Armi, Conflitti e Terrorismo Uganda
Prosegue la campagna militare “Sicurezza per tutti”
Uganda: offensiva dell’esercito contro i ladri di bestiame in Karamoja
In otto mesi la campagna militare ha causato la morte di centinaia di persone, ma il capo dell’esercito e figlio del presidente la definisce un successo. Gli attivisti locali per i diritti umani denunciano la dura repressione dell’esercito ugandese e il rifiuto di avviare trattative tra le comunità colpite
04 Aprile 2022
Articolo di Marco Cochi
Tempo di lettura 4 minuti
Pastori armati in Karamoja (Credit: Khristopher Carlson/Irin 2011)

Nel luglio dello scorso anno, il governo di Kampala ha lanciato una nuova operazione militare nella sub-regione del Karamoja per affrontare la crescente insicurezza e i ricorrenti furti di bestiame, che da anni affliggono questo territorio situato nell’Uganda nord-orientale.

Un altro dei problemi più seri che destabilizza la semi arida subregione ugandese è costituito dalla povertà endemica, che colpisce ampie fasce della popolazione locale e la condanna a vivere in una perenne condizione di insicurezza alimentare.

Non a caso, il Karamoja che conta circa un milione di abitanti divisi in cinque distretti (Nakapiripirit, Moroto, Kotido, Abim e Kaabong), è l’area meno sviluppata del paese dell’Africa orientale, nonostante sia ricca di oro, rame, calcare, petrolio e altri minerali.

Negli otto mesi in cui si è dilatata l’offensiva militare Usalama kwa wote (Sicurezza per tutti, in lingua swahili), l’Uganda People’s Defence Force (Updf) ha ucciso 309 persone, la maggior parte dei quali era dedita all’abigeato.

Il portavoce dell’Updf, il generale di Birgata Felix Kulayigye, gli ha definiti “guerrieri” appartenenti alla comunità karamajong, senza fornire ulteriori delucidazioni. Kulayigye ha inoltre affermato che durante le operazioni sono state recuperate 184 armi da fuoco, 2.352 proiettili e 17.186 capi di bestiame, oltre all’arresto di 1.792 “guerrieri”.

Quello che appare evidente è che la subregione del Karamoja, in prevalenza popolata da pastori nomadi, dopo la caduta, nel 1979, del brutale regime del dittatore Idi Amin Dada è stata segnata dal banditismo, violente incursioni di ladri di bestiame e guerre tra clan, alimentate dal traffico di armi leggere, molto diffuso in questa parte dell’Uganda.

Poi, Karamoja ha avuto un decennio di relativa calma, dopo che nella metà degli anni 2000 l’esercito ugandese aveva avviato efficaci campagne di disarmo per eliminare le violenze e neutralizzare i ladri di bestiame.

Verso la fine del 2019, tuttavia, l’insicurezza e l’illegalità sono tornate a offuscare la subregione. La violenza è stata esacerbata dal recupero, spesso lento e infruttuoso, del bestiame rubato, principale fonte di sostentamento delle comunità locali. La situazione è degenerata col passare dei mesi, quando le razzie sono aumentate in misura esponenziale, provocando l’uccisione di centinaia di persone. 

La rivalità e la competizione per i pascoli e i punti di abbeveraggio per gli animali, nonché le incursioni armate contro gli insediamenti dei civili, hanno tradizionalmente fomentato la violenza tra le diverse comunità di karamajong (matheniko, pian e bokora) e contro le comunità di pastori dei vicini distretti di Acholi e Teso.

Le violenze che destabilizzano l’area hanno anche origine dalle comunità pastorali a cavallo del confine tra Kenya e Uganda, vale a dire i dodoth, stanziati nel distretto di Kaabong, e la comunità nilotica turkana, che oggi vive intorno alla zona del lago Turkana, nel nord-ovest del Kenya.

L’ultimo episodio risale allo scorso 21 marzo, quando alcuni pastori turkana sono entrati in cerca di pascoli nel distretto ugandese di Moroto, dove hanno ucciso due soldati dell’esercito ugandese, uno studente universitario e tre geologi del ministero dell’energia e dello sviluppo minerale.

Gli attivisti locali dei diritti umani hanno però denunciato la dura repressione messa in atto dall’esercito ugandese, che per estorcere informazioni sui nascondigli delle armi da fuoco nelle campagne di disarmo passate, sarebbe ricorsa a torture disumane, che includono l’evirazione e la castrazione dei ladri di bestiame catturati.

Alle aspre critiche ha risposto il 48enne figlio del presidente Yoweri Museveni, il generale Muhoozi Kainerugaba, comandante delle forze di terra dell’Updf. Kainerugaba, attraverso un tweet, ha ignorato le accuse sottolineando che il numero delle persone uccise nel corso della campagna militare sarebbe di gran lunga superiore a quello indicato dal portavoce dell’Updf. E che il suo esercito continuerà a eliminare i ladri fino a quando “non perderanno completamente il vizio” di rubare il bestiame.

Singolare il fatto che il generale, che nel 2026 potrebbe candidarsi a succedere al padre, si definisce come il più grande sostenitore della pace nel mondo e si erge a paladino dei diritti umani.

Il punto nodale della questione è che prima di scatenare l’operazione Usalama kwa wote, il governo ha rifiutato, come già avvenuto in passato, il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile per avviare una trattativa tra le comunità in conflitto.

Tale coinvolgimento avrebbe potuto facilitare l’avvio di negoziati, coinvolgendo sia le strutture di sicurezza che quelle di governo locale, creando così una finestra di opportunità per ridurre ed eliminare le violenze attraverso il dialogo. 

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