L’Italia e gli stranieri
Nel flusso continuo delle informazioni le notizie perdono contorni e contesti, restano frammenti sfilacciati in un quadro che non ha lo spessore della realtà. In questi giorni, diversi avvenimenti si sono rincorsi e sovrapposti intorno ad un tema che fa da comune denominatore. Parliamo di immigrazione, di leggi e di razzismo. Tre nodi tenuti ben stretti all’attualità presente ma anche alla storia del passato prossimo del nostro paese.

Mercoledì 14 gennaio il Senato approva l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, contenuta nell’articolo 19 del ddl sicurezza. Con il reato di clandestinità passa anche la tassa sulla richiesta di cittadinanza. La Lega esulta, per il presidente del Pdl al Senato Maurizio Gasparri “vincono la legge e l’ordine”. Il ministro degli interni Roberto Maroni commenta la votazione: “a noi non interessa mettere in galera chi viene clandestinamente in Italia ma espellerlo rapidamente”. Numerose le reazioni e le proteste. Pochi giorni prima della Giornata mondiale delle migrazioni del 18 gennaio, Piergiorgio Saviola, direttore della Fondazione Migrantes, ha sottolineato come nel nostro paese “si registrano tante manifestazioni non solo verbali di accoglienza e di fraternità, ma purtroppo non manca, anche fra chi si professa cristiano, chi li guarda come gente importuna e fastidiosa, che desta allarme e costituisce pericolo, disturbatrice del nostro quieto vivere; gente da cui stare lontano, anzi che deve tornare lontano, a casa propria”. Nel loro comunicato, i missionari comboniani esprimono la loro preoccupazione e dicono “no ad un reato di clandestinità che esclude rifiutando i diritti fondamentali della persona”.

Giovedì 15 gennaio Thomas Hammarberg, commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani, presenta in Senato la sua relazione alla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani. Ne esce un quadro durissimo. Hammaberg denuncia, in particolare, le condizioni dei campi rom nel nostro Paese, mettendo sotto accusa il mancato riconoscimento dei diritti di cittadinanza: “molte delle persone che abitano in questi campi vivono in Italia da tantissimi anni, i bambini sono nati in Italia, parlano italiano e si sentono italiani anche se sono sans papiers, non hanno i documenti: bisogna regolarizzare questi bambini. Se il minore non ha la cittadinanza, dice la Convenzione Onu per i diritti umani sottoscritta anche dall’Italia, spetta al paese che lo ospita concedergliela”. Non tarda la replica del ministro degli esteri Frattini, secondo il quale il Commissario del Consiglio d’Europa avrebbe “offeso gravemente i sentimenti degli italiani”.

Nella stessa giornata parma.repubblica.it pubblica una foto: due ragazzi uno affianco all’altro. Uno guarda diritto l’obiettivo, l’altro abbassa lo sguardo. Quel profilo chinato nasconde il suo occhio tumefatto dalle violenze. Di quelle violenze, nella foto resta unicamente la mano che tiene la testa del giovane. E non è certo carezza, ma il mantenere fermo quel corpo percosso poco prima. La banalità del male. Quel male che – pur se assoluto e radicale – incide nella carne e nell’animo di ognuno e a cui, in piena responsabilità, accade che si dia corpo, mani. Accade nella provincia, accade a Parma. E ci fa sentire stranieri a questo Paese, a noi stessi. È questa la vera estraneità, non la differenza che, pur complessa, ci arriva con le persone migranti. E allora tornano alla mente quei muri su cui, nei giorni della presentazione del decreto sicurezza lo scorso giugno, si poteva solo scrivere “immigrati, salvateci dagli italiani”. Coincidenze di un paese in cui il razzismo non è più latente.