Campo profughi di Bidi Bidi

La comunità internazionale riconosce lo sforzo dell’Uganda di accogliere i profughi. Anche oggi che ha deciso di aprire le porte dei suoi campi anche ai rifugiati afghani.

Sul suo territorio si trova uno tra i campi con il maggior numero di rifugiati al mondo. Con una popolazione di circa 45 milioni di abitanti, l’Uganda ha accolto oltre un milione e mezzo di rifugiati da paesi quali Sud Sudan, Repubblica democratica del Congo, Burundi, Rwanda, Eritrea ed Etiopia.

Al momento ci sono nel paese dieci centri rifugiati sparsi in diverse aree. E in questi centri sono giunti anche gli afghani, scappati dal paese dopo la presa del potere da parte dei talebani.

Inizialmente ne sono arrivati una cinquantina. Ma le autorità hanno dichiarato di poterne ospitare fino a 2mila.

A metà agosto il presidente Yoweri Kaguta Museveni ha accettato la richiesta giunta dagli Stati Uniti di offrire temporaneamente asilo alle persone in fuga, e il ministero degli esteri ha dichiarato che «gli evacuati avrebbero trovato rifugio in Uganda per tre mesi, mentre gli Stati Uniti avrebbero provveduto a coprire i costi dell’ospitalità offerta».

Primo gruppo accolto

Il 25 agosto, pertanto, il primo gruppo di afghani veniva accolto nel paese insieme a persone di altre nazionalità in transito verso gli Stati Uniti o altre destinazioni. Prima del loro arrivo all’aeroporto di Entebbe, la ministra per la prevenzione e soccorso nelle calamità, Esther Davinia Anyakun, aveva dichiarato che l’Uganda, primo paese dell’Africa ad accogliere rifugiati di altro continente, avrebbe accolto 2mila afghani nel paese, a turni di 500 per volta. Tutti sarebbero stati sottoposti al tampone per verificare il contagio da Covid-19. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unchr) provvede alle spese per lo screening e per la quarantena degli ospiti in un hotel di Entebbe.

La ministra garantiva, tra l’altro, che il governo ugandese era dotato delle risorse umanitarie e tecniche per ospitare questi rifugiati, e che l’impegno degli Stati Uniti di coprire tutti i costi dell’accoglienza garantiva che nessun peso economico avrebbe gravato sugli ugandesi.

L’apprezzamento Usa

I diplomatici statunitensi a Kampala hanno espresso al governo, alle organizzazioni umanitarie e al popolo ugandese il proprio apprezzamento per l’ospitalità offerta agli evacuati. In risposta a chi ha espresso riserve, i ministri dell’informazione Chris Baryomunsi e degli affari regionali John Mulimba hanno chiarito che molti ex ufficiali governativi e famiglie di afghani rimarranno nel paese solo temporaneamente per i mesi necessari a chiarire la loro posizione e profilo per migrare poi verso gli Stati Uniti.

Non si tratta, quindi, di rifugiati permanenti ma di ospiti temporanei. E chi scegliesse di non stanziarsi nei campi profughi già operanti, dovrà provvedere al proprio mantenimento cercandosi un’occupazione.

Alcuni commenti giornalistici hanno sottolineato come la scelta di Museveni sia servita a cementare ancora di più i suoi rapporti con Washington. Un parlamentare del distretto di Buikwe, membro della Commissione per gli affari esteri – pur esprimendo parere positivo per l’accoglienza degli afghani – ha obiettato al fatto che vengano ospitati in hotel, mentre i rifugiati delle nazioni limitrofe devono vivere in condizioni difficili nei vari campi. Ha inoltre messo in guardia dal rischio di infiltrazioni di talebani e affermato l’importanza di chiarire bene la provenienza e l’identità dei neo arrivati.         

L’Uganda è firmataria della Convenzione per i Rifugiati stipulata nel 1951 e del Protocollo legato ad essa del 1967, come pure della Convenzione dell’OAU (Organizzazione dell’Unione Africana) del 1969 che gestisce gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa. In base alla legge per i rifugiati del 2006, la policy ugandese riguardante l’asilo umanitario garantisce i diritti basilari tra cui la libertà di espressione e di movimento nel paese.

Il governo, inoltre, permette ai profughi di risiedere in un luogo di loro piacimento, provvedendo anche a dare ai rifugiati un terreno al fine che si rendano auto-sufficienti. Ai rifugiati è permesso inoltre di intraprendere attività proprie, aprire negozi o altre attività stabilendosi in un luogo da essi scelto. In effetti molti rifugiati dai paesi limitrofi posseggono già propri negozi e hanno trovato impiego regolare.

Dieci campi rifugiati

I dieci campi profughi operativi sono: Achol Pii e Palabek nel nord del paese (ospitano per lo più rifugiati del Sud Sudan); Bidi Bidi, Imvempi, Rhino, Palorinya e Pagirinya situati nel nordovest del paese ed essi pure hanno in maggioranza rifugiati sud-sudanesi. Kyakaii, Nakivale e Kyangwali si trovano nell’Uganda dell’ovest e ospitano rifugiati da Rd Congo, Rwanda ed Eritrea. Mentre Kiryandongo – nell’area centronord del paese ospita profughi da Sud Sudan, Rd Congo ed Eritrea. Infine Kampala ospita rifugiati da Rd Congo, Eritrea, Etiopia, Rwanda, Burundi e Sud Sudan.

Nel settembre 2016 l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato la cosiddetta Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti. Tra i suoi obiettivi il superamento di pressioni negative su paesi come l’Uganda che ospitano molti rifugiati, la promozione di autosviluppo per i rifugiati creando condizioni che permettano il ritorno dei profughi ai propri paesi e l’ampliamento della possibilità di trasferimento in paesi terzi.

La Dichiarazione prospetta, inoltre, condizioni per cui i rifugiati non vivano più in campi appositi e non debbano più dipendere solo dagli aiuti umanitari. Condizioni che dovranno essere frutto dell’impegno comune delle agenzie dell’Onu, dei governi, del settore privato, delle istituzioni finanziarie e dei centri di pianificazione.

Il flusso di rifugiati in Uganda tra il 2018 e il 2019 ha reso il paese il più esteso nell’accoglienza di profughi, e ha incamerato un’ingente quantità di fondi soprattutto per realizzare lo stanziamento di rifugiati sudsudanesi e sfollati ugandesi.

Una destinazione ambigua di alcuni fondi stanziati dall’Unhcr, denunciata dall’Ufficio di controllo interno dell’Onu, ha prodotto la sospensione di aiuti da parte di vari donatori. Aiuti ripresi solo dopo che il governo di Kampala ha identificato e sospeso vari impiegati dell’ufficio del primo ministro, responsabile del coordinamento della distribuzione. Alcuni donatori hanno in seguito ripreso le proprie attività di assistenza.

I fondi che non arrivano

Nonostante ciò la policy dell’Uganda in merito ai rifugiati viene elogiata come modello che altri paesi dovrebbero imitare. Nel Maggio 2019 l’Unhcr, l’ufficio del primo ministro e i partner avevano richiesto ai donatori un aumento del finanziamento per sostenere i rifugiati e le comunità che li ospitano, visto il numero crescente di profughi. Anche perché nel 2018 il budget stanziato era stato ridotto dopo verifica del numero di rifugiati registrati nel paese. Per la fine del 2020 si era stimato che il numero dei profughi sarebbe aumentato da 1,25 milioni a 1,30 milioni. I dati del 2021 dell’Unhcr mostravano, a inizio anno, che sarebbero occorsi al paese 344,8 milioni di dollari per le operazioni da condurre. Di questi, tuttavia, ad agosto era stato coperto soltanto il 41%.

Il direttore del Programma alimentare mondiale (Pam) in Uganda, El-Khidir Daloum ha di recente affermato: «La pandemia non deve essere un pretesto per voltare le spalle alle necessità dei rifugiati in questo tempo d’emergenza. Abbiamo apprezzato la copertura offerta dai donatori per coprire i costi per il 2019 in Uganda; ora, tuttavia, già non siamo più in grado di finanziare le esigenze basilari nella distribuzione del cibo, e i più poveri saranno i più colpiti nel caso dovessimo tagliare ancor di più l’assistenza necessaria». Il Pam ha dichiarato, infine, che sono necessari immediatamente 95,8 milioni di dollari per garantire per i prossimi sei mesi la distribuzione di derrate alimentari ai rifugiati in Uganda. Nonostante le grandi sfide da affrontare gli ugandesi e il loro governo continuano a dimostrare la propria apertura e generosità nell’accogliere rifugiati.

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