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L’Organizzazione internazionale delle migrazioni e l’Unione africana hanno diffuso nei giorni scorsi il primo corposo Rapporto globale sulle migrazioni africane, che si compone di oltre 200 pagine, numerose tavole informative e allegati. Il sottotitolo, Sfidando la narrazione, dichiara molto chiaramente l’obiettivo del documento: approfondire il tema per dimostrarne la rilevanza e la complessità assolutamente non percepita dall’informazione corrente, concentrata quasi esclusivamente sul flusso migratorio che si dirige in Europa  attraverso il Mediterraneo.

Questa visione, imposta dalla narrazione dei governi europei, riguarda esclusivamente le migrazioni irregolari e risponde solo alle politiche di sicurezza, meglio dire di chiusura, dei confini europei, ma è ben lontana dalla realtà. Infatti, la maggior parte dei migranti africani non attraversa il mare, ma i confini terrestri all’interno del continente, ma si muove all’interno della regione in cui si trova il paese di provenienza.

Inoltre, il 94% degli africani che si trasferiscono in un altro continente lo fa in modo regolare. Infine gli africani sono solo il 14% del totale della popolazione migrante. Una percentuale minima se paragonata al 41% che proviene dall’Asia e al 24% di europei stessi che si trasferiscono in paesi diversi da quello di nascita.

La narrazione europea, basata sulle imposizioni dell’epoca coloniale, influenza pesantemente anche le politiche africane, in modo molto spesso non consono alle esigenze socio-culturali ed economiche locali. È il caso della regione del Sahel, ad esempio, dove le esigenze di sicurezza utili all’Europa vanno in senso contrario al millenario spostamento di popolazioni lungo le rotte commerciali che attraversavano, e attraversano, il deserto del Sahara.

Così come l’imposizione di confini, passaporti e posti di frontiera non è compresa, e neppure presa in considerazione nella realtà della vita quotidiana, da popolazioni nomadi o seminomadi, come i masaai, che ancora oggi si muovono tra il Kenya e la Tanzania, o dalle popolazioni costiere dell’Africa orientale, il cui riferimento territoriale è ancor oggi il regno swahili che si estendeva da Mogadiscio, in Somalia, a Beira, in Mozambico.

Distorsioni

Secondo il rapporto, i mass media sia occidentali sia africani hanno una grossa responsabilità nell’imporsi rispetto alle distorsioni nella percezione delle migrazioni africane. Molti fanno circolare dati e storie senza darne una lettura corretta, talvolta per mancanza di specializzazione sul tema, talvolta per una percezione angusta dell’interesse del pubblico.

I mass media occidentali hanno di fatto assunto il punto di vista securitario delle politiche europee e concentrano l’informazione su storie di trasferimenti più o meno forzati, di rifugiati in fuga da zone devastate dai conflitti, diretti in Europa in modo irregolare.

Danno così l’impressione che siano la maggioranza dei migranti africani, mentre sono un’esigua minoranza. Mancano quasi totalmente storie sul contributo dei migranti allo sviluppo economico dell’Africa e della stessa Europa.

Ma ci sono debolezze oggettive nella conoscenza della realtà e nella gestione dei flussi migratori del continente, sottolinea il rapporto. La prima è sicuramente a livello accademico. Ci sono solo tre centri per lo studio delle migrazioni nel continente: presso le università del Ghana, di Witwatersrand in Sudafrica e l’Università americana del Cairo.

La ricerca nel settore è dunque in mano agli occidentali che tendono ad applicare al contesto africano esigenze e visioni estranee, mettendo l’accento sugli aspetti problematici piuttosto che esaminarli come aspetti della vita reale del continente. La seconda riguarda la dicotomia tra le politiche impostate a livello di Unione africana e quelle dei singoli stati. L’ultima è la mancanza di cooperazione e di scambio di informazioni sul tema tra le autorità competenti dei singoli paesi africani.

 Movimento di ritorno

Il documento, che approfondisce numerosi aspetti dei flussi migratori africani, si conclude con la descrizione di diversi scenari continentali che hanno come orizzonte il 2050. Il primo prevede che il continente avrà un importante sviluppo economico dovuto proprio ai movimenti della sua popolazione, facilitati dai miglioramenti tecnologici che permetteranno di meglio coordinare i flussi e sfruttare le diverse opportunità.

Fondamentali saranno le politiche continentali già approvate, come il Free movement protocol (Protocollo sulla libertà di movimento) dell’Unione africana, che sta alla base della costruzione di una zona di libero scambio di uomini e di merci a livello continentale.

Il secondo scenario descrive un declino dell’Occidente, sempre più chiuso in sé stesso, che attirerà molto meno i migranti africani, soprattutto quelli qualificati, che si dirigeranno piuttosto verso l’Asia. Saranno comunque spostamenti insignificanti se paragonati con quelli interni al continente. Vi si prevede, inoltre, che molti migranti africani lasceranno l’Occidente, non più attrattivo, e torneranno nei paesi d’origine dove metteranno a frutto le capacità sviluppate negli anni passati nella diaspora.

Infine si ipotizza che il continente africano diventi meta di importanti flussi migratori provenienti dall’Occidente, sia di forze produttive che intendono investire in un mercato enorme e ancora quasi inesplorato, sia di pensionati che intendono vivere in un ambiente stimolante, in cui la tecnologia non ha spazzato via la tradizione locale e in cui il costo e la qualità della vita è decisamente migliore che in altre parti del mondo.

Non sono ipotesi solo teoriche. Già adesso esperti dei vari settori descrivono dinamiche di sviluppo del continente che fanno pensare che gli scenari descritti si realizzeranno forse anche prima del 2050.

Con buona pace degli stereotipi nostrani, che considerano l’Africa il luogo delle crisi ricorrenti e irrisolvibili in cui tentare di relegare, se non addirittura di rinchiudere, i migranti visti come minaccia al nostro benessere. Mettendo così le basi del nostro declino (pure previsto dagli esperti) che già si percepisce in diversi settori