“Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi” recita il proverbio. Un ammonimento a non usare l’ironia quando si parla della o delle divinità. Un tema balzato drammaticamente all’onore delle cronache quando, il 7 gennaio del 2015, due uomini armati di mitra attaccarono la sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, uccidendo dodici persone.

Mentre compivano il massacro, gli assassini inneggiavano ad Allah. La colpa dei reattori di Charlie Hebdo era di avere pubblicato vignette satiriche su Maometto. Al di là di questo tragico episodio compiuto da fanatici, la domanda che dobbiamo porci è se sia lecito o meno scherzare su tematiche religiose e soprattutto, è così per tutti?

Provano a spiegarcelo tre studiosi di discipline diverse, come Maurizio Bettini (classicista), Massimo Raveri (storico delle religioni) e Francesco Remotti (antropologo). Gli autori ci conducono lungo tre percorsi diversi che però spesso si intrecciano.

Bettini esplora il mondo dell’antichità, mostrandoci come già nel poema babilonese Athrahasis, risalente al II millennio a.C. ci sono scene in cui gli dèi vengono descritti ironicamente come ubriaconi in cerca di vino. Per non parlare della tradizione greca, dove da Omero ad Aristofane le battute sulle divinità dell’Olimpo si sprecano.

Non solo, ma anche le divinità stesse sembrano apprezzare lo scherzo e la buona battuta, infatti vengono spesso descritti in atteggiamenti scherzosi. Un atteggiamento simile lo ritroviamo nell’antica Roma, dove Plauto descrive Giove come un impostore e donnaiolo, descrivendone spesso la goffaggine.

L’umorismo è un dato quanto mai culturale e per questo difficilmente traducibile (vedi la recente gaffe dello spot di Dolce & Gabbana in Cina). Per comprenderlo occorre appartenere alla cultura che lo produce e tanto quella greca, quanto quella romana, consideravano gli dèi come vicini agli umani e pertanto possibili oggetto di scherno, ma anche possibili compagni di risate. Saranno i monoteismi, spiega Bettini, ad allontanare la divinità dai mortali, impedendo così quel rapporto paritario, fondamentale per lo scherzo.

Si ride insieme a Ta no kami, il dio delle risaie del Giappone. Un riso di gioia, di condivisione con la divinità per il raccolto ottenuto o perché il riso è stato piantato e si auspica una felice annata. Raveri offre altri esempi di “riso teologico” nello shintoismo tradizionale.

Riso che viene però bandito a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando i valori fondamentali shinto vengono manipolati dal potere politico, per costruire una visione più etica, che cancellerà il riso dall’esperienza religiosa. Anche le risate di Buddha verranno cancellate nelle narrazioni successive, come è accaduto per Gesù, quando sappiamo che entrambi hanno sicuramente amato la compagnia con gli amici e la buona risata. Troviamo invece l’uso comico nello zen.

Infine Remotti ci accompagna nelle religioni “senza nome”, come le definisce lui. Quei culti “minori” praticati da molte popolazioni dell’Africa, dell’America latina, dell’Oceania. In particolare, in riferimento ad alcuni culti africani, emerge la figura del trickster, una sorta di buffone divino, che gioca a scompigliare le regole, che si prende gioco di tutto e di tutti, divinità comprese.

Un testo interessante e stimolante, che fa riflettere sull’importanza della comicità quale fattore di cambio di paradigma, grazie al paradosso. Un mezzo che può stabilire un rapporto diverso con le divinità, che forse andrebbe ricuperato, per creare un patto nuovo, di convivenza più serena.