Il 12 ottobre la Corte internazionale di giustizia dell’Onu, che ha sede all’Aia, ha emesso il suo verdetto: la Somalia ha sostanzialmente ragione nella contesa con il Kenya per la sovranità di un braccio di Oceano Indiano al largo delle coste dei due paesi. Si tratta di un triangolo di circa 100mila km² originato dal diverso modo di considerare i confini marittimi: per la Somalia è valido il prolungamento della linea terrestre, per il Kenya il parallelo del punto di incontro della costa tra i due paesi.

Nell’area delimitata dalle due linee si troverebbero notevoli risorse ittiche e promettenti giacimenti di gas e petrolio, e questo naturalmente aggrava la disputa. I giudici, per la verità, hanno deciso in modo quasi salomonico: la linea di confine passa all’interno della zona contesa, riconoscendo così un tratto di mare, per la verità limitato, anche a Nairobi.

La reazione dei due paesi alla sentenza è stata ovviamente molto diversa. Il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo ha detto che la decisione è un punto fermo per relazioni di buon vicinato. Quello kenyano, Uhuru Kenyatta, ha fatto sapere che il suo paese non accetta la sentenza, che non rinuncerà nemmeno a un centimetro del proprio territorio e farà qualsiasi cosa per difenderlo.

Mare conteso da anni

I problemi, tra Nairobi e Mogadiscio, sono annosi. Era il 1979 quando il Kenya definì i propri confini marittimi e proclamò la sua sovranità sul triangolo di mare conteso. A suo dire, la Somalia non avrebbe reagito e dunque avrebbe tacitamente accettato la decisione.

Nel 1979 a Mogadiscio era presidente Siad Barre, che fu deposto nel gennaio del 1991. Poi iniziò una lunghissima stagione di guerra civile e caos istituzionale. In quel periodo la definizione dei confini marittimi non era certamente una priorità. Appena la Somalia ebbe un governo stabile, la discussione sui confini riacquistò rilevanza.

Nel 2009 i due paesi firmarono un Memorandum of Understanding (MoU) in cui si impegnavano a portare la discussione davanti alla Commissione sui limiti della piattaforma continentale, di cui avrebbero accettato il responso. Nel maggio del 2013 i due governi rilasciarono una dichiarazione congiunta in cui si impegnavano a trovare una soluzione soddisfacente per entrambi, ma il mese successivo la Somalia fece sapere di non essere più interessata a discutere la questione bilateralmente. Tuttavia, nel corso del 2014 ci furono diversi incontri tra le delegazioni dei due governi che si risolsero in un nulla di fatto. In agosto Mogadiscio decise di portare la disputa davanti alla Corte internazionale di giustizia.

(Credit: Bbc)

La Corte disconosciuta

Il governo di Nairobi dapprima accettò, obtorto collo, di discutere il caso nella sede scelta dal paese rivale. Poi sostenne che quella sede non aveva giurisdizione sul caso, istanza rifiutata dalla Corte nel gennaio del 2017. Infine cercò di rimandare la sentenza con diversi espedienti. In un ultimo tentativo di impedire ai giudici di pronunciarsi, a pochi giorni dalla sentenza si ritirò dal processo, in modo da avere un ulteriore cavillo da giocare a suo vantaggio.

Sentenza definitiva

Le sentenze della Corte sono infatti finali e definitive. Non è previsto alcun appello, ma neppure modalità per farle rispettare. In alcune occasioni sono state impugnate o semplicemente non rispettate. È il caso, ad esempio, del Regno Unito in una disputa con le isole Maurizio, e degli Stati Uniti in una con l’Iran. Il Kenya, nel rifiutare la sentenza, avrebbe perciò alcuni autorevoli predecessori.

Ma potrebbe avere anche alcune ulteriori carte da giocare. La più pesante potrebbe essere quella di portare il caso davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, dove ha un seggio non permanente dall’inizio di gennaio, e la presidenza per questo mese di ottobre. Potrebbe inoltre chiedere una revisione, presentando, tuttavia, documenti nuovi e rilevanti per il caso.

Nairobi dice ora di avere una mappa che non faceva parte del dossier presentato alla Corte internazionale e che sosterrebbe le sue ragioni.

Comunque vada, la dichiarazione del presidente Kenyatta non fanno sperare in una facile e veloce composizione della disputa, che ha già provocato gravi tensioni, e la rottura delle relazioni diplomatiche, solo recentemente ristabilite, tra Nairobi e Mogadiscio.

La posta in gioco

La posta in gioco è molto alta. Entrambi i paesi hanno già assegnato diritti per prospezioni petrolifere nell’area contesa. Anche l’Eni sta facendo ricerche offshore in 6 blocchi nel bacino di Lamu, in parte compreso nell’area in discussione, a profondità che vanno da mille a 1.400 metri. La sentenza potrebbe avere un impatto anche sulle attività della popolazione costiera del Kenya, le cui maggiori fonti di reddito derivano dalla pesca. Le relazioni tra i due paesi sono infine cruciali per il controllo dei gruppi terroristici con radici somale e che operano nei due paesi e nella regione in generale.

 

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