Nel cimitero di San Severino Marche una lapide ricorda il partigiano Carlo Abbamagal: “Nato ad Addis Abeba, morto sul Monte San Vicino. Etiope partigiano del Battaglione Mario di San Severino Marche. Insieme ad altri uomini e donne provenienti da tutto il mondo, caduto per la libertà d’Italia e d’Europa”.

Il battaglione Mario era una banda partigiana caratterizzata da un’anima internazionalista, che non ha avuto eguali nella storia della resistenza. Ne fecero parte anche etiopi, somali e eritrei, ossia “sudditi” coloniali. La vicenda di questi partigiani neri è stata raccontata dallo storico Matteo Petracci in un libro uscito qualche mese fa e che unisce rigore scientifico e passione civile: Partigiani d’Oltremare.

A spingere Petracci in questa direzione di ricerca è stata una fotografia, presente negli archivi dell’Anpi, che ritraeva un gruppo di partigiani di stanza nelle Marche. Tra questi uno aveva la pelle nera. Si trattava di Abbamagal, il cui vero nome era Abbabulgù. Cosa ci faceva lì?

La vicenda comincia poco prima che l’Italia entri in guerra ed è legata allo zoo umano realizzato a Napoli, all’interno della grande Mostra dedicata ai Territori d’Oltremare (Mto), fortemente voluta dal governo fascista. Nel villaggio coloniale erano ricostruiti gli habitat tipici dei paesi conquistati e collocati sudditi coloniali figuranti, anche loro marcatamente “tipici”. Per allestire lo zoo umano, dal Corno d’Africa arrivarono una sessantina di etiopi, somali, eritrei e una cinquantina di ascari incaricati di vigilare su di loro.

A esibizione conclusa, i sudditi avrebbero dovuto fare rientro in Africa, ma il 10 giugno 1942, un mese dopo l’apertura della Mto, l’Italia entra in guerra e la mostra viene sospesa. Gli africani rimangono per lunghi mesi internati nel villaggio. Saranno poi trasferiti nelle Marche, a Treia, in provincia di Macerata, e sistemati in una villa fatiscente. Qui, al contrario che a Napoli, ci saranno contatti con la gente del luogo. Seppur scortati sempre dalle guardie, gli africani escono ogni tanto, riescono ad avere informazioni su quello che sta accadendo, e questo ha sicuramente un peso sulle loro scelte future.

Nella notte tra il 24 e il 25 luglio Benito Mussolini viene destituito, l’8 settembre viene firmato l’armistizio. Il 5 ottobre, tre etiopi lasciano la villa per unirsi a un gruppo di partigiani. Man mano ne arriveranno altri. In totale 12, tra cui anche 2 donne. Abbamagal, chiamato Carletto per via della corporatura esile, sarà uno degli ultimi a unirsi ma il primo a cadere. L’ingresso nella resistenza per tutti loro non sarà frutto di un calcolo utilitaristico.

«Pur nella cornice data dalla legislazione razziale e le richiamate restrizioni sulla circolazione, fino ad allora somali, eritrei ed etiopi avevano vissuto in una condizione di semilibertà», osserva Petracci. Non avevano insomma la necessità di schierarsi. Non rischiavano la deportazione (come gli ebrei), non erano prigionieri di guerra. Avrebbero potuto aspettare il passaggio degli alleati per tornare a casa. E molti di loro, in particolare quelli che avevano bambini piccoli, in effetti fecero così.

Nella contingenza attuale, questo libro va ben al di là del suo contenuto storico. «Considero il riemergere di sentimenti xenofobi e razzisti come una minaccia alla pace», scrive l’autore nell’introduzione. «Sono convinto che la battaglia di contrasto a questa deriva vada combattuta con ogni mezzo». Recuperare tessere di verità e di memoria è il mezzo che ha scelto lui.