Madagascar / Voto frustrato
Saranno i soliti noti – Rajaonarimampianina, Rajoelina e Ravalomanana – a contendersi la guida di un paese sfiduciato, impoverito e incapace di innovare la classe dirigente. Si rischiano forti tensioni.

Il 7 novembre e il 19 dicembre prossimi (primo e secondo turno), i malgasci eleggeranno il loro nuovo presidente della repubblica e rinnoveranno il parlamento. L’avvenimento non è banale; dall’indipendenza del 1960 (dalla Francia), nessun presidente è rimasto al potere fino al termine del suo mandato costituzionale o dei suoi mandati consecutivi. Il primo sarà forse l’attuale Hery Rajaonarimampianina, candidato alla sua successione, se non sarà rieletto o, nel caso di rielezione, se porta a termine il secondo mandato nel 2023.

Eletto presidente alla fine del 2013 con il sostegno del presidente della transizione Andry Rajoelina (2009-2013) che non ha potuto presentarsi, Hery Rajaonarimampianina ha creato un suo partito politico all’inizio del 2014. Poi ha traviato una larga maggioranza di deputati per far adottare i propri progetti di legge, non esitando a distribuire valigette piene di denaro per convincere i più restii. Il sistema si è inceppato all’inizio di maggio di quest’anno, quando 73 deputati (su 151) si sono rifiutati di votare leggi elettorali che favorivano oltraggiosamente il potere e sono andati a manifestare sull’emblematica piazza del municipio della capitale Antananarivo.

Ma la popolazione, anche se impoverita e disprezzata, non ha seguito questi pseudo-oppositori versatili, corrotti e divisi, il cui solo obiettivo erano le dimissioni del presidente.

Consultata dal governo, l’Alta Corte costituzionale (Hcc) si è allora sostituita ai legislatori. Ha convalidato le leggi elettorali (modificandole a suo piacimento) e ha trasformato la decadenza del presidente, votata dal parlamento, in una ingiunzione a formare un nuovo governo rappresentativo di tutte le tendenze politiche con il compito di organizzare le elezioni presidenziali anticipate.

Ma il governo di Christian Ntasy, formato in giugno, conta soprattutto uomini vicini al presidente in esercizio e all’ex presidente della transizione. Rapidamente decidono la data del voto; segue il deposito delle 46 candidature, la maggior parte fantasiose. La Hcc ne accetta 36 (tra cui quella di Didier Ratsiraka, 81 anni, presidente dal 1975 al 1992 e in seguito dal 1996 al 2001!), in quanto la documentazione delle altre 10 non era completa. E per completare il quadro, 8 dei 36 candidati accettati hanno richiesto un rinvio delle elezioni…

Istituzioni poco credibili

La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) che ha il compito di organizzare il voto è ampiamente contestata. Ha pubblicato una lista elettorale di 9,9 milioni di cittadini, quando dovrebbero essercene 12,5 milioni considerato che la metà dei 25 milioni di malgasci ha meno di 18 anni. E numerosi cittadini, iscritti alle liste elettorali nel passato, non vi figurano più. Parallelamente, il numero dei seggi elettorali passa da 20mila a 25mila, ma la formazione degli addetti al seggio pone dei problemi in quanto la metà della popolazione è analfabeta, soprattutto nelle campagne.

La recente legge elettorale, manipolata dal potere e dall’Hcc dopo che il parlamento se n’è disinteressato, presenta lacune sorprendenti. Non è stato fissato un tetto di spesa per la campagna elettorale ed è stato soppresso il divieto di ricorrere a finanziamenti esterni. Ne risulta una disparità di mezzi molto evidente: solo tre o quattro candidati si possono spostare in elicottero, di ingaggiare gli artisti più conosciuti e di distribuire gadget ancora prima l’apertura ufficiale della campagna elettorale fissata per l’8 ottobre.

Tanto per capirci, l’attuale presidente del Madagascar, quarto paese più povero del mondo, avrebbe inghiottito 43 milioni di dollari per la campagna elettorale del 2013. Lo afferma un rapporto del 2016 di Ace, un network che analizza la trasparenza e la sostenibilità dei processi elettorali. Significa che Hery avrebbe speso 21,50 dollari per ciascuno dei 2 milioni di voti ottenuti: più di Uhruru Kenyatta (21,16 – Kenya), Donald Trump (12,61 – Usa) o François Holland (1,4 – Francia).

Aggiungiamo il fatto che se le leggi impongono la neutralità delle pubbliche amministrazioni e dei media pubblici, una radicata consuetudine vuole che le une e gli altri sostengano apertamente il presidente in esercizio. E anche se l’attuale Costituzione lo obbliga alle dimissioni due mesi prima del voto, colui che assumerà l’interim è della sua stessa sponda.

Il voto si annuncia dunque esplosivo. Resa fragile da un impoverimento continua da mezzo secolo ed esasperata da dirigenti incompetenti, demagoghi e arroganti, la popolazione potrebbe rivoltarsi nel caso in cui i risultati fossero manifestamente truccati. Ora le rapine elettorali fanno parte della tradizione in Madagascar e l’appropriazione indebita di voti avviene senza troppi patemi d’animo. I risultati sono frequentemente modificati a partire dai seggi di voto e durante tutto il percorso fino alla capitale dove la Ceni, la cui indipendenza è notoriamente nominale, procede alla proclamazione provvisoria. Quanto all’Hcc, che ha il compito di proclamare i risultati definitivi, non può essere un giudice elettorale imparziale, in quanto la sua docilità al potere è ben conosciuta.

Non c’è alternanza

Oltre all’ottuagenario Didier Ratsiraka, che non ha mai davvero abbandonato la scena politica, sono tre i candidati che si contenderanno la presidenza: Hery Rajaonarimampianina (59 anni), Andry Rajoelina (44, presidente dal 2009 al 2013) e Marc Ravalomanana (68, presidente dal 2002 al 2009). Questi tre hanno accumulato enormi fortune nel corso dei loro rispettivi mandati, sono stati implicati in “affari di stato” e uno di loro, Ravalomanana, ha avuto anche una condanna all’ergastolo perché ritenuto responsabile della morte di una trentina di manifestanti nel febbraio del 2009. Ma l’impunità è la regole per una classe politica solidale che difende i propri privilegi.

Uno di questi tre sarà verosimilmente eletto, con un tasso di astensione che si annuncia assai elevato. I malgasci sono infatti rassegnati in mancanza di un candidato valido da eleggere. Paradossalmente, questa elezione consoliderà l’attuale classe politica, a dispetto di tutte le sue tare, e provocherà una ricomposizione marginale del quadro politico. Al contrario, resterà al suo posto il nocciolo duro degli affaristi, organizzato come una vera e propria mafia, che depreda il paese in maniera sistematica.

Non si vede all’orizzonte una vera alternanza: opporsi al potere costituito è incompatibile con la cultura dominante del consenso. Gli sconfitti alla elezioni tengono di solito il profilo basso, prima di riprendere gli affari dopo aver cambiato casacca. La speranza di un cambiamento con la giovane generazione è anch’esso utopico, sempre per le stese ragioni culturali: gli anziani mantengono la preminenza, qualsiasi cosa abbiano potuto fare, e i giovani sono tenuti ad aspettare il loro turno, nonostante le loro competenze e la loro esperienza.

Sylvain Urfer, gesuita francese, è fondatore di Sefafi
Osservatorio della vita pubblica.