Da Nigrizia di aprile 2012: cristiani e politica
Il 16 febbraio scorso, a 20 anni esatti dalla “Marcia della speranza” del 1992, i cristiani avrebbero voluto, con manifestazioni pacifiche e nonviolente, riproporre la necessità di una vera democrazia. Ma il potere si è violentemente opposto e la chiesa cattolica, divisa a livello di clero, non ha saputo cogliere l’occasione per dare un contributo profetico alla maturazione della società congolese.

Per inquadrare correttamente quanto è avvenuto nella capitale Kinshasa e in altre città del paese lo scorso 16 febbraio – giorno in cui doveva tenersi la “Marcia dei cristiani” (vietata dalle autorità), che chiedeva nuove elezioni, dopo quelle del 28 novembre, definite irregolari da più parti, e le dimissioni della Commissione elettorale – è bene ricostruire come la chiesa congolese si è mossa negli ultimi 20 anni, a partire dal 16 febbraio del 1992.

 

La Conferenza nazionale sovrana (Cns), che era stata aperta a Kinshasa nel 1990 dopo le consultazioni popolari organizzate nei primi mesi di quell’anno dal presidente-dittatore Mobutu, impressionato dalla perestroika (ricostruzione) che dal mondo sovietico si era diffusa anche in Africa, aveva suscitato nei congolesi una speranza immensa di un cambiamento democratico.

 

Ma il 19 gennaio 1992, il primo ministro Karl i Bond sospese la Cns. Grande delusione e forti reazioni un po’ dappertutto, specialmente a Kinshasa. Fu così deciso di organizzare una marcia pacifica e nonviolenta, domenica 16 febbraio 1992, per chiedere al governo la riapertura della Cns e l’accettazione delle eventuali proposte. Fu soprattutto la chiesa cattolica a organizzare e a catalizzare tutte le reazioni. Si distinse in questo lavoro di sensibilizzazione don José Mpundu, fondatore nel 1989 del Gruppo Amos (movimento di resistenza nonviolenta alla dittatura di Mobutu).

 

Quella domenica fu percepita dai congolesi come il momento iniziale della vera democratizzazione. Più di un milione di persone, dopo la prima messa del mattino, si riversarono nelle strade della capitale per dirigersi verso Saint Joseph, chiesa parrocchiale del quartiere Matonge, nel centro di Kinshasa. La gente camminava pacificamente, mostrando le insegne della fede: croci, rosari, uniformi dei vari movimenti di azione cattolica.

 

Joseph Ntumba, della parrocchia Maria Madre dell’umiltà, partecipò a quella marcia, fu ferito a un ginocchio dalla polizia e subì l’amputazione della gamba destra. Oggi racconta: «Tutti avevano paura a Kinshasa. Nessuno usciva di notte, perché la Guardia presidenziale, i cui soldati venivano chiamati dalla gente “gufi”, non faceva che rubare e uccidere. Decisi di partecipare alla marcia il giorno prima. Bisognava far capire che il paese viveva in una situazione ingiusta e intollerabile. Il silenzio è sempre complice del male. Staccai la croce che era appesa nel salotto di casa, la nascosi sotto la camicia e partii».

 

La reazione del potere fu terribile: 37 almeno le vittime, fra cui un bambino di 10 anni e una ragazzina di 14, senza contare i feriti e i dispersi. Certi elementi della Guardia presidenziale, vestiti delle uniformi della Croce Rossa, avevano il compito di trafugare i cadaveri e di farli sparire. Per impedire che ciò avvenisse, padre Léon de Saint Moulin, gesuita, fece raccogliere i corpi dei deceduti nella chiesa di Saint Joseph a Matonge, li fece identificare, compilò la lista e poi mise un pezzo di cartone con i dati personali ai piedi di ciascun morto.

 

Da un Kabila all’altro

La “Marcia della speranza” ebbe un impatto fortissimo sulla popolazione congolese. Don José Mpundu ne spiegò l’esito in poche parole: «La conseguenza più spettacolare è che il popolo si è messo in piedi e non ha più paura. La paura ha cambiato di campo. È il potere che ha paura del popolo. La repressione sarà ancora più violenta. Ma il popolo vincerà».

 

Ed è quello che avvenne. La Cns riprese i lavori il 6 aprile, presieduta da mons. Laurent Monsengwo Pasinya, allora arcivescovo di Kisangani e presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco). Cosa sarebbe successo? Ci sarebbe stata una vera democratizzazione? Il dittatore Mobutu, nonostante le proteste e la marcia dei cristiani, non cedette il potere e le divisioni apparse in seno alla Cns aprirono le porte a un intervento esterno. Intervento minacciato da Melissa Wells, ambasciatrice degli Stati Uniti a Kinshasa, che già nel 1991 aveva detto a Mobutu: «L’epoca in cui avevamo bisogno di lei è finita. La guerra fredda è finita. Se non accetta la nostra proposta di un cambiamento democratico, la obbligheremo con la forza a lasciare il potere. Ne abbiamo i mezzi».

 

In effetti, la guerra di invasione del paese, organizzata e sostenuta dagli Usa, ci fu. Nel 1996, l’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione (Afdl) dello Zaire (sarebbe diventato Rd Congo l’anno successivo), con in testa Laurent Désiré Kabila, un ribelle lumumbista di vecchia data, iniziò la conquista del paese. A dirigere le operazioni erano gli ugandesi e i rwandesi, che ricevevano gli ordini direttamente da Washington. Lo Zaire-Congo fu certo liberato da un dittatore, il 17 maggio 1997, ma pagò un costo in vite umane molto elevato: più di 5 milioni di morti.

 

Ma almeno la democrazia fu instaurata? Affatto. Anzi, la dipendenza politica ed economica dai paesi stranieri divenne ancora più evidente. La guerra, scatenata il 2 agosto 1998 (perché rwandesi e ugandesi rifiutavano di lasciare l’Rd Congo, da dove drenavano risorse minerarie) e definita la “prima guerra mondiale africana”, opponeva da una parte Rwanda, Burundi e Uganda, appoggiati dagli Usa, e dall’altra Angola, Zimbabwe, Ciad e Namibia, alleati di Kinshasa. L’accordo di pace di Lusaka (10 luglio 1999), le discussioni di Sun City (25 febbraio-11 aprile 2002), il governo dell’1+4 (un presidente con 4 vice, che rappresentavano la divisione del paese causata dalla guerra) e la presenza delle forze dell’Onu, hanno permesso di andare verso una parvenza di democrazia, rimarcata dalle elezioni del 2006, che hanno visto Joseph Kabila (subentrato al padre Laurent-Désiré, assassinato il 16 gennaio 2001) accedere alla magistratura suprema.

 

Per uno stato di diritto

E veniamo all’oggi. In un messaggio del Consiglio dei laici cattolici del Congo (Calcc), datato 8 febbraio 2012, si legge: «La Marcia dei cristiani del 16 febbraio 1992 non si è ancora fermata. Essa continua nel rispetto della memoria dei nostri martiri e accettando il metodo della nonviolenza evangelica, fino alla realizzazione nel nostro paese di uno stato di diritto». Si fa allusione alle elezioni presidenziali e legislative svoltesi il 28 novembre 2011, che hanno visto molte irregolarità e numerosi brogli. Così questi laici cattolici, a nome della società congolese, hanno detto: «Non si costruisce uno stato di diritto basato su una cultura dell’imbroglio, della menzogna e del terrore, della militarizzazione e dell’impedimento flagrante della libertà di espressione».

 

La direzione del Calcc faceva riferimento alla presa di posizione di mons. Monsengwo, divenuto arcivescovo di Kinshasa nel dicembre 2007 ed elevato al cardinalato nel novembre 2010. Il 12 dicembre 2011, il prelato aveva detto: «All’analisi dei risultati pubblicati dalla Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) il venerdì 9 dicembre 2011, si può realmente concludere che questi risultati non sono conformi né alla verità né alla giustizia».

 

La dichiarazione del cardinale ha scatenato una reazione furibonda da parte del regime, che lo ha accusato di basarsi su cifre false e di voler imporre una sua visione politica. Invece le cifre presentate dal cardinale, come prova dei brogli, tutti perpetrati contro il candidato Étienne Tshisekedi, corrispondevano a verità. L’arcivescovo si diceva moralmente tenuto a offrire il suo contributo e quello della chiesa per stabilire la verità delle urne. La Conferenza episcopale si esprimeva, più o meno, nella stessa maniera.

 

È emersa allora la necessità di riproporre la “Marcia dei cristiani” per il 16 febbraio 2012, vent’anni dopo la “Marcia della speranza” e in ricordo dei martiri della democrazia. I promotori di questa iniziativa sono stati i laici del Calcc. Ma il 15 febbraio, il governatore di Kinshasa proibiva la marcia, dando così alla polizia carta bianca per intervenire. In effetti, la polizia è intervenuta pesantemente. Sono stati arrestati tre preti (padre Guy Ekofa, parroco di Saint Adrien; don Jean Matiti, parroco di Saint Jean Apôtre; don Placide Okalema, che risiede all’arcivescovado), un diacono, Bernard Mimbayi, economo all’arcivescovado di Kinshasa, e diversi laici. Sono stati rilasciati tutti nella notte o il giorno dopo.

 

La marcia, quindi, anche se i cristiani si erano riuniti nelle varie chiese parrocchiali, non ha avuto luogo, anche perché una pioggia torrenziale si è abbattuta sulla città. Ma soprattutto perché squadroni di poliziotti, schierati nei punti strategici della città, sono intervenuti con la forza per impedire qualsiasi assembramento, anche solo di due persone, specialmente nei pressi delle chiese. A Saint Joseph di Matonge i carri armati hanno bloccato le uscite del cortile della parrocchia e vari gruppi di persone sono stati dispersi con lanci di bombe lacrimogene.

 

Divisi

Proteste contro il governo, per aver impedito la marcia, sono piovute un po’ dappertutto: Unione europea, Belgio, Monusco (forze delle Nazioni Unite presenti in Rd Congo), Asadho (associazione africana di difesa dei diritti umani) e varie organizzazioni non governative. Forti critiche anche contro l’oscuramento, nella giornata del 16, del segnale della televisione e radio cattolica Elikya.

 

Comunque, questa “Marcia dei cristiani” non è stata un avvenimento nazionale. Ha purtroppo manifestato la profonda divisione che esiste in seno alla chiesa cattolica, sia tra i fedeli che tra i pastori.

 

Don Léonard Santedi, segretario generale della Cenco, intervistato dalla rivista comboniana Afriquespoir, ha fatto questo secco commento: «Cacofonia ». In effetti, se un gruppo di laici, spalleggiati da alcuni preti di Kinshasa, ha proposto un’iniziativa per esigere la verità delle urne del 28 novembre (e cioè una nuova organizzazione delle elezioni) e le dimissioni della Ceni, non avevano l’appoggio del cardinale di Kinshasa, né tanto meno quello della Cenco. Anzi, alcuni vescovi hanno parlato contro iniziative del genere e in favore della situazione politica creatasi dopo il voto. Molti laici cattolici, poi, hanno invitato i loro pastori a «non fare politica» e a limitarsi alla diffusione dei valori evangelici.

 

La “Marcia dei cristiani” del 16 febbraio, pur avendo avuto soprattutto un impatto internazionale notevole, non ha aiutato i cattolici a evolvere nel loro impegno in politica, per costruire uno stato di diritto e una società in cui giustizia e pace abbiano il posto dovuto. Molta strada resta ancora da percorrere.

 

 

Box: Cristiani in piazza / Parla don José Mpundu

 Un segnale andava dato

Non c’è democrazia e i cristiani devono gridarlo. Il fondatore del Gruppo Amos, che si oppose anche a Mobutu, spiega perché la marcia, lanciata da laici cattolici e vietata dal regime, avrebbe dovuto avere il sostegno di tutta la chiesa.

«Vent’anni fa, con la Conferenza nazionale sovrana, volevamo riappropriarci della nostra storia. La “Marcia della speranza” del 1992 continua ancora, perché anche oggi la nostra storia è scritta altrove. Le elezioni del 28 novembre scorso sono state una carnevalata. Non è stato rispettato il volere del popolo. Una grande presa in giro, un cumulo di brogli a favore di un solo candidato. Questa non è democrazia. Per questo il popolo congolese, lo scorso 16 febbraio, doveva manifestare con una marcia pacifica e nonviolenta».

Così José Mpundu, sacerdote e psicologo di formazione, responsabile della parrocchia di Saint Alphonse nel quartiere Matete, nel centro di Kinshasa, tratteggia la situazione. Nel 1989 ha fondato il Gruppo Amos, dal nome del profeta biblico che più degli altri ha parlato di giustizia sociale. È stato l’animatore della “Marcia della speranza” del 1992, quando più di un milione di cristiani sfilarono per le vie di Kinshasa per reclamare la democrazia. Ha ricevuto due volte il premio da Pax Christi International; nel 2000, quello dell’associazione André Ryckmans di Bruxelles.

Tra gli organizzatori della “Marcia dei cristiani” dello scorso febbraio, don Mpundu ritiene che il governatore della capitale, André Kimbuta, l’abbia vietata perché «il potere aveva e ha paura». E spiega di essere stato avvicinato da emissari del governo, che gli hanno chiesto di bloccare la manifestazione. Ma lui ritiene che per disinnescare il dissenso «questo regime totalitario debba ascoltare la voce del popolo». E ha le idee chiare anche riguardo alla posizione della chiesa istituzione: «L’iniziativa della marcia è partita dal Consiglio dei laici cattolici del Congo (Calcc). La Conferenza episcopale non si è associata e il cardinale di Kinshasa non ha detto una parola. Il problema per la chiesa in Congo sono i soldi: quelli distribuiti dal potere. E va ricordato che il presidente Kabila è il figlioccio di Paul Kagame, presidente del Rwanda, che è l’uomo di fiducia delle multinazionali statunitensi, cinesi, canadesi, francesi, sudafricane, che vogliono sfruttare le risorse congolesi. I soldi corrompono tutto. Ecco perché ci sono divisioni fra i pastori». (T. F. Nya)

 


 



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