Il nuovo e corposo romanzo del 35enne Chigozie Obioma costituisce un’interessante novità nella produzione degli scrittori africani della giovane generazione, poiché si radica nella tradizione che fa capo al grande Chinua Achebe, ma allo stesso tempo guarda alla Nigeria contemporanea.

In una complicata sequela di avventure che si snodano lungo 532 pagine, il protagonista Chenonso Solomon Olisa percorre un drammatico arco esistenziale che viene presentato dalla voce narrante del suo chi, ossia del suo personale spirito custode.

Il chi è una sorta di alter ego, e la sua mediazione è funzionale allo scopo di fondo dell’autore che mira a introdurre nel racconto – e far conoscere ai lettori – la struttura articolata della cosmologia igbo, sua cultura di origine. Obioma infatti è nato e cresciuto nella Nigeria sud-ovest, per poi trasferirsi a studiare prima a Cipro, quindi negli Stati Uniti dove ora risiede e fa il professore alla Nebraska-Lincoln University, nell’Illinois.

La voce del chi permette inoltre all’autore di mettere in atto una strategia di dualità (il chi che racconta, e il protagonista che agisce) che è specchio del principio di dualità alla base della cosmologia igbo, e, insieme, astuto espediente per rifrangere e movimentare la narrazione e il punto di vista.

Il romanzo si apre con il giovane Chenonso in una fase diremmo quasi depressiva, solingo abitante d’una minuscola fattoria alla periferia della città di Umuahia, dove alleva pollame, dopo aver perduto, uno dopo l’altro, tutti i famigliari. Per un caso fortuito – il salvataggio da un tentativo di suicidio – conosce una donna, Ndali, appartenente agli strati più alti e agiati della società locale. I due si innamorano perdutamente, ma quando Ndali presenta Chenonso alla famiglia, sorgono i problemi: i suoi non accettano il giovane, un semplice contadino privo di istruzione.

Dopo una serie di pesanti umiliazioni, Chenonso decide di darsi da fare per elevare il proprio status sociale all’altezza di Ndali e, approfittando dell’aiuto che gli offre un antico compagno di scuola, vende la fattoria e si fa iscrivere all’università di Cipro. Solo dopo esser arrivato in terra turco cipriota si renderà conto di esser vittima di un raggiro. Il falso amico si era spacciato per studente e gli aveva sottratto il gruzzolo: così Chenonso si trova solo e squattrinato in una città sconosciuta dove la gente parla turco e la terra è nuda e senza alberi.

Lo attendono una serie di disavventure che si sfociano in tragedia e lo conducono in carcere, vittima di false accuse di omicidio e tentato stupro. Infinite peripezie lo riporteranno infine in patria, ad Umuahia, dove reincontrerà il falso amico – ormai convertito in predicatore, e pentito dei suoi misfatti – e ritroverà, anni dopo, l’amata Ndali. Ma Chenonso, segnato da pesanti cicatrici sul corpo e nell’animo, non riuscirà a cogliere il favore della sorte e, lottando contro il suo chi il quale cerca di indirizzarlo, si lascerà andare a un odio distruttivo.

Il romanzo è una lezione culturale ed etica sul senso della vita e sul destino umano, impartita in un linguaggio lievemente arcaicizzante, imbevuto di proverbi africani e costellato di pillole di saggezza antica rivissuta nel contesto della Nigeria odierna.

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