Dopo 55 anni di promesse non mantenute, lo scorso 23 luglio il parlamento della Sierra Leone ha votato all’unanimità l’abolizione della legge penale sulla diffamazione, da sempre arma della politica per limitare la libertà di espressione. Dalla sua entrata in vigore nel 1965, sono state innumerevoli le detenzioni di giornalisti e dissidenti. L’ultima quella di Sylvia Olayinka Blyden, giornalista ed ex ministro degli Affari Sociali, arrestata a maggio per aver criticato il governo su Facebook e rilasciata su cauzione dopo aver trascorso un totale di 50 giorni in prigione.

Il fatto, ampiamente criticato da numerose organizzazioni per la libertà di stampa, africane e non, aveva scalfito la reputazione del presidente Julius Maada Bio, in carica da aprile 2018, che fin da prima di insediarsi aveva ribadito la sua volontà di abolire la norma contestata. Ma, a parte una bozza per l’abrogazione presentata a dicembre 2018, nulla si era mosso fino alla storica decisione del mese scorso che ha visto in prima linea i rappresentanti della stampa locale. «Non posso ancora credere che la mia professione non venga più criminalizzata. Mi sono emozionato al punto di piangere» ha dichiarato Umaru Fofana, corrispondente della Bbc.

Percorso tortuoso

Mai così a lungo una legge aveva occupato il dibattito mediatico nel paese: dell’ormai ex Parte V del decreto sull’ordine pubblico del 1965 veniva chiesta la cancellazione almeno una volta all’anno negli ultimi 20 anni da parte dell’Associazione dei giornalisti della Sierra Leone (Slaj). Era stata fortemente criticata già dall’entrata in vigore, con il governo di Albert Margai del Partito del Popolo della Sierra Leone (lo stesso di cui fa parte Bio), ed aveva consentito al Congresso di Tutto il Popolo, il partito di opposizione del fondatore Siaka Stevens, di vincere le successive elezioni del 1967, fallendo però nell’abolirla.

Da qui in poi, le opposizioni di turno si sono sempre dichiarate promotrici dello stralcio della norma ed hanno puntualmente disatteso le aspettative una volta al governo. Nel 2009, in risposta al ricorso presentato da Slaj, persino la Corte Suprema si era pronunciata in merito alla Parte V, ritenendo quest’ultima in linea con la Costituzione, seppur in violazione di vari trattati internazionali già ratificati dalla Sierra Leone, compresa la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Prima dei recenti sviluppi, solo l’ex presidente Ernest Bai Koroma, anche lui oppositore della norma, aveva intrapreso qualche iniziativa in campagna elettorale, prima di salire al potere nel 2007. Ma nessuna azione concreta fino a settembre 2016, l’ultima parte del suo secondo mandato, quando si è tenuto il Simposio nazionale sull’abrogazione della diffamazione criminale, premessa del risultato odierno.

L’era post-abrogazione

«Si apre un nuovo capitolo per la Sierra Leone. Questa legge non poteva avere posto in una società civile» ha dichiarato Ahmed Sahid Nasralla, presidente di Slaj. La norma non ammetteva infatti la veridicità come difesa, a meno che l’imputato non dimostrasse che la pubblicazione contestata fosse di pubblico interesse, nel qual caso il giudice poteva, a sua discrezione, considerare la veridicità come discriminante, ma solo eventuale.

Secondo Nasralla «un politico o una figura potente poteva semplicemente chiamare la polizia per far arrestare i giornalisti col pretesto di aver violato il decreto sull’ordine pubblico, e pure gli editori dei giornali potevano finire in carcere. Adesso tocca a noi gestire la libertà in modo responsabile, come ci ricorda la Commissione indipendente sui media (Imc)».

Contestualmente all’abrogazione della Parte V, è stato approvato il Decreto Imc 2020, che rafforza i poteri della commissione, creata nel 2000 dal parlamento per regolare i mezzi di comunicazione. Seppur sia stato discusso insieme a Slaj, il nuovo decreto ha lasciato perplessi in molti. Tra i punti che fanno discutere vi è la cancellazione della possibilità di registrare i giornali come “proprietà individuale”, al cui posto si concede la sola forma di “partenariato o azienda”, con criteri più complessi.

«E’ bene notare che moltissimi giornali in Sierra Leone sono registrati come proprietà individuale, una delle tante opzioni ammesse fino a prima del decreto. Il rischio è che molti vengano chiusi a discapito dell’informazione indipendente e pluralista» ha spiegato Lawrence William, giornalista del The Sierra Leone Telegraph.

Secondo il ministro dell’informazione e della comunicazione Mohamed R. Swaray, il decreto tutelerebbe invece la professione giornalistica, garantendo un paga minima di 60 dollari al mese per i praticanti, imponendo che solo il personale qualificato (in possesso di un diploma di giornalismo o simili) sia impiegato come direttore di giornali o radio, e dando alla Imc poteri quasi giudiziali per pronunciarsi sui procedimenti civili di diffamazione per mezzo dei media. La commissione potrà inoltre revocare le licenze degli editori con più facilità “se ritenuto nell’interesse del pubblico”, si legge nel provvedimento.

Secondo un comunicato dell’associazione degli editori della Sierra Leone, pubblicato sul The Calabash Newspaper di Freetown, “il nuovo Decreto Imc 2020 nasconde misure draconiane e rivela ipocrisia nell’abrogazione della legge sulla diffamazione. Le misure già esistenti erano più che sufficienti per regolare l’informazione. Le preoccupazioni sul futuro della libertà di stampa non sono finite”.

Il comunicato, inoltre, cita il caso della vicina Liberia, dove il sistema dell’informazione non è molto differente: nel febbraio 2019 il presidente George Weah ha cancellato una simile legge sulla diffamazione, senza però introdurre nuove restrizioni per i media. Per il momento la Sierra Leone può festeggiare la vittoria ottenuta, a patto di rimanere all’erta.

La tendenza

Le leggi penali sulla diffamazione, con tanto di detenzione preventiva, sono ancora diffuse nel continente africano e sono in buona parte residui del periodo coloniale. Secondo un rapporto di Pen International, stimata organizzazione per la libertà di espressione, queste furono introdotte per rafforzare il dominio degli amministratori europei e reprimere le richieste di autodeterminazione nazionali. Una volta ottenuta l’indipendenza, ci si poteva aspettare che gli stati africani abolissero tali leggi. Al contrario, le élite locali le hanno usate contro i propri avversari.

Il Ghana, primo paese del continente ad aver decriminalizzato la diffamazione nel 2001, ha dimostrato gli evidenti benefici di una stampa libera ed è oggi tra i più democratici dell’Africa occidentale. Eppure, il processo di distensione della libertà di stampa, senza il parallelo rafforzamento degli standard giornalistici, non è privo di inconvenienti.

«La percezione odierna è che il pendolo abbia oscillato troppo dall’altro lato e che certi media siano virtualmente fuori controllo, al punto che alcuni hanno esitato a ricoprire ruoli pubblici per il timore di essere malignosamente diffamati» ha dichiarato Kwasi Agyeman, presidente dell’associazione degli editori del Ghana.

Secondo Ransford Gyampoh, professore di scienze politiche presso l’Università del Ghana (Accra) «E’ auspicabile che si rafforzino le strutture istituzionali preposte a regolare l’informazione, come la commissione nazionale sui media. Ma hanno poche risorse e non funzionano bene anche a causa di diatribe politiche. La soluzione deve partire dai media stessi: serve formazione».

Negli ultimi anni il continente ha registrato varie conquiste: nel 2016, 2017 e 2018, rispettivamente Zimbabwe, Kenya e Lesotho hanno dichiarato incostituzionali le proprie leggi sulla diffamazione. Altri paesi vi rimangono invece saldamenti attaccati, come Uganda e Zambia.