I rischi dopo l’attentato
L’attacco terroristico potrebbe contribuire a disarticolare la compagine di governo, dove il partito laico che ha vinto le elezioni deve convivere con i fondamentalisti di Ennahda. Non da oggi esiste il problema dei movimenti di ispirazione salafita.

Una giornata intera, con il susseguirsi di notizie contraddittorie e le televisioni fameliche di spettacolo a rilanciarle in diretta, non è bastata ad avere un quadro completo di ciò che è realmente successo ieri con l’attacco terroristico al parlamento e al museo del Bardo a Tunisi, dove una ventina di turisti sono rimasti uccisi.

In attesa che il quadro si completi progressivamente, non si può dire che l’attentato sia una vera sorpresa. Presa a tenaglia tra l’Algeria, dove i gruppi terroristici alla sua frontiera sono in attività da oltre vent’anni, e la Libia del caos del dopo Gheddafi, la Tunisia sapeva di essere ad alto rischio.

Preoccupa che il governo di coalizione, insediato da un mese e mezzo, dopo una lunga gestazione, sia stato incapace di fornire un quadro degli accadimenti. L’impressione è che per il momento l’esecutivo abbia costruito l’architettura formale del potere, ma fatichi ad operare.

Non è una bella notizia, perché proprio il terrorismo insieme all’economia sono le due emergenze del paese. Su queste si misurerà la riuscita del processo di transizione che, a poco più di 4 anni dalla rivolta popolare, ha iniziato solo da pochi mesi le sue prove, con le prime elezioni libere del parlamento e del presidente della repubblica Beji Caïd Essebsi, e con la formazione del governo di Habib Essid.

La manifestazione popolare spontanea di ieri sera nel centro di Tunisi è la dimostrazione che lo spirito della cosiddetta “primavera araba” non è andato completamente perduto. La speranza è che l’attacco terroristico rinsaldi non solo la società ma anche il governo. Nelle settimane scorse il partito vincitore delle elezioni, Nidaa Tounes, aveva messo in scena sui media una guerriglia interna per la successione a Caïd Essebsi che, dopo la sua elezione a presidente, aveva dovuto abbandonare la guida del partito. Si è temuto che si arrivasse all’implosione del partito. Oltre alla guerra tra capi, che dimostra come la classe politica tunisina abbia mancato l’appuntamento col suo rinnovamento sull’onda della rivolta popolare, Nidaa Tounes soffre della coabitazione, in seno al governo, con il partito fondamentalista Ennahda.

Se perfino la matrice dell’attacco è incerta, ciò non toglie che l’attività terroristica è presente da oltre trent’anni in Tunisia. La rivolta popolare non aveva certo azzerato questa presenza. Il fondamentalismo di Ennahda aveva saputo nell’immediato cavalcare la protesta e imporsi al governo. La sua incapacità e, secondo le opposizioni laiche, la sua complicità con i movimenti di ispirazione salafita, avevano lasciato libero corso al terrorismo, culminato con l’assassinio di due oppositori Chokri Belaïd e Mohamed Brahmi tra il febbraio e il luglio 2013. Dopo questi due episodi traumatici, il governo di Ennahda era stato costretto a dimettersi e a favorire il processo costituzionale conclusosi nel gennaio dello scorso anno con il varo della nuova Costituzione. Proprio alcuni giorni fa uno dei responsabili dell’assassinio dei due oppositori, l’emiro tunisino Ahmed Rouissi nel frattempo affiliatosi allo Stato islamico, è stato ucciso in Libia durante i combattimenti a Sirte.

Attacchi terroristi si sono succeduti nell’ultimo anno, anche se non hanno avuto la proiezione mediatica di quello al museo Bardo perché hanno coinvolto soprattutto le forze di sicurezza, che hanno lasciato sul terreno una sessantina di morti. Il timore più grave è quello del rientro nel paese dei 2-3000 tunisini arruolati in Siria, Iraq e in Libia in formazioni che si ritrovano sotto la bandiere dello Stato islamico. Sarebbero circa 500 quelli già rientrati, rotti quindi al combattimento, all’azione puntuale e al martirio.

La sfida del nuovo governo non è solo quella di sconfiggere sul piano militare il terrorismo ma di non ripetere la deriva del vecchio regime. La lotta al terrorismo degli anni ’80, aveva dato il pretesto a Ben Ali per instaurare un regime dove le libertà fondamentali erano state annullate. La “ruvidezza” del nuovo governo contro la libertà di espressione, lascia il posto a qualche giustificato timore.

Nella foto in alto le migliaia di persone scese in piazza ieri sera per manifestare contro l’attentato terroristico al museo del Bardo. (Fonte: Lettera43.it)