Una bambina di 10 anni con disabilità mentale nel "campo di preghiera del Tempio Divino di Gesù" di Nyakumasi, in Ghana, dove è stata incatenata a un albero tutto il giorno e ha dormito su una stuoia in un recinto aperto. (Credit: Shantha Rau Barriga / Human Rights Watch 2017)

“Un essere umano non dovrebbe vivere così. Un essere umano dovrebbe essere libero”. Chi ha pronunciato queste parole vive da anni in catene, in Kenya. Come lui tanti, centinaia, chissà quanti, visto che dati ufficiali non esistono. Sono malati mentali o semplicemente persone – spesso anche bambini – che manifestano problemi nella socializzazione o hanno atteggiamenti considerati anomali per la comunità, e quindi fanno paura.

La soluzione, molte volte, è legarli, incatenarli. Renderli innocui, almeno è quello che si pensa. E così tanti esseri umani si ritrovano a vivere peggio delle bestie, in contesti dove prevale l’ignoranza, la sporcizia e la violenza di ogni tipo.

Un recente rapporto di Human rights watch (Hrw) ha messo in evidenza la situazione e il regime di costrizione in cui vivono, a volte per anni, persone che invece avrebbero semplicemente bisogno di cure mediche o che addirittura erano sane di mente prima di subire tale tortura. Lo dimostrano le parole di quell’uomo che ha più consapevolezza dei diritti umani di quanta ne abbiano strutture – anche pubbliche – personale sanitario, parenti che mettono in atto tali forme di coercizione.

L’indagine di Hrw si è svolta in 60 paesi e include ricerche e testimonianze da Burkina Faso, Ghana, Kenya, Liberia, Mozambico, Nigeria, Sierra Leone, Somaliland e Sud Sudan. Un pregiudizio assai diffuso, la carenza di servizi medici e sociali sul territorio o strutture pubbliche sovraffollate: sono le principali motivazioni che stanno dietro questa forma di abuso.

Lo sottolinea Emina Ćerimović, responsabile del dipartimento disabilità per Hrw e che ha curato il dossier sulla Nigeria. «Lo stigma, una concezione sbagliata della malattia mentale, la scarsità di mezzi, sono i principali motivi che stanno alla base di questa pratica disumana» spiega Emina che ci racconta anche di quanto ha scoperto in Nigeria.

«Mi è capitato di trovarmi in un centro di gestione statale e ho sentito un suono che purtroppo ho sentito altre volte, i passi di una persona che cammina con catene ai piedi. Ho chiesto dove fosse questa persona, lo staff continuava a negare, ma io poi l’ho vista. È terribile assistere ancora a cose di questo genere. Alcuni sono “libere” di muoversi con le catene, altri sono ferme con i ceppi assicurati a terra».

«In un altro centro di riabilitazione – continua Emina – c’erano solo due membri dello staff per 100 persone. Hanno detto che non avevano altro modo di gestire i malati se non ricorrendo a un certo tipo di costrizione».

L’abuso viene dunque praticato dai familiari che non sanno come affrontare il problema, dalle stesse strutture, anche di gestione statale, da centri di “cura” tradizionali o da comunità religiose a cui spesso i parenti si rivolgono spinti dall’idea che chi manifesta problemi mentali sia posseduto da qualche spirito malvagio e debba quindi mondare la sua anima.

Incatenare la persona, fargli bere intrugli di erbe di ogni tipo, costringerlo persino a lavarsi con sangue di gallina, sono alcuni dei metodi utilizzati. Soli, legati a un palo o a un giaciglio, o con tanti altri in aree sovraffollate dove bisogna vivere fianco a fianco e fare anche i propri bisogni insieme. In queste condizioni non si può certo sperare in “guarigioni”, fisiche o mistiche che siano.

Ancora più fragili, in questa situazione, sono le donne, continuamente sottoposte al rischio di abusi sessuali. Tali violenze provocano un’alta incidenza di stress postraumatico rilevato da studi condotti negli anni dalla stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Inoltre le donne hanno il doppio delle possibilità di cadere in depressione.

Per loro dunque si apre un duplice circolo vizioso che le porta a subire trattamenti di contenzione laddove ci sarebbe bisogno di cure specifiche. Le testimonianze raccolte dalla ong raccontano anche di persone costrette a digiunare per giorni al fine di “liberarsi” dagli spiriti maligni e di donne lasciate nel sangue mestruale per tutto il periodo del ciclo.

Si stima che in tutto il mondo ci siano 792 milioni di persone – uno su dieci individui, inclusi un bambino su cinque – che soffrono di un qualche problema legato alla salute mentale. Eppure, questi sì sono dati ufficiali, i governi spendono meno del 2% dei rispettivi budget nel settore sanitario sulla salute mentale.

Inoltre, più di due terzi dei paesi (sempre a livello globale) non rimborsano, nel sistema di assicurazione sanitaria, le persone che hanno avuto bisogno di servizi specialistici. Così, tra il 76 e l’85% delle persone con problematiche di salute mentale nei paesi a medio e basso reddito non hanno accesso a servizi appropriati. C’è da dire che anche quando i servizi di assistenza sono gratuiti, la difficoltà di raggiungere tali centri – le distanze o il costo dei trasporti – diventano una barriera insormontabile per molte famiglie.

E allora meglio fare ricorso ai guaritori tradizionali che a volte riesco ad estorcere una montagna di quattrini a chi, per cultura e per ignoranza, si aggrappa a questa speranza. Ovvio che il risultato sia peggiore della stessa malattia. A parte lo stress della situazione, che porta a peggiorare la sua condizione, intervengono problemi fisici: malnutrizione, infezioni, danni al sistema muscolare, atrofie, problemi cardio-vascolari. Inutile sottolineare quanto l’emergenza Covid-19 stia influendo su queste situazioni.

Tornando alla questione della spesa, e quindi della responsabilità dei governi, l’80% del budget stabilito da paesi a medio e basso reddito per la salute mentale va a finire agli ospedali psichiatrici e solo le briciole rimangono per i sevizi sul territorio.

Altro elemento che gioca nettamente a sfavore delle politiche sulla salute mentale e i trattamenti alla persona è l’enorme mancanza di personale qualificato. Secondo il Mental health atlas dell’Oms (dati riferiti al 2017) il personale qualificato sulla salute mentale in Africa è pari a meno di 1 ogni 100mila abitanti, rispetto ai 2.5 nell’Asia sud orientale e ai 50 in Europa.

Situazione ancora peggiore con gli psichiatri. Solo per fare qualche esempio, in Kenya ci sono 0.19 psichiatri per 100mila persone, in Nigeria sono 250 per 200 milioni di abitanti. Neanche i bambini sfuggono a questo trattamento. In Nigeria è stato trovato in catene un bambino di 10 anni, il più anziano invece ne aveva 86.

E in molti paesi – si citano nel report Ghana, Kenya, Liberia, Repubblica democratica del Congo – non solo le donne, ma anche i bambini che hanno qualche disabilità o disagio mentale vengono accusati di stregoneria e messi in luoghi specifici, spesso denominati “prayer camp”, campi di preghiera.

Bisogna ricordare che questi paesi hanno firmato i trattati e le convenzioni internazionali che riguardano gli abusi, le torture, i trattamenti inumani e degradanti e molti di questi paesi hanno persino bandito – con leggi dello stato – queste pratiche. Purtroppo convinzioni radicate, mancanza di mezzi ma anche mancata implementazione delle leggi, non hanno scardinato queste pratiche.

Cecilia Draicchio, sta svolgendo una ricerca di dottorato nel Ghana sud-occidentale e ha partecipato alla stesura del dossier L’ordinaire de la folie (L’ordinario della follia). Ci parla, tra le altre cose, anche di un altro tipo di costrizione: quella derivata dalla somministrazione di farmaci per “tenere buono” il paziente.

Da questo buio dei diritti umani emergono però anche storie positive. Come quella di Malaki, un ragazzo con disabilità intellettiva, tenuto dalla famiglia legato a un palo in un campo rifugiati nella provincia di Kigoma, in Tanzania. Il ragazzo, e il suo talento nello sport, è stato “scoperto” da uno speciale team dei giochi olimpici. E così, lo scorso anno, Malaki ha preso parte agli Special olympics world games ad Abu Dhabi.

O quella che arriva dalla Sierra Leone. Dopo un lungo periodo di battaglie portate avanti dalla società civile e dalla Mental health coalition contro gli abusi nell’istituto psichiatrico di Freetown – l’unico nel paese e dove i pazienti al momento dell’ingresso dovevano pagare per l’acquisto di catena e lucchetto – nel giugno scorso il presidente Maada Bio ha inaugurato il nuovo e rinnovato ospedale psichiatrico, assicurando che sarà chain-free, libero dalle catene. Nessuno più subirà quella violenza. Almeno si spera.