L’editoriale del numero di marzo 2012

Il vertice dell’Unione africana (Ua) del 29-30 gennaio, ad Addis Abeba, ha lasciato gli amici dell’Africa con un gusto amaro in bocca e con un senso di sconcerto, di delusione. Alcune persone della delegazione sudafricana, in particolare la signora Nkosazana Dlamini-Zuma, oggi ministro dell’interno, si sono abbandonate alla “danza della felicità”. Il motivo? Jean Ping, gabonese, presidente uscente della Commissione dell’Ua, che cercava un nuovo mandato di 4 anni, al quarto e ultimo scrutinio non aveva ottenuto i 36 voti necessari per la riconferma (si era fermato a 32). Insomma: la sconfitta dell’avversario trasformata in vittoria propria.

 

I rappresentanti dei paesi africani si erano ritrovati per il 18° vertice dell’Ua. Tema dell’incontro: la promozione del commercio interafricano. Argomento cruciale per il futuro del continente, ma oscurato dalla grande “sfida” lanciata dal Sudafrica, deciso a sostituire Ping con Dlamini. Per Pretoria l’elezione della sua candidata era una questione di principio. Al terzo scrutinio, tuttavia, la signora era stata costretta al ritiro per mancanza di voti. Rimaneva il solo Ping. Ma le schede bianche dei paesi della Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (Sadc), alleati al Sudafrica, hanno fatto sì che l’elezione del presidente della Commissione si concludesse con un nulla di fatto.

 

Dlamini-Zuma aveva tutte le carte in regola. Da sempre simpatizzante dell’Anc, partecipò alla lotta anti-apartheid fin dall’esilio in Gran Bretagna, dove si laureò in medicina all’Università di Bristol. Poi lavorò come medico in Swaziland, dove incontrò Jacob Zuma, l’attuale presidente del Sudafrica, che sposò nel 1972. Ebbero quattro figli, ma divorziarono nel 1998. Dalle prime elezioni democratiche del 1994, è sempre stata ministro. Responsabile della sanità nel governo di Nelson Mandela (1994-99), fu la prima a lanciare l’allarme sulla gravità della pandemia dell’aids, quando molti suoi colleghi la negavano, e ottenne cure gratuite per i più poveri. Dal 1999 al 2009 è stata ministro degli esteri nei governi di Thabo Mbeki, distinguendosi nell’impegno di porre fine alla guerra civile nell’Rd Congo.

 

Nella nuova sede dell’Ua di Addis Abeba (inaugurata il 28 gennaio, finanziata e costruita dalla Cina con 154 milioni di euro) la delegazione sudafricana si era presentata decisa a stravincere. Arroganti devono essere parsi i martellanti discorsi dei sudafricani sulla “liberazione dei popoli africani”: possono forse ancora funzionare in Sudafrica o nell’Africa Australe, ma non in nazioni indipendenti da oltre 50 anni, che odiano sentirsi rimproverare di essere al traino della ex madrepatria. Inoltre, Nkosazana Dlamini & Co. dimenticavano la Nigeria, quattro volte più popolosa del Sudafrica, che sosteneva Jean Ping e sollecitava apertamente un voto per lui.

 

Risultato? Sono apparse in tutta la loro gravità le profonde divisioni tra i paesi africani e si sono scavate nuove fratture, in particolare tra il blocco occidentale (per lo più francofono) e quello australe (anglofono). Un’Unione africana divisa significa indebolita, e quindi incapace di parlare all’unisono su questioni importanti davanti al resto del mondo.

 

Non vanno dimenticati coloro che mal sopportano che l’Ua, dopo essere stata per anni strumento del sogno megalomane di Gheddafi, diventi ora ostaggio delle ambizioni diplomatiche del Sudafrica, pronto a rimpiazzare la Libia nel promettere ai paesi più piccoli di pagare il loro contributo annuale all’Ua in cambio di un voto. C’è chi giura di aver sentito i delegati zambiani sussurrare: «Non sono i cinesi, ma i sudafricani che ci colonizzano!». Banche, supermercati, operatori di telefonia mobile sudafricani sono oggi all’assalto del continente.

 

Cosa rimproverano a Ping i suoi detrattori? Di essere stato troppo filo-occidentale. Dopo aver invitato le nazioni africane a collaborare con la Corte penale internazionale (Cpi) nell’arrestare Omar El-Bashir, accusato di crimini di guerra e genocidio, Ping ha dovuto costatare che il presidente sudanese ha continuato a visitare le capitali del continente senza alcun timore. Oltre ad aver fatto fare all’Ua una misera figura nella gestione delle crisi tunisina ed egiziana, ha consentito che Gheddafi, fondatore e finanziatore dell’Ua, fosse assassinato da una ribellione creata e sostenuta dall’Occidente. Ed è stato troppo amico della Francia anche nell’intricata questione ivoriana: prima, dicendo di no alla riconta dei voti, richiesta dal presidente Laurent Gbagbo; poi non protestando contro il suo arresto e la sua consegna alla Cpi. A torto o a ragione, Sudafrica e i paesi della Sadc sono riusciti a far passare un’immagine di Ping marionetta dell’Ue (che, tuttavia, finanzia l’Ua con 60 milioni di euro annui).

 

Un risultato, comunque, Pretoria l’ha ottenuto: bloccare fino al prossimo vertice (a giugno, in Malawi) il normale funzionamento dell’Ua. Quasi che l’Africa possa permettersi di accumulare altri ritardi nella soluzione di problemi urgenti: Somalia, disputa tra i due Sudan, carestia nel Sahel… Fino a giugno Ping e gli altri commissari gestiranno gli affari correnti dell’Ua. Ma gli effetti negativi del “vertice della discordia” andranno ben oltre quella data, rischiando di indebolire ulteriormente l’Unione.

 


 



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