Nulla da celebrare
Tre anni da nazione in grado di fare da sé. Tre anni che sembrano essere trascorsi inutilmente. Il dossier "Anniversario armato".

Oggi, 9 luglio, il Sud Sudan celebra il terzo di indipendenza. Un ben triste anniversario, nel mezzo di una guerra civile di cui non si vede la fine e nel pieno di una crisi umanitaria ormai definita catastrofica dalle organizzazioni dell’Onu competenti.

Fin troppo facile il paragone con 3 anni fa, quando il mondo si era radunato a Juba per festeggiare la nascita del nuovo paese. Strade ingolfate di traffico, feste ad ogni angolo di strada, celebrità internazionali (George Clouny per citarne una) che si scambiavano pacche sulle spalle e boccali di birra. La notte scorsa il coprifuoco è iniziato alle 20 e la polizia aveva ordine di sparare su chiunque fosse per la strada dopo quell’ora.

Le radio private locali (l’indipendente radio Tamazuj, la cattolica radio Bakita e radio Miraya delle Nazioni Unite) hanno raccolto una serie di testimonianze significative dell’umore della gente nella giornata di oggi. Ne riportiamo una, quella di Juma Ramadan, un residente di Juba: “E’ triste celebrare mentre i nostri fratelli sono rifugiati nei campi di protezione dei civile delle Nazioni Unite. Ci siamo precipitati nei problemi da soli, nessun altro può essere biasimato per questo. Abbiamo combattuto per 21anni per avere l’indipendenza, ma poi non abbiamo fatto le cose per bene. Il nostro paese è considerato il più corrotto e il più fallito paese del mondo”.

E non differentemente si sono espresse le autorità ed autorevoli organizzazioni. Ieri, nel suo discorso di fine mandato, Hilde Johnson, Speciale rappresentante del Segretario Generale dell’ONU in Sud Sudan, ha elencato i fattori che hanno portato alla situazione attuale: 1 – il cancro della corruzione, con il petrolio diventato una maledizione invece che una benedizione; 2 – il dominio delle armi e non della legge, con impunità tra le forze e i servizi di sicurezza; 3 – il governo di un’elite a favore di se stessa, e molto meno al servizio della gente. (clicca qui per l’intero discorso)

Altra dichiarazione pubblica durissima quella di Amnesty International: “Sud Sudan: giorno dell’indipendenza macchiato da crimini di guerra continuati e da una imminente carestia”.
Mentre l’International Crisis Group lancia l’allarme per “Fermare la dilagante guerra civile in Sud Sudan”. Nell’analisi sottolinea come il conflitto potrebbe presto investire nuovi stati finora passati quasi indenni attraverso la bufera. Preoccupazioni in particolare per il Western Bahr El Gazal (dove infatti sono già 1500 gli sfollati per scontri ed instabilità nei pressi della capitale, Wau), i tre stati dell’Equatoria, i cui governatori si sono espressi per la federazione, suscitando la brusca reazione del presidente Kiir, e la crescente instabilità nello stato di Lakes. Il comunicato parla chiaramente anche di civili che verrebbero mobilitati attorno a Juba e di scontri tra le guardie del corpo, di etnia Mundari, del governatore del Central Equatoria e la guardia presidenziale dinka, scontri negati da entrambi (e narrati come un tentativo di rapina). Il testo ribadisce le raccomandazioni riportate nel rapporto rilasciato il 10 aprile scorso (South Sudan: A Civil War by Any Other Name) e per ora rimaste lettera morta.

Insomma, una situazione esplosiva, ancora ben lontana dal far intravedere una possibile soluzione e breve termine. Ci si augura, tuttavia, che l’anno prossimo, il quarto anniversario dell’indipendenza possa essere celebrato in un’atmosfera del tutto diversa.

Per approfondire scarica qui il dossier dal titolo “Sud Sudan: Anniversario armato” curato da Bianca Saini per l’Ong italiana Manitese.