Il Giornale e i missionari
Un presepe con tutti personaggi con la pelle nera ha dato la stura al livore di un giornalista nei confronti della congregazione e, in particolare, di padre Alex Zanotelli. Gli rispondiamo con grande serenità, provando a fargli comprendere che cosa significa missione.

 

Paolo Granzotto, vicedirettore del Giornale berlusconiano, si è dilettato il 2 gennaio a rispondere – nella sua rubrica “L’angolo di Granzotto” – a un lettore “disgustato” nell’aver visto a Roma un presepe comboniano, con tutti i personaggi di colore. Nel suo scritto la firma storica del Giornale si è divertito a dileggiare i comboniani (li ha definiti «quegli invasati dei padri comboniani»), raccontando di «quella loro fissa dell’Africa – per loro l’ombelico del mondo – e degli africani come razza eletta». Se la prende, in particolare, con padre Alex Zanotelli, battezzandolo «il combonian de’ comboniani», «Alex l’Africano» e come il sacerdote che «da tempo si batte come un leone per un nuovo cristianesimo tukullocentrico» e per una «teologia dell’invenzione».

In risposta alle gravi offese gratuite e alle falsità, risponde padre Elio Boscaini, già direttore di Nigrizia e missionario comboniano in Togo.

 

 

Caro Paolo Granzotto,

queste mie righe semplicemente come reazione, anche un po’ divertita per la verità, alla sua risposta al signor Gino (vedi Il Giornale del 2 gennaio 2010) che sembra non concordare con il presepe «con tutti personaggi di colore sistemati in un tukul», esposto nella chiesa dei comboniani a Roma.

Vorrei, innanzitutto, ringraziarla per aver dato spazio ai comboniani che, nel percepito della gente, sono pur sempre la punta di diamante (o una spina…) della missionarietà del nostro popolo. La pubblicità costa cara e a chi ce la dona gratuitamente va il mio ringraziamento.

 

Ma vengo alla sostanza del “contendere”. Che i comboniani abbiano un debole per l’Africa (senza dimenticare le centinaia che lavorano in America Latina, con un debole evidente per quei paesi) è da ritenersi cosa normale: così li ha voluti, infatti, quel lombardo doc e veronese di adozione che è stato il loro fondatore, san Daniele Comboni, innamorato fino alla follia degli africani. Il che non fa necessariamente di quei nostri fratelli i soli “pacifici, onesti, buoni, volenterosi” sulla terra. Anzi. I comboniani conoscono fin troppo bene povertà, malattie, ingiustizie, migrazioni forzate, violenze e guerre che l’Africa sta sperimentando. Basterebbe poi dare una semplice occhiata a quanto detto dai vescovi africani su sé stessi e sul loro continente durante il recente Sinodo dei vescovi consacrato all’Africa e celebratosi a Roma nell’ottobre scorso, per renderci conto che l’Africa non è certo il paradiso terrestre! Tuttavia, “a volte più che di un mondo nuovo c’è bisogno di occhi nuovi per guardare il mondo”. Vorrei parafrasare queste parole della canzone di Baglioni, applicandole all’Africa: più che di un’Africa nuova c’è bisogno di occhi nuovi per guardare l’Africa.

 

I comboniani ringraziano Dio di aver ricevuto in dono occhi nuovi per guardare l’Africa. Non è che così saltino sulle disgrazie senza fine del continente, ma non dimenticano mai che tante disgrazie degli africani hanno radici ben fondate qui da noi, nel nostro modo di rapinarne le ricchezze, per esempio, senza togliere nulla alle responsabilità degli africani stessi, a cominciare dalle dittature militari che uccidono ogni libertà e giù giù fino alla corruzione che cancrena l’intera società.

Gli africani non sono “la razza eletta”, ma i comboniani li vorrebbero “eletti” almeno quanto gli altri popoli. Il “motore” del loro amore folle per gli africani, infatti, altri non è che quel Bambino al centro dei nostri presepi, che, pur sempre intrigandoci perché non smette di farci litigare, è venuto tra noi per insegnarci che siamo tutti fratelli perché figli dello stesso Papà.

 

Per aver frequentato padre Alex per anni, mi fa sorridere leggerlo definito «leone» che si batte «per un nuovo cristianesimo tukullocentrico». Rifiutare di attualizzare il presepio nell’oggi della storia – quindi il tucùl al posto della grotta, per esempio – ai comboniani sembrerebbe fare solo dell’archeologismo. È proprio del carisma comboniano la scelta preferenziale, e quindi manifestamente di parte, dell’Africa, quella di oggi beninteso, ma solo perché ci pare che, come ai tempi del Comboni, l’Africa rimanga ancora il continente più impoverito e abbandonato a sé stesso. Bisognerà pure trovare qualcuno che si metta dalla sua parte, se vogliamo che si sieda alla tavola comune del condividere mondiale! Ben vengano, quindi, quelli che ci fanno conoscere dell’Africa anche le cose belle: la sua arte, la sua cultura, il suo canto e anche la sua teologia. Sì, perché in Africa sta crescendo prepotentemente una chiesa che per Benedetto XVI costituisce “la speranza” del futuro. Il che non nega assolutamente il bello e l’ottimo degli altri.

 

E torno al presepio. Per i comboniani si tratta di far parlare l’Africa, di darle voce, favorendo l’epifania dei protagonisti africani che, pure “abbronzati”, non sono più fuori luogo se ci guardiamo intorno per scorgere le centinaia di migliaia di “abbronzati” che si muovono accanto a noi! Possono darci anche fastidio, ma vorremmo che loro fossero i protagonisti e non solo e sempre figure di sfondo «spesso colti nell’atto di guardare il cielo degli aiuti senza cogliere le istantanee degli sguardi rivolti verso la loro terra da coltivare e da valorizzare», come direbbe Jean-Léonard Touadi.

Ci sembra poi di essere in buona sintonia con la sensibilità di tanti credenti, se ad Agrigento il presepe della cattedrale taglia i magi perché clandestini «respinti alla frontiera assieme agli altri immigrati». So di toccare un tasto sensibilissimo. Ma bisognerà pure confrontarci, se credenti, con il lieto annuncio di quel Bambino che diciamo di adorare come Signore e Salvatore!

 

Ai comboniani, infine, sembra di essere in perfetta sintonia con Benedetto XVI che, pur mettendo in guardia contro i virus che la minacciano, parla dell’Africa come di «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e speranza». Parla del «grande dinamismo» conosciuto dall’Africa negli ultimi anni. L’Africa, insomma, «continente della speranza». E rivolgendosi alla Curia romana per gli auguri di Natale, lunedì 21 dicembre, il Papa diceva che per la chiesa e per lui personalmente «l’anno che si sta chiudendo è stato in gran parte nel segno dell’Africa». Ricordava di aver sperimentato con commozione «la grande cordialità» con cui è stato accolto dagli africani nel suo viaggio di marzo in Camerun e Angola: «Tutti insieme siamo famiglia di Dio, fratelli e sorelle in virtù di un unico Padre: questa è stata l’esperienza vissuta». E delle celebrazioni liturgiche africane che lo avevano incantato parla, rifacendosi al Padri della chiesa, di sobria ebrietas. Chiaro che il Pontefice si preoccupi del rischio di politicizzare il ministero, ma si chiede anche «come possiamo essere realisti e pratici».

 

I comboniani profittano di ogni occasione per situarsi decisamente dalla parte degli africani. Non ci sembra un eccesso, “mattane” proprio no, ma solo una missione.

 

Con stima. Elio Boscaini