Il caso delle “navi a perdere”
Non solo la malavita organizzata. Ma tranquilli imprenditori del Nord-est negli anni d’oro della cooperazione hanno fatto affondare container al largo delle coste somale per intascare i premi dei sinistri marittimi. Ma non sempre la truffa funziona…

All’improvviso, sembrano riemergere dal passato storie cancellate dalla memoria. Dalle acque del Mediterraneo, ad esempio, comincia a venire alla luce un’eredità nascosta e inquietante: un cimitero di relitti tossici disseminati in decenni di criminali “politiche ambientali”. Le cosiddette “navi a perdere”, quelle barche cariche di scorie affondate al largo delle coste e con le quali politici e mafiosi guadagnavano due volte: s’intascavano i soldi per la sistemazione dei rifiuti e, nello stesso tempo, anche il premio assicurativo previsto per i sinistri marittimi. Le inchieste calabresi, della Procura di Paola in particolare, ne stanno svelando gli intrecci. Ma nei periodi delle tentazioni impunite, gli affaristi senza scrupoli italiani avevano spedito quei carghi, per farli sparire, anche verso le mete del neo-colonialismo dei rifiuti pericolosi. Al largo delle coste somale, soprattutto. Come abbiamo raccontato anche nello scorso numero di Nigrizia, già nel 1992 i funzionari del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) affermavano che in Somalia erano state scaricate un milione di tonnellate di rifiuti tossico-nocivi.

 

Ma da quelle coste, oggi, non emergono solo i racconti dei bidoni tossici depositati sui fondali. Ma anche i racconti dei bidoni economici. Delle truffe. Che testimoniano come le vittime del tisico sistema politico-economico italiano non fossero solo le popolazioni di quella fetta d’Africa. Ma gli stessi contribuenti italiani. Vittime di spregiudicati imprenditori e di sodali travet pubblici. La storia che racconteremo fotografa esattamente questa quotidianità del malaffare. La normalità della frode ai danni degli ultimi. Soprattutto africani.
Siamo a Verona. Metà anni ’80. Sono gli anni dell’età dell’oro per il business con la Somalia, paese nel quale si celebra uno dei più imponenti festini della corruzione politica italiana. Nel decennio 1981-1990, il nostro paese diventa il maggior donatore di aiuti internazionali al governo di Mogadiscio. La Corte dei Conti calcolerà, successivamente, che il finanziamento sarà di 1.506 miliardi di lire. Di questi fondi, l’80% è destinato alla realizzazione di progetti “fisici”. Colate di cemento e di denaro: il 49% va alla costruzione di grandi infrastrutture (opere di regime), il 21% alla realizzazione di investimenti produttivi concentrati (industrie e aziende agricole moderne) ad alta intensità di capitali, e un 15% a investimenti socio-comunitari, a beneficio diretto della popolazione. In realtà, quella pioggia di miliardi lascia sulla sua scia solo deserto. Sono gli anni del sacco socialista e della granitica amicizia tra Bettino Craxi e Siad Barre, il dittatore somalo. Sono gli anni finiti sotto la lente d’indagine dei magistrati italiani e di una sconfinata produzione saggistica.

 

In quel periodo, anche in riva all’Adige si pensa di approfittare della manna improvvisa che bacia quel paese del Corno. Quattro imprenditori si buttano nella mischia. Gli viene chiesto di aprire un’azienda ittica: un allevamento di aragoste. Ci pensano. Vanno nella capitale somala. Poi decidono di dare una sterzata al business. Abbandonano il settore ittico e si buttano nel manifatturiero: il progetto è di creare alle porte di Mogadiscio, su una grande area, una fabbrica di conceria, un calzaturificio, una fabbrica di detersivi e un’azienda di bibite che dovrebbe avere la concessione per la Coca- Cola. La conceria è un tipo di azienda che tira da quelle parti. I somali sono bravissimi nella lavorazione delle pelli. Sembra che anche il vescovo di Mogadiscio, mons. Salvatore Colombo, volesse crearne una. Ma il 9 luglio 1989 un killer gli spara mettendo fine alla sua vita e ai suoi progetti. E di una conceria si trova traccia anche in uno dei block notes di Ilaria Alpi, la giornalista Rai uccisa anche lei a Mogadiscio il 20 marzo 1994. In uno dei suoi appunti si parla di alcune opere, tra cui appunto una conceria, «semplicemente inattive. (Sic)». Chissà se è la stessa struttura lasciata in eredità dagli imprenditori scaligeri? I quali hanno agganci giusti. Anche politici. Nel loro business si butta pure un noto avvocato di Mogadiscio, Hassan Shek Ibrahim, amico dei potenti e, soprattutto, consulente di Barre. È uno che conosce bene l’Italia e il Vaticano.

 

In poco tempo spuntano come funghi gli scheletri delle imprese che avrebbero dovuto dar da lavorare a un migliaio di somali. Ma nel 1988 le cose si complicano. Inizia a mancare un po’ di liquidità, quella necessaria per l’acquisto dei macchinari e delle materie prime. Ci vorrebbero 600 milioni di lire. A quel punto, tre imprenditori decidono di mollare l’affare. Il quarto, un imprenditore dell’est veronese, non cede. Si affida a un nuovo “consulente” ben introdotto nei meandri della politica italiana. L’obiettivo è di trovare da qualche parte quelle centinaia di milioni di lire necessarie per alimentare il business. Il consulente, che abbiamo incontrato e che ci ha raccontato un pezzo della storia, decide d’incontrare un sottosegretario dell’epoca, ben introdotto negli affari africani. Il quale lo dirotta al ministero del Commercio con l’estero.
Il disegno scellerato che si sta profilando è chiaro: con la complicità dei funzionari italiani si sarebbe fatta partire una nave diretta a Mogadiscio. A bordo, due container carichi di materiale, che sarebbero stati assicurati per un miliardo di lire con la Sace, l’agenzia pubblica di credito all’esportazione. Quei due container carichi di fuffa, tuttavia, non avrebbero mai dovuto arrivare a destinazione, perché avrebbero dovuto inabissarsi al largo della Somalia. L’imprenditore avrebbe incassato il miliardo di lire: 600 milioni sarebbero serviti per far partire la conceria e il calzaturificio; 400 milioni come premio per la truffa.

 

Un progetto fotocopia di molti che si sono realizzati in quegli anni, ci confida il consulente. Il quale non fa fatica ad agganciare l’uomo giusto ai piani alti del ministero del Commercio con l’estero. Il dirigente assicura che ci penserà lui. Del resto, conosce bene i meccanismi della truffa. In cambio chiede “solo” un orologio d’oro del valore di 60 milioni di lire. A Verona si festeggia. La nave con i due container carichi di vecchi macchinari, trattori da rottamare e altri rifiuti inutili, salpa dalla Liguria. Ma la tragedia spesso si trasforma in farsa. Che cosa succede, infatti? Un giorno, l’imprenditore scaligero riceve una telefonata. «Obiettivo fallito», si sente dire dall’altro capo del telefono. «Hanno buttato a mare altri container. I tuoi sono arrivati normalmente a destinazione». Per la sua disperazione. E per la sorpresa dei somali, che attendevano macchinari ultra moderni, e che si sono trovati tra le mani ferri vecchi arrugginiti.

 



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