Monsignor Jesus Ruiz Molina al termine delle celebrazioni di insediamento nella diocesi di Mbaïki

Il 25 aprile, Monsignor Jesús Ruiz Molina – 62 anni, missionario comboniano di origine spagnola, finora vescovo titolare di Are di Mauritania e ausiliare della diocesi di Bangassou, città a 750 km a est di Bangui – ha preso possesso canonico della diocesi di Mbaïki (prefettura della Lobaye, nel sud-ovest della Repubblica Centrafricana) nella cornice di una celebrazione eucaristica che si è tenuta nella cattedrale Sainte Jeanne d’Arc straripante di fedeli, venuti dalle diverse parrocchie di Mbaïki e anche dalla capitale Bangui.

Da ricordare che la presa di possesso della propria diocesi da parte di un vescovo è l’atto giuridico con il quale chi è stato nominato vescovo, diventa a tutti gli effetti e formalmente pastore della diocesi che gli è stata affidata. Monsignor Molina succede a un altro missionario comboniano, Monsignor Guerrino Perin che, oltre ad esserne stato l’iniziatore, ha guidato la diocesi di Mbaiki per oltre venticinque anni.

Dopo la celebrazione solenne, che ha visto la partecipazione del Nunzio apostolico e di quasi tutti i vescovi della Conferenza episcopale centrafricana (Ceca), abbiamo chiesto al nuovo pastore di indicarci, a caldo, alcune impressioni sulla giornata e le priorità di cui dovrà farsi carico sin dall’inizio del suo ministero pastorale.

«Guidare una diocesi è una grande responsabilità, pensando soprattutto al fatto di essere straniero e al contesto di crisi e violenza che il paese attraversa già da un decennio. Tuttavia, ciò che mi incoraggia, è vedere tanta gente motivata a collaborare, a coinvolgersi nel servizio pastorale. Mi affido alla Grazia di Dio. Se sono stato chiamato a lavorare qui, sono certo che il Signore continuerà a proteggere e custodire il suo popolo. La parola di Dio che sento rivolta alla gente in questo momento è quella di consolare il suo popolo. Se facciamo questo, la sua missione sarà compiuta».

Per quanto riguarda, invece, le sfide che ha davanti?

La prima cosa che devo fare è ascoltare, rendermi conto della realtà. Non conosco in modo approfondito tutta la diocesi. Ho lavorato 10 anni a Mogoumba, ma già da 4 ho lasciato questa diocesi di Mbaïki. In questo momento è più che mai importante ascoltare la gente per organizzarci insieme. Non sono venuto con programmi prefissati. La realtà del paese ci pone davanti sfide continue.

La priorità che è stata presa di comune accordo alla Ceca è la ricostruzione. Non si tratta tuttavia di ricostruire soltanto i muri, per quanto ce ne sia davvero bisogno – penso soprattutto alle strutture scolastiche -, si tratta di rifondare la persona ferita, di guarire le ferite profonde della gente, umiliata da questa interminabile crisi.

Ci sono categorie alle quali pensa in particolare? Penso anche ai musulmani…

Questa è un’altra grande sfida davanti a noi: che i fratelli musulmani possano tornare a casa loro. Finora ce ne sono molto pochi a Mbaïki, alcuni si trovano a Boda, tanti non sono mai rientrati dopo la crisi.

C’è anche da considerare tutta la questione relativa al popolo Aka (pigmei), particolarmente rappresentato in questa diocesi (sono circa 25mila). Dobbiamo organizzare una pastorale specifica per questo popolo, marginalizzato, sfruttato, discriminato dal governo centrafricano.

Altri aspetti su cui porre la nostra attenzione riguardano il personale apostolico, che non è sufficiente, e il laicato, che dovrebbe essere maggiormente preparato e che possa essere messo nelle condizioni di collaborare ad affrontare le problematiche che si presentano ogni giorno. Ma per questo è cruciale l’educazione. Monsignor Rino Perin ha lavorato molto in questo campo.

Queste sono alcune sfide che ci interpellano, ma soprattutto vorrei sottolineare ancora una volta come la ricostruzione dei cuori, il tema della pace, vedere come lavorare insieme, rappresentino aspetti cruciali di cui occuparci.

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