Tunisia / Dietro l’attentato
Aldilà dei ritardi del governo di Tunisi nel dotarsi di un efficace dispositivo di sicurezza, ciò che è mancata è la percezione di quanto la cultura del terrorismo abbia pervaso i giovani tunisini.

L’attacco terroristico in Tunisia, che ha colpito venerdì scorso il centro balneare di Sousse facendo 38 morti tra i turisti stranieri e decine di feriti, ripropone lo scenario che si era già manifestato dopo l’attacco al museo del Bardo a Tunisi il 18 marzo. L’assalto dal mare conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la presenza di cellule terroristiche nel paese che più di tutti ha fornito combattenti stranieri (2-3.000) al cosiddetto Stato islamico (Is). Il terrorismo tunisino ha una riserva di manodopera che non si esaurirà tanto facilmente.

L’interrogativo che si pone è perché il governo non sia riuscito a fermare il prevedibile attacco nel momento cruciale dell’inizio della stagione e in una località turistica. La risposta più ovvia è che, essendo tutto il paese, da nord a sud, dalla costa all’interno, a vocazione turistica, qualunque località è a rischio. In tale situazione oggettiva, le forze di sicurezza sono disperse su un territorio troppo vasto per la loro consistenza. La misura presa dal governo di dispiegare un migliaio di poliziotti in più e di armare la polizia turistica risponde almeno in parte, e in ritardo, a questa evidenza. Rimane da capire come l’attentatore abbia potuto agire indisturbato per oltre mezz’ora prima di una reazione da parte delle forze dell’ordine, che poi l’hanno abbattuto.

Il ritratto di giovane “normale” che le autorità hanno tracciato in un primo momento di, Seifeddine Rezgui, l’autore del massacro, indica anche che la cultura del terrorismo è penetrata in profondità nella gioventù tunisina. La tracciabilità degli itinerari che portano all’estremismo omicida è pertanto estremamente difficile, soprattutto perché c’è stato un ritardo nel cogliere l’evoluzione del terrorismo nel paese.

Per alcuni anni dopo la rivolta popolare, il terrorismo si era impiantato in una zona montagnosa al confine con l’Algeria e aveva come controparte esclusiva l’esercito che ha subito numerose perdite. Quei terroristi fanno capo ad Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). Con l’entrata in scena dello Stato islamico due anni fa, appare una nuova generazione di terroristi, molti dei quali partono per la Siria e l’Iraq, altri restano nel paese, come il giovane Seifeddine. Le indagini in corso e i primi arresti di presunti complici confermeranno o meno eventuali legami con gli attentatori del Bardo e un passaggio in Libia.

L’attacco al Bardo aveva già mostrato che l’azione del governo di Habib Essid, da poco insediato, era scarsamente coordinata. È facile supporre che tre mesi non siano bastati per serrare le fila di un governo di coalizione nel quale figura il partito islamista Ennahda. Quest’ultimo è indicato come il principale responsabile della situazione attuale. Vincitore delle prime elezioni libere del dopo Ben Ali, il dittatore fuggito a seguito della protesta popolare del gennaio di quattro anni fa, Ennahda è accusato di aver favorito l’ascesa della corrente più estrema del fondamentalismo, il salafismo fino a tollerarne le manifestazioni più violente.

Che sul versante dell’islam il governo abbia qualche problema lo dimostra la difficoltà avuta, dopo gli eventi al Bardo, nel chiudere quelle moschee e quei centri di propaganda notoriamente in mano ai salafiti. Intanto la nuova generazione ha avuto tutto il tempo per formarsi.

Il governo aveva di fronte fin dal suo insediamento due emergenze: il terrorismo di nuova generazione e l’economia. La fine di una stagione turistica, mai veramente iniziata, mette le autorità nello scenario disegnato dal terrorismo, ma in condizioni nettamente più sfavorevoli. 

Nella foto in alto l‘attentatore 23enne tunisino Seifeddine Rezgui.

Sopra una cartina della Tunisia con Sousse e il luogo dell’attacco in evidenza (Fonte: Bbc) e un mazzo di fiori lasciato da altri turisti sulla spiaggia di Sousse per commemorare le vittime (Fonte: Bbc).