Dibattito sul colonialismo europeo, 2
Luciano Ardesi

«La colonizzazione è un crimine contro l’umanità». Difficile stabilire quanto questa dichiarazione di Emmanuel Macron abbia contribuito alla sua elezione a presidente della Francia nel ballottaggio del 7 maggio contro Marie Le Pen, o quanto abbia facilitato quest’ultima a raggiungere il secondo turno delle presidenziali.

Pronunciata in febbraio ad Algeri, in piena campagna elettorale, durante una intervista a una tv privata algerina, era chiaramente opportunista e diretta a guadagnare il voto dei franco-algerini, la più numerosa delle comunità di origine straniera. La dichiarazione aveva sollevato molte polemiche in Francia, la Le Pen l’aveva sfruttata a suo vantaggio negli ambienti tradizionalisti e contrari all’immigrazione. D’altro canto doveva permettere a Macron di farsi perdonare dichiarazioni rese qualche mese prima in senso completamente opposto, circa gli «aspetti positivi» della colonizzazione.

Una nutrita schiera di intellettuali e di forze politiche francesi si era affrettata a prendere le distanze da quel concetto di “crimine contro l’umanità” con diverse argomentazioni. In Africa, la dichiarazione era stata dibattuta in molti paesi, ed è tornata di attualità anche di recente.

Il calendario delle elezioni presidenziali in Francia infatti è casualmente coinciso con gli anniversari di due delle pagine più nere della colonizzazione francese in Africa. In Madagascar il 70° anniversario dell’8 maggio è stato ricordato quest’anno con particolare rilievo. Conosciamo i dettagli attraverso un’unica straordinaria testimonianza. Quando una fucilata lo colpisce al petto e lo fa precipitare nella fossa comune, mentre i corpi degli altri ostaggi gli cadono addosso, Rakotoniana è solo ferito. Decide di non muoversi e attende la notte per fuggire in quel terribile 8 maggio 1947.

Tre giorni prima, mentre il Madagascar si era già incendiato, i militari francesi del distretto d’Ambatondrazaka avevano rastrellato presunti insorti e li avevano caricati prima dell’alba su tre vagoni bestiame. Il treno con i 166 ostaggi arriva nel primo pomeriggio a Moramanga. Verso mezzanotte i militari di guardia, col pretesto che gli insorti si appresterebbero a liberare i prigionieri, ricevono l’ordine di mitragliare il treno.

I 71 sopravvissuti vengono incarcerati, ma il giorno dopo sono di nuovo portati nei vagoni, senza cibo. Nel pomeriggio dell’8 maggio vengono divisi in tre gruppi e messi davanti al plotone di esecuzione. Cadranno uno dopo l’altro, con Rakotoniana solo sopravvissuto del “treno di Moramanga”. L’insurrezione malgascia era iniziata il 29 marzo 1947, un anno dopo si calcola che i morti siano stati circa 100.000.

Due anni prima, l’8 maggio 1945, la Francia festeggia la fine della guerra. Nello stesso giorno in Algeria, a Sétif alcune migliaia di algerini manifestano pacificamente per quella liberazione che invece il loro paese non ha ancora avuto. La bandiera algerina viene fatta sventolare; i gendarmi chiedono che venga consegnata, ma per i patrioti algerini è un oggetto sacro. Il portabandiera, un giovane scout, viene abbattuto, e subito dopo dalle finestre alcuni europei cominciano a tirare sulla folla che lascia altri morti e feriti.

Alcuni gruppi cercano di reagire attaccando gli europei. La risposta sarà terribile. Sétif, Guelma e altre cittadine della regione di Costantina sono investite dai militari e dalle milizie dei coloni a caccia dell’arabo. A fronte di un centinaio di morti europei, impossibile stabilire la cifra esatta dei caduti algerini, sicuramente diverse migliaia in poche settimane (il governo di Algeri avanza oggi la cifra di almeno 45.000 morti). 

Memoria selettiva

Questi due episodi consentono ora di inquadrare meglio la polemica sorta all’indomani della dichiarazione di Macron. Dimostrano come le atrocità caratterizzino non solo l’inizio della colonizzazione, ma anche la fine degli imperi coloniali, ben oltre la fine della

Seconda guerra mondiale. Il conflitto mondiale appena terminato aveva lasciato dietro di sé migliaia di analoghi fatti crudeli ed efferati nei confronti di milioni di vittime, scelte con accuratezza: ebrei, rom, omosessuali, disabili, testimoni di Geova, oppositori politici, minoranze “razziali”. Per questi reati due tribunali speciali, quello di Norimberga e di Tokyo, giudicheranno rispettivamente i crimini compiuti dai nazisti e dall’esercito giapponese; nessun dubbio sul fatto che fossero crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Quando ormai la comunità internazionale li condanna, questi crimini continuano nelle colonie europee. Due Tribunali speciali e la nascita delle Nazioni Unite non mettono dunque fine alle atrocità del colonialismo.

Mentre la memoria dei vincitori della Seconda guerra mondiale è riconosciuta, quella del colonialismo degli stessi paesi, Francia, Gran Bretagna che hanno dato origine all’Onu, viene tenuta nascosta, per non parlare poi di Spagna e Portogallo e di altri paesi europei, Italia compresa. Tanti episodi ancora oggi dimostrano che questi paesi non riescono a elaborare il proprio passato coloniale. Il “libro nero” del colonialismo non ha ancora finito di scrivere i capitoli dei tragici avvenimenti più recenti.

«Anacronistica» è stato uno dei commenti più diffusi alla dichiarazione di Macron. Gli storici sembrano avere una memoria selettiva, i “crimini di guerra” dei nazisti durante il conflitto mondiale sono riconosciuti, quelli successivi compiuti nel vano tentativo di conservare le colonie europee invece non lo sono più. Il tema è da tempo dibattuto in Africa, senza aspettare Macron.

In Algeria specialmente è sempre di attualità, talmente la repressione della lotta di liberazione (1954-62) ha segnato la popolazione: un milione di vittime tra morti, feriti e deportati a forza in campi simili a quelli di concentramento. La memoria stessa continua a essere un terreno di scontro: Parigi non ha ancora reso all’Algeria tutti gli archivi. Senza contare il fatto che i crimini sarebbero continuati anche dopo l’indipendenza fino al 1966, con l’occultamento delle tragiche conseguenze degli esperimenti nucleari francesi nel Sahara algerino.

Genocidio herero

Alcuni giuristi ricordano che il reato di “crimine contro l’umanità” formulato dallo Statuto di Roma (1998) della Corte penale internazionale (art. 7) si applica solo agli eventi futuri. Altri sostengono che quella definizione, che pure menziona espressamente la tortura, non sarebbe comunque applicabile, ad esempio, all’uso sistematico della tortura da parte dell’esercito francese durante la lotta di liberazione algerina; per gli episodi di questo periodo inoltre la Francia si è già autoassolta con un’amnistia.

Dietro queste prese di distanza si nascondono più concretamente i timori di richieste di riparazioni se gli episodi citati e altri venissero riconosciuti giuridicamente come “crimini contro l’umanità”. Nella memoria africana infatti non vi sono dubbi che si tratta di crimini contro l’umanità, anche se la strada giudiziaria resta molto ardua.

Nel 2001 ci hanno provato i rappresentanti del popolo herero: l’iniziativa è stata rilanciata più recentemente, all’inizio di gennaio, da due associazioni della Namibia, rappresentanti i popoli herero e nama, davanti a un tribunale di New York per ottenere riparazione del primo genocidio del ’900 perpetrato dalla Germania in Namibia. Il governo tedesco sta negoziando con quello namibiano una dichiarazione condivisa per esprimere le proprie scuse per i massacri, ma non vuol sentir parlare di risarcimenti.

Sulla richiesta del pentimento, e delle scuse, da parte delle potenze coloniali non c’è tuttavia unanimità. Per alcuni intellettuali africani tale battaglia sarebbe funzionale a nascondere i misfatti dei dirigenti africani dopo la fine del colonialismo, o anche la partecipazione di alcune élite alla stessa colonizzazione o alla tratta degli schiavi. Come si vede un problema complesso. Un atto di pentimento o la presentazione di scuse ufficiali da parte europea aprirebbero tuttavia la strada al riconoscimento dei fatti storici, premessa indispensabile per la riconciliazione.

Per misurare la distanza abissale tra crimini coloniali e coscienza pubblica anche nel nostro paese, basti pensare al recente monumento (2012) al maresciallo Rodolfo Graziani, nel comune di Affile (Rm), cancellando la memoria dei massacri di cui si rese protagonista prima in Libia, poi in Etiopia e infine come ministro della guerra della Repubblica di Salò.

E la perdita di memoria ha colpito anche Giovanni Belardelli, opinionista del Corriere della Sera, nonché storico delle dottrine politiche, che sul quotidiano aveva stigmatizzato le dichiarazioni di Macron come “anacronistiche”, come se quello coloniale fosse solo un lontanissimo passato. Una settimana prima Gian Antonio Stella aveva ricordato sullo stesso quotidiano la strage dei monaci etiopici ordinata da Graziani ed eseguita il 21 maggio 1937 nel monastero di Debre Libanos, a nord di Addis Abeba, nella regione oromo. A 80 anni dal crimine, nessuno ha mai pagato. E così il luogo comune di italiani, brava gente, continua a permanere nella nostra memoria collettiva.

Nella foto: persone di etnia herero in un campo di concentramento. Il primo genocidio del ’900 ebbe luogo nell’Africa tedesca del sud-ovest (oggi Namibia) fra il 1904 e il 1907. Lo subirono i popoli herero e nama.

 

Luciano Ardesi è sociologo, giornalista e scrittore, e segretario nazionale della Lega per i diritti e la liberazione dei popoli.