Con la ratifica dell’Honduras a fine ottobre, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) entra in vigore dal 22 gennaio 2021. Un traguardo atteso da anni, che però non si tradurrà con un effettivo disarmo nucleare del pianeta.

Tra i 50 stati che lo hanno ratificato non c’è traccia, infatti, di Stati Uniti e Russia che, secondo le ultime del Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), detengono più del 90% delle 13.865 armi nucleari sparse per la terra; seguono Cina, Regno Unito, Francia, Israele, Iran, Pakistan, India e Corea del Nord.

Il mondo si muove dunque in ordine sparso, fatta eccezione per l’Africa. Con la firma del Trattato di Pelindaba del 1996, entrato in vigore nel luglio del 2009 e a cui a oggi non aderisce solo il Sud Sudan, il continente africano si è dichiarato zona libera da armi nucleari. Un impegno rafforzato dall’alta adesione al Tpnw, ratificato da Botswana, Gambia, Lesotho, Namibia, Nigeria e Sudafrica.

Il percorso che ha condotto a questa corale presa di posizione non è però stato privo di ostacoli. Per decenni diversi paesi africani sono stati visti dalle ex potenze coloniali come il “retro di casa” ideale in cui mettere alla prova capacità balistiche e velleità nucleari.

La memoria corre rapida al 13 febbraio del 1960, il giorno del Gerboise bleue, il primo test condotto dalla Francia con la detonazione di una bomba atomica nel poligono nucleare B2-Namous nel distretto di Reggane, nella parte centro-meridionale dell’Algeria.

Nei sei anni successivi sarebbero stati in totale 17 i test effettuati dall’Eliseo in questo sito e in quello di In Ekker (distretto di Tamanrasset). Esperimenti per decenni insabbiati nel deserto, di cui sono emerse però nel luglio 2020 nuove prove dal report Radioactivity Under the Sand, pubblicato da Ican France (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) e dall’Observatoire des armements, secondo cui sarebbero ancora presenti scorie radioattive nei territori interessati dalle esplosioni.

Risale invece al 22 settembre 1979 l’esplosione di un satellite statunitense di tipo Vela tra l’Atlantico meridionale e l’Oceano Indiano a sud del Sudafrica, causata da un test nucleare di cui i principali indiziati restano i governi di Israele e Città del Capo.

Occhio all’Egitto

Orrori del passato che l’Africa è riuscita a lasciarsi alle spalle includendo la questione del disarmo nucleare tra i punti chiave del processo di ribellione al gioco coloniale culminato nel 1960 con la dichiarazione di indipendenza di 17 stati subsahariani. Proprio a quell’anno risalgono le parole di Kwame N’Krumah, primo presidente del Ghana indipendente: «Non ci stiamo liberando da secoli di imperialismo e colonialismo solo per essere mutilati e distrutti dalle armi nucleari».

Parole che avrebbero segnato il passo del movimento antinucleare in tutto il pianeta, e che andavano a integrare un disegno ideologico in cui erano già stati posti i primi fondamentali tasselli dell’Africa libera: l’internazionalismo nero, l’anticolonialismo e la strategia del non allineamento.

Eppure il ruolo centrale che l’Africa si è ritagliata nel fronte antinucleare oggi non viene riconosciuto a livello internazionale. Storicamente, il dibattito sul nucleare – sia per scopi pacifici che militari – viene considerato un “affare” occidentale. Secondo Olamide Samuel, coordinatore di Scrap Weapons (Strategic Concept for the Removal of Arms and Proliferation), questa esclusione fa parte di una dialettica strumentale per dimostrare che solo una cerchia di stati occidentali sia sufficientemente responsabile da possedere armi nucleari e abbia la maturità politica e tecnologica per evitare lo scoppio di una guerra atomica.

«Tuttavia sappiamo bene che si tratta semplicemente di un mito – spiega Olamide Samuel a Nigrizia ‒. I numerosi incidenti causati da test e le minacce di alcuni leader mondiali di premere il “pulsante rosso” (vedi Donald Trump, ndr) dimostrano che il possesso di armi nucleari non ha alcun senso per nessuno stato».

Difficile dire se e quanto l’imminente entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari riuscirà a fissare dei paletti più rigidi per limitare la libertà di manovra delle potenze nucleari. «I cinque stati che le posseggono e che fanno parte del Trattato sulla non proliferazione nucleare (Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Usa) hanno respinto il Tpnw e non lo firmeranno, e India e Pakistan hanno dichiarato la stessa cosa», puntualizza Tariq Rauf, direttore del programma per il disarmo nucleare del Sipri.

Senza dimenticare, poi, le zone grigie in cui si districano quei paesi che hanno firmato degli accordi senza però ratificarli, e che oggi sono sospettati di lavorare segretamente a programmi nucleari militari. Ci riferiamo all’Egitto, regime militare che non ha nemmeno firmato il Tpnw, ma che per interessi energetici continua a essere considerato un interlocutore privilegiato per la stabilità nel Mediterraneo.

Il commento di Mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi:


I numeri:

13.865: gli ordigni nucleari oggi in mano agli stati

1996: con il trattato di Pelindaba l’Africa si dichiara zona libera da armi nucleari

2017: il 7 luglio il Tpnw è stato adottato in sede Onu

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