Parte dalle inchieste del cronista del quotidiano Avvenire, Nello Scavo, per diventare una pièce teatrale, A casa loro. Mette insieme due giornalisti impegnati: Scavo appunto e Giulio Cavalli che scrive e recita in quella forma di teatro di prima linea che è il teatro civile. Lo fa con l’intento di andare – grazie alla stesura di questo testo che, prima di diventare libro, ha battuto, come monologo, vari palcoscenici d’Italia – oltre la retorica che accompagna da sempre il tema dei migranti.

Per restituire le storie di voci ascoltate e di visi incontrati nel tempo. Per raccontare cosa sono diventate le “case loro”, dopo che le abbiamo private di risorse e ricchezze; che ne abbiamo inquinato i fiumi; che sono state bombardate dalle armi che produciamo e vendiamo “a casa loro”. Lì, dove vorremmo che poi tornassero, per lasciarci “padroni a casa nostra”.

Il testo cambia per sottofondo musicale e storie, ma mai per voce narrante, che rimane sempre quella di Cavalli. Una voce che racconta quale sia la prima causa di morte per chi tenta di arrivare sulle nostre coste: a uccidere prima del mare, scrivono i due giornalisti, è l’indifferenza di chi sapeva che sarebbe andata così e non ha fatto niente per impedirlo. Se non accordi che vendono gente che già lungo il tragitto era stata venduta.

Soldi, in cambio di respingimenti, che mettono ancora più a rischio le vite di donne, uomini e bambini che si imbarcano. A uccidere è l’indifferenza di un’Europa che non interviene, nonostante le telefonate di richiesta di aiuto dai barchini, le segnalazioni di avvistamenti, i report umanitari, le immagini delle prigioni e delle torture.

Ma, ancora prima del mare, raccontano Scavo e Cavalli, ci sono le traversate per il deserto, «diventato la discarica dei nostri errori e dei nostri orrori». Quello che si attraversa per arrivare sulle coste, per giungere a quel «buco nero delle prigioni clandestine in Libia».

Lager, che hanno «numeri da Terzo Reich», avvolti, oggi come ieri, dall’indifferenza dei più. Lager che, insieme al mar Mediterraneo, che i pescatori lampedusani definiscono “ecatombe di povirazzi”, un domani saranno meta di scolaresche che si chiederanno com’è stato mai possibile che ciò accadesse. Che si faranno, domani, le stesse domande di chi ha visitato Auschwitz.

E studieranno i termini di questo tempo, impareranno come le parole abbiano cambiato significato nel vocabolario delle migrazioni: “madame” non è più signora, ma trafficante di donne vittime della tratta; “native doctor” è lo sciamano, lo stregone che le tiene legate a credenze di punizioni se non restituiranno i loro debiti; “boga” è l’accompagnatore che consegna le donne arrivate a destinazione alla madame d’oltremare; “connection man” è un inedito tour operator, che si occupa del viaggio di quella merce preziosa, includendo una tappa in una “connection house”, un luogo che, fuori dall’inglesismo, si legge bordello.

E in mezzo a tutti questi termini che si susseguono, passano le storie di chi fugge al servizio militare obbligatorio o a un futuro da ragazzo soldato; di chi preferisce uccidersi, piuttosto che continuare a subire stupri; di chi per dieci volte tenta di attraversare la frontiera di Ventimiglia e per dieci volte è portato indietro, ma ha solo 16 anni e ci proverà ancora e ancora… Cambiano i nomi, mai la tipologia delle violenze raccontate. E la pièce teatrale diventa una denuncia che toglie il fiato. D’altra parte, era questo l’obiettivo della tournée civile: un pugno nello stomaco mentre si è seduti ad ascoltare o intenti a leggere.