, nata nel 2018 per chiedere la liberazione del cantante e politico ugandese Robert Kyagulanyi (conosciuto anche come Bobi Wine), che ha avuto vasto eco non solo a Kampala e in Uganda, ma anche in Kenya.

«Negli ultimi anni – ha spiegato l’analista – giovani attivisti in Togo, Zimbabwe, Repubblica democratica del Congo, Camerun, Tanzania e Uganda hanno manifestato sui social media e le loro voci sono state…