Laboratorio sull’interculturalità
In cinque giorni di incontri i comboniani di tutta Europa hanno cercato di rielaborare esperienze di vita, partendo dal cuore della missione, l’incontro profondo, sfidante e fecondo con l’altro.

«Nelle realtà che attraversiamo non esistono le culture ma le misture, non esiste identità ma ibrido. Abbiamo non tanto culture ma mondi che si attorcigliano, tanti orizzonti che si intrecciano, nessuno autosufficiente. L’ondata di sovranismo che invade l’Europa è dettata da una distorsione cognitiva. Pensiamo che esistano le culture ma sono costruzioni, spesso a posteriori». Provoca così il pubblico Paolo Boschini, sacerdote di frontiera in una parrocchia di Modena e professore di filosofia all’Università di Bologna.

I comboniani d’Europa, riuniti a Verona dal 1 al 5 luglio, lo ascoltano con profondo interesse perché la sua riflessione sgorga dalla vita di strada, sulla soglia tra parrocchia e quartieri di periferia. Tra chiesa e moschea. Tra intrecci di lingue, volti, sogni, sguardi che hanno il sapore dell’umanità in movimento verso un orizzonte altro.

Partendo dal cuore della missione, dall’incontro profondo, sfidante e fecondo con l’altro, i comboniani hanno cercato di rielaborare esperienze che portano nel cuore. Che vengono dal basso. Dalla loro vita. «Dal ricevere due uova da una donna poverissima di una capanna di Bukavu, in Repubblica democratica del Congo. Lasciandomi così trasformare dentro da un gesto inatteso e incomprensibile per me», racconta uno dei partecipanti. Contribuendo all’intreccio di condivisioni che ricordano come la palestra della vita ha smosso convinzioni e stereotipi profondamente incagliati dentro certezze pietrificate dal tempo.

Per risalire così ad alcune sintesi che vanno al cuore della missione interculturale. Una vera e propria bussola per il lavoro dei comboniani in Europa e nel mondo: l’incontro nella reciprocità, il rispetto e la cura della diversità, lo stare e il camminare con gli altri, il riconoscimento dell’altro.

Le soluzioni restano soltanto all’orizzonte, davanti a noi. Ma la strada per arrivarci è quella di promuovere l’ascolto, la fiducia e la comprensione, la ricerca di un comune terreno d’incontro e il dialogo nella speranza. Il tutto dentro una spiritualità che accoglie il disagio e la sofferenza di aprirsi all’inatteso e imprevedibile di Dio.

Anche la mediatrice culturale Devisri Nambiar e lo psicologo Pippo Crea hanno contribuito a fornire attrezzi per muoversi dentro questo intersecarsi di mondi diversi.

Attraverso la modalità di rappresentazione teatrale di conflitti quotidiani e lavori di gruppo, i comboniani hanno cercato di cogliere quali sono le strategie da mettere in atto per dare soluzioni concrete a conflitti tra persone di diverse provenienze. Tenendo conto dei contesti, della presenza di mediatori e dei feeling dei protagonisti.

Di fronte al rifiuto dell’ospite ugandese di mangiare carne di pecora, il padrone di casa si adatta e prepara pasta in bianco. Senza troppe storie. Ma quando i conflitti riguardano aspetti e modalità che minacciano la pace della vita comune, allora i nodi vengono a galla. Se gli abitanti di un condominio la sera parlano ad alta voce, con musica a tutto volume e danze improvvisate, prima o poi qualcuno reagisce.

Che fare allora? Certamente restare vigilanti sulla nostra comunicazione con gli altri avendo a cuore di capire nel linguaggio fatto di gesti, parole e segni, qual è il contenuto della comunicazione, cosa la persona rivela di sé, cosa chiede agli altri e come cambia la relazione.

Per poi allargare lo spazio privato raccontando di sé e lasciando che gli altri possano darci dei feedback preziosissimi per una maggiore consapevolezza dei pregiudizi e degli stereotipi culturali che ci abitano.

Il laboratorio è stato un cantiere di incontri, idee e proposte, da valutare sul terreno di una missione che in Europa si fa sempre più fuori dagli ambiti convenzionali. Missione che esce su strade, piazze e periferie, dove circolano e si intrecciano vite e speranze, per camminare verso la costruzione di quella visione multiversale della vita, che considera superate le culture, che hanno una forte connotazione etnocentrica, per «lasciarci abbracciare – come ricorda Paolo Boschini – da un orizzonte che tutto abbraccia».