Da Nigrizia di dicembre 2011: nuove strategie di espansione
Il premier Erdogan e acclamato come un nuovo Nasser nei paesi nordafricani in rivolta. Ma Ankara, grazie al boom economico e all’aspetto identitario religioso, sta consolidando il suo potere anche a sud del Sahara. E chiamata la piccola Cina. Ma a differenza di Pechino, può giocare anche la carta dell’islam.

C’è un paese che intende incassare i dividendi della primavera araba. E fare di sé una potenza di riferimento nella regione. Anche al di sotto dell’Equatore.

 

È la Turchia. Che mostra i muscoli, in preda a una febbre diplomatica innalzata dall’ebollizione nordafricana e mediorientale. Da almeno un decennio Ankara è riuscita a riprendersi un posto al tavolo internazionale che conta, sostenuta da un boom economico senza freni, da una nuova visione in politica estera, dagli spazi che si sono improvvisamente aperti nello scacchiere geopolitico e da quell’elemento identitario religioso che, strumentalizzato ad hoc, può fare miracoli. Non solo nei paesi arabi. Anche in quelli africani subsahariani, con forti pulsioni islamiste e desiderosi di coniugare idealismo e pragmatismo.

 

Dal 2002 la Turchia è un laboratorio politico, grazie all’ascesa al potere del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di Recep Tayyip Erdogan, l’attuale premier, e di Abdullah Gül, il presidente. Una specie di Dc turca, che è riuscita a stabilizzare nella prosperità il paese, coniugando tradizioni religiose e modernità, islam e democrazia, Corano e blocchetti degli assegni, Maometto e libero mercato.

 

È ancora una democrazia fragile. Permangono forti squilibri sociali e di reddito. È alta la disoccupazione. Ci sono forti limitazioni dei diritti umani. La libertà di pensiero, spesso, è un optional. La questione curda non è affrontata col fiore in bocca, ma con i fucili e la repressione.

 

Da quando, però, l’Akp è al governo, i rapporti tra la Turchia e l’intero mondo arabo (e oggi anche africano) hanno ricevuto una spinta forse mai sperimentata prima.

 

Abbandonato l’asse privilegiato dei rapporti con Israele e il principio che la Turchia è il baluardo dell’Occidente verso l’Oriente, il nuovo dogma è quello ottomano, incentrato sulle comuni radici e origini della coesistenza culturale, non politica, dei vari popoli durante il dominio del sultano. Un dominio che aveva sotto di sé anche ampie fette di Africa nera: dal Ciad al Niger, da Gibuti all’Eritrea, dall’Etiopia alla Somalia e al Sudan. Un’influenza che Ankara vuole ristabilire.

 

 

Nuovo Nasser?

Il 12 settembre scorso, nelle vie del Cairo, si sentiva uno slogan dominare: “Erdogan e gli egiziani: una sola mano”. La prima tappa del tour lampo (Egitto, Libia, Tunisia) del primo ministro turco è stata trionfale. Il leader non arabo appare oggi alle masse arabe come una sorta di Nasser (padre della patria egiziana) aggiornato e rivisto alla musulmana.

 

Nell’immaginario collettivo ha influito la politica filo-palestinese di Ankara e, soprattutto, la dura presa di posizione contro gli attacchi israeliani alla Striscia di Gaza e alla Freedom Flotilla, le imbarcazioni turche con aiuti umanitari intercettate con la violenza, il 31 maggio 2010, da forze navali israeliane.

 

Un cambio di rotta apprezzato. Ed Erdogan ha dimostrato una certa flessibilità anche nell’adattare la propria politica ai cambiamenti in atto nella sponda sud del Mediterraneo. Ha sostenuto prontamente le rivolte tunisine ed egiziane. Ha tergiversato con la Libia. Inizialmente, la Turchia non ha partecipato alle operazioni militari Nato, organizzazione di cui è un membro strategico, contro le truppe lealiste gheddafiane. Un atteggiamento oscillante, che è mutato quando Ankara ha capito che la sua neutralità non avrebbe salvato i miliardi di investimento nel paese (si parla di oltre 20 miliardi in contratti, il secondo mercato per le imprese turche dopo quello russo), firmati con il Colonnello.

 

Questo paese, islamico nel cuore ma laico nelle forme, affascina i popoli entrati in movimento dopo il risveglio tunisino. La Turchia considera quell’area geografica una sua periferia, che appartiene a quel più ampio Medio Oriente, che Ankara sente suo. Un’alleanza che ha il profumo anche dei dollari. Nella sua visita lampo di metà settembre, Erdogan era accompagnato da 170 imprenditori. Il petrolio libico serve per far funzionare la macchina economica turca. E se l’Algeria, con il suo gas, è già oggi uno dei partner strategici della Turchia, il gas egiziano potrebbe diventare di vitale importanza nei prossimi anni. L’Arab Gas Pipeline, il gasdotto lungo 1.200 km, che dal terminal di Al-Arish, nel Sinai, rifornisce Giordania, Siria e Libano, con una seconda linea diretta in Israele, potrebbe spingersi fino alla Turchia e da lì arrivare al mercato europeo.

 

Il vero architetto, la mente strategica, della nuova politica turca è Ahmet Davutoglu, l’attuale ministro degli esteri. È lui che spinge per l’asse di potere con Il Cairo. Percepisce il suo paese come centro nevralgico del sistema afro-euroasiatico. Stanchi di aspettare sull’uscio dell’Europa, i turchi pensano di chiudere con il Vecchio Continente per aprirsi al nuovo mondo. Che, per loro, è anche un rituffarsi nella propria storia.

 

 

Nuovi mercati

Ma Ankara gioca le carte di leader regionale soprattutto per ragioni economiche. Per trovare nuovi mercati. La politica estera serve a diversificare gli alleati economici del neo impero ottomano. A ridurre la dipendenza dai partner europei (travolti dalla crisi) e russi. Aprirsi all’Africa rientra in questo disegno.

 

Dal 2002 al 2008, l’economia turca è cresciuta, in media, del 6,6% e, dopo la recessione del 2009, ha conosciuto, nel 2010, una crescita del prodotto interno lordo (Pil) dell’8,9%. Nei primi due trimestri del 2011, prima dei terremoti che hanno colpito il paese, il Pil era cresciuto quasi dell’11% e dell’8,8%. Per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la Turchia sarà l’economia che crescerà più rapidamente tra i paesi Ocse nel periodo 2011-2017, con una crescita media annuale del 6,7%. Galoppa a ritmi cinesi. Se non superiori. Mentre gran parte del pianeta rischia la recessione.

 

Nell’ultimo rapporto dell’African Economic Outlook, fotografia puntuale della situazione economica continentale, la Turchia risulta tra le nazioni emergenti privilegiate in Africa. Superano i 15 miliardi di dollari gli scambi commerciali con i paesi africani. Oltre 400 le imprese turche che hanno investito capitali. Tuskon, la Confindustria turca, già nel 2008 organizzò a Istanbul una mega conferenza dedicata all’Africa, alla quale parteciparono oltre 1.000 uomini di affari africani. E da allora si sono spalancate le porte del continente. Per Rizanur Meral, presidente della Tuskon, «sono molti gli imprenditori turchi che pensano all’Africa come ancora di salvataggio. Ci sono decine di telefonate quotidiane di chi ci chiede cosa fare per entrare nel mercato africano». Per la Confindustria turca, quello subsahariano è il mercato in più rapida crescita nei prossimi 10 anni.

 

Le imprese turche sono impegnate, in particolare, nelle infrastrutture e in campo edilizio. In Nigeria, la Eser Construction, oltre a realizzare strade nello stato di Osun, nel sud, è stata chiamata a migliorare le ferrovie del paese con un progetto di 230 milioni di dollari. Sono sempre imprenditori turchi quelli che stanno costruendo l’ospedale di Abuja. E la Nigerian-Turkish Nile University (Ntun) della capitale è figlia di un progetto turco-nigeriano.

 

Il primo partner commerciale di Ankara al di sotto dell’Equatore resta il Sudafrica. Oggi gli scambi commerciali tra i due paesi sfiorano il miliardo e 300 milioni di dollari. Nel 2007 erano 2 miliardi e 800 milioni. Oro e carbone i principali prodotti importati dal paese africano. Con Pretoria, un filone di affari assai redditizio resta quello armiero. Da anni la Turchia, che vanta il terzo esercito della Nato, dopo gli Usa e la Gran Bretagna, si serve dei prodotti dell’industria bellica sudafricana, con una breve parentesi di astinenza durante la presidenza post-apartheid di Mandela, visto l’appoggio del Congresso africano nazionale (Anc) alla causa curda. Oggi la situazione è cambiata. I due paesi sono tornati a collaborare. La Denel, impresa armiera sudafricana, ad esempio, lavora con i principali produttori di veicoli militari turchi per fornire le torrette dei blindati venduti dalla Turchia alla Malaysia. Il contratto ha un valore di 600 milioni di dollari.

 

Ed è opinione diffusa in riva al Bosforo che i prodotti bellici da vendere all’Africa possano far ingrassare le future casse ottomane. Lo dichiara perfino un alto rappresentante del potente Sottosegretariato turco per l’industria della difesa (Ssm). Intervistato, verso la fine di settembre, da Hurriyet, giornale turco di lingua inglese, al termine di una sua visita in Ghana, Nigeria, Camerun e Kenya, il funzionario ha sostenuto: «I colloqui con queste nazioni africane sono stati molti positivi. L’Africa subsahariana occuperà un posto rilevante nella lista prioritaria delle esportazioni. Questi sforzi possono rappresentare potenzialmente miliardi di dollari di introiti nei prossimi decenni».

 

Rappresentanti dell’industria elettronica Aselsan e dei principali produttori di veicoli militari turchi, Fnss e Bmc, facevano parte della delegazione recatasi in Ghana con il funzionario dell’Ssm.

 

L’economia, dunque, come un vero e proprio driver dell’azione esterna di Ankara. E per questo attivismo, la Turchia è chiamata la piccola Cina in Africa. Come Pechino, anche lei non si intromette negli affari interni del paese in cui investe. L’approccio morbido turco sul Darfur e nei confronti del presidente sudanese El-Bashir, ad esempio, è stato oggetto di critiche da analisti e gruppi dei diritti umani. Giudicato troppo contraddittorio.

 

Ma, a differenza della Cina, la Turchia può contare sul “fattore I”.

 

 

Fattore I

I come identità. I come islam. Quando si parla di Turchia, l’elemento politico è inscindibile da quello religioso. Il ministro degli esteri Davutoglu sogna di costruire un sistema regionale di rapporti al cui centro si trova la Turchia, legata a paesi che vanno dalla Bosnia, nei Balcani, fino allo Yemen e all’Africa, uniti da un comune denominatore: la cultura musulmana.

 

Segnali in questa direzione si leggono già in Africa. L’anno scorso si è svolto a Istanbul un vertice con le figure di rilievo dell’islamismo africano. Vertice ospitato da Diyanet, la direzione affari religiosa turca. Subito dopo, è partito l’invito a 300 studenti africani a studiare teologia in Turchia.

 

La crisi umanitaria in Somalia ha fornito opportunità per l’attivismo ottomano. Il 17 agosto scorso si è riunito, sempre sulle rive del Bosforo, il comitato esecutivo della Conferenza della cooperazione islamica, organismo che raggruppa 57 paesi musulmani. Un meeting per affrontare la catastrofe umanitaria somala e del Corno d’Africa, che ha raccolto nel giro di pochi giorni 80 milioni di dollari durante il mese di Ramadan. E non è un caso che, sempre ad agosto, è partito per Mogadiscio il primo ministro Erdogan con moglie e figlia. Uno dei precetti chiave dell’islam è proprio il sostegno ai meno fortunati, soprattutto nel mese del digiuno. Un gesto che è stato apprezzato dal mondo islamico e ha rafforzato l’immagine del premier turco come figura leader dell’universo democratico musulmano.

 

Ma non sono solo le istituzioni politiche turche a ramificare in Africa. L’Ihh – la Fondazione per i diritti dell’uomo, della libertà e l’aiuto umanitario – è un’organizzazione non governativa islamica turca. Lavora dalla metà degli anni ’90 in Africa ed è presente in 41 paesi con i suoi progetti.

 

Interessante, poi, il caso dell’impero Gulen, tra le più importanti organizzazioni musulmane nel mondo, fondata dal predicatore carismatico turco Fethullah Gulen. Ha scuole in Sudafrica, Uganda, Kenya, Tanzania. Istituti spesso sponsorizzati da imprenditori turchi.

 

Un dinamismo, quello di Ankara, che solidifica il “fattore I”, soprattutto quando incarna un islam light, che rappresenta un ottimo veicolo di coesione e di aggregazione. Un elemento identitario religioso guardato con sospetto da alcuni analisti. Per Peter Pham, del Comitato nazionale per la politica estera Usa, «non possono essere ignorate le implicazioni geostrategiche di un potere in Africa sempre più vasto e con orientamento islamista».

 

Sarà Erdogan, il neo Nasser, a incassare i profitti dell’espansionismo religioso anche al di sotto del Sahara?

 

 

Box: Le tappe del nuovo rapporto turco-africano

Il nuovo impegno turco nell’Africa subsahariana e recente e ha dato i suoi frutti in un lasso di tempo molto breve. Dal 1923, anno di proclamazione della Repubblica di Kemal Ataturk, al 1998 l’interesse africano di Ankara e stato scarso. Nel 1998 il primo segnale di disgelo: la Turchia adotta una “Politica di apertura all’Africa”. Un documento in cui si supera l’orientamento tradizionale ottomano di divisione in due del continente. Bisogna attendere, tuttavia, il 2002, con l’ascesa al potere dell’Akp, il partito islamico moderato, per notare un’accelerata nei rapporti tra Ankara e i paesi africani. Queste le tappe più significative.

 

Il 2005 e l’anno dedicato all’Africa in Turchia, con manifestazioni e celebrazioni. Per la prima volta dal battesimo della Repubblica, un premier della Sacra Porta fa visite ufficiali a sud dell’Equatore: Recep Tayyip Erdogan si reca a Pretoria (Sudafrica) e Addis Abeba (Etiopia). Ankara viene accreditata, con un suo ambasciatore, presso l’Unione africana (Ua).

 

Nel 2006 Erdogan visita il Sudan e nel 2007 partecipa al summit dell’Ua in Etiopia. Nel gennaio 2008, dichiara la Turchia partner strategico dell’Africa. Otto mesi dopo (18-21 agosto) si celebra a Istanbul il 1° Summit sulla cooperazione turco-africana, al quale partecipano rappresentanti di 49 paesi africani. Il prossimo, previsto per il 2013, sarà ospitato in Africa. Ad anticipare il vertice politico, in maggio, un convegno economico, sempre a Istanbul, con la presenza sulle rive del Bosforo provenienti da una trentina di paesi. Sempre a maggio, la Turchia diviene membro non regionale della Banca di sviluppo africana e dell’Igad, l’autorità intergovernativa sullo sviluppo dell’Africa Orientale. In dicembre, si apre ad Ankara il primo Centro studi di ricerca africana all’università della capitale: segno di un risveglio culturale tra i due mondi.

 

Nel 2009, il presidente turco Abdullah Gul si reca in Egitto, Kenya e Tanzania; l’anno successivo, in Camerun e Rd Congo. Dal 21 al 23 maggio 2010 Turchia e Nazioni Unite organizzano a Istanbul una conferenza di tre giorni sulla Somalia, paese del Corno d’Africa visitato da Erdogan nell’agosto di quest’anno. Dal 3 al 5 ottobre 2011, infine, il premier turco rinsalda i rapporti con il Sudafrica con una visita a Pretoria, ricca di risvolti economici.

 

Negli ultimi tre anni sono state aperte 15 nuove ambasciate turche nel continente, con le proprie strutture di cooperazione. Ankara sostiene progetti di sviluppo in 37 paesi africani, dagli uffici di Addis Abeba, Khartoum (Sudan) e Dakar (Senegal). C’e anche una presenza militare della Mezzaluna turca nel continente: il suo esercito partecipa con oltre 100 uomini a 6 delle 8 missioni dell’Onu in Africa. Inoltre, dal 2009 la Turchia schiera una mezza dozzina di fregate nella missione antipirateria (Combined Task Force 151) al largo della Somalia.

 


 



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