4° Convegno missionario nazionale
Per rinnovare l’evangelizzazione e conquistare le giovani generazioni va ribadita la scelta preferenziale per i poveri. Lo ha rimarcato il teologo Gustavo Gutierrez all’appuntamento del mondo missionario a Sacrofano (20-23 novembre), mentre per la teologa domenicana Antonietta Potente missione è desiderio di vita e impegno di trasformazione sociale.

Eravamo in tanti, oltre 800, eppure la metà circa di quanti presero parte al 3° Convegno missionario nazionale di Montesilvano nel 2004 e di età media superiore rispetto ad allora.

Il volto della Chiesa missionaria in Italia con le sue rughe – numericamente in calo e un po’ più vecchia – non deve essere sfuggito a papa Francesco che accogliendoci in udienza sabato 22 novembre nella sala Paolo VI in Vaticano ci ha incoraggiati: la numerosa schiera di missionari e missionarie partiti dall’Italia per altre nazioni sono un dono di cui rendere grazie a Dio e fanno parte del Dna della Chiesa italiana. Ma ci ha anche incalzati: consegnate questa passione per la missione anche alle giovani generazioni.

Rivitalizzare e riaccendere l’entusiasmo per la missione è stato l’obiettivo del 4° Convegno missionario che si è svolto a Sacrofano, a nord di Roma, dal 20 al 23 novembre, organizzato dall’Ufficio cooperazione missionaria tra le Chiese della Conferenza episcopale italiana (nella foto cerimonia di apertura). Il racconto del profeta Giona – “Alzati e va a Ninive, la grande città”, questo lo slogan dell’assise – ha guidato gli interventi e la riflessione dei partecipanti: rappresentanti di istituti missionari maschili e femminili, esponenti di Centri e uffici missionari diocesani e volontari e laici missionari.

Al tavolo della presidenza si sono susseguiti tanti testimoni – più uomini che donne è stato fatto notare – che hanno condiviso l’esperienza vissuta e le sfide della missione in contesti alquanto diversi dall’America Latina all’Africa, dall’Asia all’Europa. Tra le voci più ascoltate – ha strappato l’applauso più lungo dell’assemblea – quella di padre Gustavo Gutierrez, padre della teologia della liberazione.

L’ultraottantenne domenicano del Perù nel suo appassionato intervento ha indicato nell’opzione preferenziale dei poveri la via maestra per rinnovare l’evangelizzazione. Ci ha detto che occorre cambiare il nostro punto di vista per vedere e capire la realtà, e leggerla con gli occhi dei poveri se vogliamo intraprendere la nuova evangelizzazione tanto invocata dal magistero ecclesiale. La solidarietà non può limitarsi all’aiuto immediato ai poveri – per quanto sia necessario – ma deve trasformarsi nella lotta contro le cause della povertà.

In sintonia con il pensiero del teologo peruviano, la teologa domenicana suor Antonietta Potente, che ha lavorato per parecchi anni in Bolivia, ha sottolineato come l’annuncio del vangelo non è mai arrogante – la parola missione porta in se qualcosa di pesante e andrebbe cambiata, si dovrebbe trovare un sinonimo, è il suo suggerimento. La nostra vocazione ci spinge ad incontrarci con compagne e compagni di viaggio che hanno lo stesso desiderio di vita e sono impegnati nella costruzione di un mondo differente, per una convivenza pacifica dell’umanità e una relazione nuova con il cosmo.

La Chiesa, quindi, nell’annunciare il vangelo di Gesù nella sua grande passione per l’umanità, non scoraggi tentativi di trasformazione sociale, cessando di essere diffidente, come spesso accade, verso percorsi di liberazione solo per il fatto che non partono da lei. A convegno terminato, stimolati dalle riflessioni e testimonianze ascoltate durante l’assise, resta il compito di come attuare l’obiettivo prefissato: riaccendere lo spirito della missionarietà in Italia e rinnovare il nostro impegno in fedeltà alla vocazione ricevuta.

Papa Francesco non smette di ricordarci che la Chiesa deve sempre essere in uscita da sé soprattutto verso le periferie delle sofferenze umane. La sfida delle migliaia di fratelli e sorelle che in numero crescente cercano rifugio e protezione sul nostro territorio in fuga da paesi dove c’è guerra e persecuzione non può lasciare indifferenti noi missionari e missionarie che operiamo in Italia. È Dio che bussa alle porte dei nostri conventi e case religiose perché sappiamo farci carico in modo concreto delle loro necessità e sostenere la speranza per la ricostruzione di vite spezzate.