Economia in bianco e nero – ottobre 2016
Riccardo Barlaam

La crisi morde. E la crescita economica nei paesi in via di sviluppo è ai minimi dal 2003. Lo ha fatto notare il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla presentazione, il 14 settembre, del piano per l’Africa, l’iniziativa dell’Ue per aiutare lo sviluppo del continente con investimenti totali per 44 miliardi di euro, che potranno salire a 88 miliardi, secondo le stime dell’esecutivo comunitario, se i 28 paesi partner decideranno di contribuire alla base finanziaria.

Che le cose da un po’ di tempo a questa parte abbiano cominciato a girare male per l’Africa lo dicono i numeri. E le ondate migratorie. Si parte per lasciare zone di guerra, si parte per povertà, si parte per disperazione. Durante il boom delle materie prime, fino a pochi anni fa, erano proprio in Africa alcuni dei paesi a più rapida crescita del mondo. Una crescita economica drogata nella maggior parte dei casi perché troppo dipendente dall’andamento dei prezzi delle commodities. È il caso dell’Angola e della Nigeria.

Negli ultimi tempi con il crollo dei prezzi petroliferi molte di queste economie sono entrate nella più pesante recessione degli ultimi 20 anni: è il caso ancora della Nigeria, primo produttore di greggio del continente e paese più popolato, e pure dell’Angola dei dos Santos, che negli scorsi anni, piena di petrodollari, investiva sulle aziende statali e sulle banche del Portogallo, ex paese colonizzatore, per salvarlo dalla voragine della crisi del debito sovrano e dal rischio di default. Adesso l’Angola, con i corsi petroliferi dimezzati, fa fatica a ripagare persino i propri debiti internazionali con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.

Anche Ghana, Zambia e Mozambico vedono aumentare il deficit di bilancio e stentano a pagare le rate dei debiti internazionali sottoscritti negli anni del boom. Da più parti salgono grida di allarme. Ne abbiamo parlato più volte negli ultimi mesi su questa pagina. L’ultimo avvertimento è arrivato qualche settimana fa dal presidente dell’African Development Bank, Akinwuni Adesina, secondo cui la debolezza valutaria di molti paesi, nell’era dei tassi a zero, ha affossato le già deboli economie africane. Adesina chiede ai paesi africani di aumentare le tasse, ora in media al 14,5% contro una media di oltre il 30% nei paesi sviluppati. Ma come si può pretendere di aumentare le tasse se la gente non ha lavoro e non ha reddito?

L’Europa ha appena presentato il suo piano per sostenere lo sviluppo economico africano e indirettamente frenare i fenomeni migratori. Il piano ambizioso di Bruxelles grazie a leve moltiplicatrici potrà arrivare a sprigionare una potenza di fuoco di 44 miliardi di euro di investimenti, fino a 88 miliardi se stati membri e altre istituzioni contribuiranno. «Una rivoluzione copernicana», la chiama Federica Mogherini, alto rappresentate Ue per la politica estera, grande regista dell’operazione. L’obiettivo del “piano Mogherini” che qualcuno un po’ pomposamente ha ribattezzato piano Marshall, è creare una situazione “win win” con opportunità sia per le aziende europee che per i paesi africani. La posta in gioco sono sviluppo, occupazione, stabilizzazione, o in altre parole, le principali cause delle migrazioni.

La Commissione spera di riuscire a far partire il suo piano Marshall per marzo 2017, in occasione del vertice Ue-Africa. Mogherini avverte che «44 miliardi di euro sono più di quanto l’Ue abbia mai investito sull’aiuto allo sviluppo a livello mondiale. Un importo cospicuo che può fare la differenza». Come sempre poi bisogna vedere come le risorse vengono spese, quanta parte arriva davvero alle economie africane, e quanta si perde nei rivoli dei tecnocrati europei, dei clan familiari africani e nelle fameliche bocche di corrotti e corruttori. Staremo a vedere.

 

Clicca qui per leggere tutti gli articoli della rubrica di Riccardo Barlaam su Nigrizia.