Colloquio con Laura Frigenti
Allargare lo sguardo, non lasciarsi contagiare della cattiva informazione, dalla difficoltà del momento e dai richiami della retorica, per non rinnegare quello che anche noi siamo stati: un popolo di migranti. Questa la ricetta per una ‘sostenibilità delle migrazioni’ secondo la direttrice dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

“Bisogna avere accesso a informazioni corrette; ad esempio sapere che nel mondo il 90 per cento dei migranti si ferma in paesi poveri o emergenti”. La direttrice dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), Laura Frigenti, parla con Nigrizia al termine di una missione in Giordania. Un paese che ha conosciuto guerre e sperimentato sacrifici ma è stato per decenni esempio di disponibilità ad accogliere. Oggi su nove milioni di abitanti più di due sono rifugiati. Palestinesi, iracheni e ora, dal 2011, soprattutto siriani: secondo la Banca mondiale, ogni anno solo per assistere quelli censiti nei suoi campi profughi la Giordania investe due miliardi e mezzo di dollari, un quarto delle entrate statali.

Possibile allora che nel dibattito italiano si siano fatte strada accuse come quelle rivolte alle ong, additate come complici di scafisti e trafficanti? “Voglio solo pensare”, risponde Frigenti, “che tanta di questa retorica che sentiamo da un po’ sia soprattutto il frutto di un momento di contrazione economica e quindi di difficoltà oggettiva che rende più difficile ispirarsi a quei principi di generosità, solidarietà e sostegno alla base della nostra tradizione come paese e delle scelte fatte costantemente nel corso degli anni”. Respingere chi è in fuga dalla guerra o è comunque in cerca di un futuro migliore sarebbe un po’ rinnegare se stessi. “L’Italia è stata un paese di grande emigrazione”, riprende Frigenti, “e se le logiche che ora stiamo adontando fossero state applicate ai nostri nonni o bisnonni gli effetti sarebbero stati devastanti”.

Nel colloquio restano ai margini dichiarazioni e polemiche, da quelle del procuratore distrettuale di Catania Carmelo Zuccaro, che dice di non avere prove, a quelle pre-elettorali di esponenti di più partiti. C’è invece il giudizio complessivo sulle organizzazioni della società civile, “il meglio dello spirito produttivo e solidale d’Italia”, e l’attenzione per tante famiglie “rese più dure dai picchi altissimi di disoccupazione giovanile e dal ridursi delle capacità di acquisto”.

La convinzione è che sia però necessario allargare lo sguardo al di là dei confini nazionali, in un mondo dove “tutti hanno bisogno degli altri”. Parole pronunciate anche domenica a Sabha, al confine con la Siria, dove la Cooperazione italiana ha donato alle comunità locali un parco intitolato a Lampedusa (nella foto, un momento della cerimonia di inaugurazione). Isola di accoglienza e simbolo di umanità, forse anche riferimento dal quale partire per comprendere cosa sta accadendo. “In linea di massima i giovani che arrivano sono i più qualificati e attrezzati anche perché i viaggi sono provanti e costosi” sottolinea Frigenti: “In un paese come il nostro, con indicatori demografici preoccupanti, contribuiscono al sistema pensionistico, immettono risorse nel risparmio postale e quando riescono ad avere successo diventano essi stessi generatori di impiego”.

Secondo un rapporto della Fondazione Moressa, nel 2015 circa due milioni e 300 mila lavoratori stranieri hanno prodotto 127 miliardi di euro di ricchezza, quasi il 9 per cento del Pil. E il saldo è davvero positivo se si considera che la spesa pubblica destinata agli immigrati non supererebbe i 15 miliardi, appena l’1,75 per cento del totale. Numeri da capire e interpretare, tra gli spunti di uno studio appena realizzato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo insieme con l’Università Tor Vergata. Il titolo, Towards a Sustainable Migration, è un programma: ricette sostenibili, e non parlate di emergenza.