Le strade di Lusaka sono cambiate. Il suo traffico caotico ha lasciato il posto all’asfalto. L’emergenza ha sparecchiato la città, come si fa dopo una cena con amici, lasciando un po’ di solitudine, silenzio e qualche macchia di vino rosso sulla tovaglia.

Le frontiere sono chiuse, ma non del tutto. Resta aperto solo il Kenneth Kaunda International Airport, tutti gli altri sono chiusi. Le attività turistiche nei gradi parchi del paese sono sospese. Gli animali tirano il fiato, la gente la cinghia. Scuole, università e college, chiusi a tempo indeterminato.

La Lusaka dello #StayatHome

La Lusaka da bere, quella dei volonturisti in cerca di esperienze forti per decorare il loro CV e quella del business, è momentaneamente in pausa, con la promessa che l’intrattenimento riprenderà al più presto. I primi uffici a chiudere sono stati quelli delle grandi organizzazioni internazionali e delle medio\grandi Ong, che hanno una forte componente di expat, ma sarebbe più giusto chiamarli semplicemente immigrati.

Tutte le ambasciate hanno chiuso, lasciando solo uno spiraglio aperto per le emergenze, una sorta di porta sul retro dove comprare la brioche con la crema alle quattro del mattino. Alcuni diplomatici sono stati rimpatriati, così come il personale di associazioni e business privati.

I “forestieri” rimasti, sono chiusi in casa, stanno già seguendo le direttive del loro paese d’origine, anticipando le misure preventive pronunciate, forse un po’ in ritardo, dal presidente dello Zambia, Edgar Chagwa Lungu, il 25 marzo scorso. Sono rimasti, ma vivono con la paura di essere perseguitati come untori, per il solo fatto di venire da paesi a loro volta vittime di contagio. Terrore di una possibilissima violenza, che gli può scoppiare contro, come il primo tuono di un temporale.

Tutti i bar e locali notturni, sono stati chiusi completamente, resta una mezza misura per i ristoranti, che devono solo fare consegne a domicilio o offrire il servizio takeaway, ma in realtà è come fossero già chiusi, almeno per quanto riguarda gli incassi. L’economia già agonizzante del paese, vive con il fantasma di un futuro peggiore – si stava meglio quando si stava peggio – qualcuno potrebbe dire. Si va in chiesa, ma a numero ridotto e con cronometro alla mano: non più di 50 persone per un ora massimo, così come matrimoni, funerali e seminari vari.

Questa è la Lusaka che ha il terrore negli occhi, il buio nel cassetto dove ha nascosto i sogni, la Lusaka dello #StayatHome, con le scorte di cibo a casa e abbastanza di fondi in banca da potersi permettere la clausura per una manciata di mesi. In questa città, stare a casa è davvero una strategia possibile di contenimento.

E la Lusaka di chi non può

Poi c’è l’altra città, che rappresenta la maggior parte degli abitanti di Lusaka, quelli che sono abituati a fare i conti con le epidemie di colera, di meningite, di tubercolosi, quelli disarmati, quelli senza ombrello. Le loro strade sono sempre affollate, perché lo #StayatHome, è una prevenzione importante sì, ma che non funziona per tutti. Nel compound, (Favela o Slum) dove si vive in sette, otto o addirittura in dieci in una stanza di quattro metri per quattro, senza elettricità e acqua, senza finestre e con il tetto basso di lamiera che scotta di sole pesante, forse è il caso di adottare misure alternative di prevenzione.

In una comunità di sessantamila persone circa, ad alta densità di popolazione, la prossimità è inevitabile come il respiro, e la distanza di sicurezza è un lusso che non si può comprare. Lo ‘state a casa’, non è per tutti.

Si deve uscire

Si deve uscire, se non si vuole morire sepolti dalla povertà. Si deve uscire, non perché – eh ma tanto uno spritzzetino non ha mai ammazzato nessuno- ma per prendere l’acqua in taniche gialle da venti litri, e anche più volte al giorno. Si deve uscire, non per andare a fare la spesa, ma perché il conto corrente è un ricercato speciale, un latitante sparito da molti anni, forse da sempre. Si deve uscire per trovare i soldi per fare la spesa, che è il passo prima. Si deve uscire, perché l’economia informale con cui si regge il compound, non ammette assenteismo sulle strade. Pena; la fame.

Si deve uscire con lunghe passeggiate, non per far pisciare il cane, ma perché è il tuo bagno a esser fuori e pure condiviso con altre due o tre famiglie, come quello dei nostri nonni al tempo della guerra, ma mi raccomando #StayatHome.   

In questa seconda città, c’è preoccupazione ma non terrore. C’è la paura quasi amica, che accompagna l’esistenza di migliaia di vite. L’emergenza è una tradizione che visita tutti gli anni, lo stato d’allerta è un appuntamento obbligatorio al quale non si può dare buca. È data scritta in rosso, senza numero, sul calendario di ogni anno.

Nelle viuzze polverose, dove la pioggia è già ricordo, la gente parla della pandemia, di cosa succederà, di cosa si lascerà dietro, ma nascosta tra note della voce, c’è la speranza di chi ne ha viste tante, forse troppe. C’è quella luce tremante, che non lascia vincere il buio attorno, forse anche con quella dose d’ancestrale fatalismo.

È la speranza di chi è sopravvissuto come un gatto, e sa che dalle nove vite, gliene rimane ancora qualcuna. Tutto è pronto per farsi sorprendere dalle varie ed eventuali che non sono state considerate, ma nonostante la tragedia, e i suoi artigli, la comunità sorprenderà l’aggressore con un colpo di creatività, e continuerà ad esistere con la speranza di chi conta poco, pur essendo la maggioranza. Per il resto, state a casa… se potete.