Legge bavaglio
Forti reazioni alla legge sull’informazione, approvata dal parlamento, che vuole limitare la pubblicazione di notizie considerate “sensibili”. Ora il provvedimento passa alla Camera alta. I giornalisti parlano di legge “formato apartheid”. Le opposizioni ricorreranno davanti alla corte costituzionale.

Martedì scorso il parlamento sudafricano, dove l’African National Congress (Anc) ha la maggioranza, ha adottato una legge sull’informazione che giornalisti e ampi settori dell’opinione pubblica ritengono liberticida. Si chiama legge di “protezione delle informazioni di stato” e limita la possibilità di pubblicare notizie classificate “sensibili”, con pene per i giornalisti che vanno da 5 ai 25 anni di carcere.

Ora il testo deve essere votato dalla Camera alta del parlamento, prima di arrivare alla firma, si prevede nel 2012, da parte del presidente Jacob Zuma. Ma i partiti di opposizione intendono ricorrere davanti alla corte costituzionale perché ritengono questa legge incompatibile con la legge fondamentale che il Sudafrica si è dato dopo la fine, nel 1990, dell’apartheid.

Il governo si difende sostenendo che questa legge, in discussione dal 2008, ha il solo scopo di contrastare la minaccia di spionaggio, cambiando un testo che risale al 1982. Ma intanto si sono schierati contro la legge Nadine Gordimer (Nobel per la letteratura), Desmond Tutu (Nobel per la pace) e anche la fondazione Nelson Mandela

Efrem Tresoldi, direttore di Worldwide, la rivista comboniana in Sudafrica, non usa mezzi termini: «Siamo ancora sotto shock, sebbene l’esito fosse scontato. Siamo di fronte ad una legge draconiana che ci ha riportato indietro, ai tempi del regime dell’apartheid. Ora la partita si giocherà in Corte costituzionale. Però è chiaro che con l’informazione imbavagliata i politici corrotti possono continuare indisturbati a rubare senza pericolo di essere beccati e finire in galera».

Tutti i quotidiani sudafricani hanno raccontato l’evento in prima pagina e il dibattito è acceso. Spiega padre Tresoldi: «In una trasmissione radiofonica girava questa domanda: com’è possibile che esponenti dell’Anc, che hanno sofferto di persona per le restrizioni all’informazione durante l’apartheid, abbiano votato una legge come quelle dell’apartheid. Allister Sparks, veterano giornalista sudafricano antiapartheid, ha risposto semplicemente cosi: il potere corrompe».

A cogliere in pieno la gravità di questa legge è Redi Tlhabi, giornalista nera, la quale ha evidenziato che il provvedimento non è solo contro la libertà d’informazione, ma «contro ogni cittadino, contro i poveri soprattutto». E fa questo esempio: «La gente nelle baraccopoli del Sudafrica, che da anni attende invano di poter possedere una casa popolare, non potrebbe accedere all’informazione su dove siano finiti fondi destinati dal comune alla costruzione delle case (nel sospetto che siano finiti nelle tasche di politici corrotti) qualora l’informazione fosse dichiarata “sensibile” e quindi non disponibile ai media e al pubblico». (rz)