Protesta delle donne contro la violenza di genere ad Abuja, Nigeria, lo scorso giugno (Credit: Tonto Direk via Twitter)

Le Nazioni Unite l’hanno definita “the shadow pandemic” (la pandemia ombra). Il riferimento è all’incremento delle violenze sessuali, a cui va aggiunto quello degli abusi domestici.

Se prima dell’emergenza Covid-19 il dato – già allarmante – era che una donna su tre in tutto il mondo ha subito violenza fisica o sessuale, oggi le cifre sono fuori controllo. Sia quelle relative agli abusi sessuali, sia quelle che vanno sotto l’acronimo inglese Vawg, violenza contro donne e ragazze.

Violenze che se prima erano tenute sotto silenzio – nella maggior parte dei casi – oggi sembrano sempre meno tollerate dalle donne. Proteste, campagne di denuncia e sensibilizzazione, organizzazioni nate con lo scopo di “mettere in luce le ombre”, stanno evidenziando un atteggiamento molto meno passivo e rassegnato.

Le ultime manifestazioni, in ordine di tempo, si sono svolte in Namibia, paese che non appare spesso sulle cronache. Le prime pagine di giornali locali e internazionali, negli ultimi giorni, sono state invece per loro: le donne scese in piazza per dire basta alla violenza di genere. Circa 400, in maggioranza giovani.

Non è finita bene. Gli agenti, mandati dal governo a disperdere la folla, hanno usato gas lacrimogeni e molte ragazze hanno testimoniato di essere state schiaffeggiate o anche picchiate. Paradosso di una protesta organizzata per denunciare le violenze dei maschi sulle donne namibiane.

Ogni mese a Windhoek, la capitale, arrivano oltre 200 denunce di violenza domestica. E questa, si sa, in Namibia come in altri paesi africani, è solo la punta dell’iceberg, visto che ancora molti casi non vengono denunciati. Le donne della Namibia chiedono che il presidente, Hage Geingob, prenda direttamente in carico la questione e dichiari lo stato di emergenza per la violenza contro le donne e il femminicidio.

Un passo che fece qualche mese fa il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa. In Sudafrica ogni tre ore una donna viene uccisa. Stessa cosa è avvenuta in Nigeria dove lo stato di emergenza è stato dichiarato la scorsa estate in tutti i 36 stati che compongono il paese. Dichiarazioni ufficiali che non hanno certo migliorato le cose, ma hanno comunque convinto le donne a unire le forze per trovare il modo di difendersi.

Le donne metodiste unite della Liberia manifestano contro le violenze nel gennaio 2019 a Marshall. (Credit: E. Julu Swen – Um News)

Rompere l’isolamento

Non solo manifestazioni di piazza – in Nigeria e Sudafrica ne sono state organizzate moltissime nel corso degli ultimi anni, e anche nei mesi del lockdown – ma anche iniziative personali e collettive che mirano a offrire assistenza e aiuto. È il caso, ad esempio, di Ster, Stand to end rape (Alzati per mettere fine allo stupro).

L’organizzazione è stata fondata nel 2014 da Oluwaseun Ayodeji Osowobi e nasce dalla sua personale esperienza, quella di una donna (all’epoca dei fatti giovane studentessa universitaria) che ha subito violenza sessuale. Un trauma amplificato al momento della denuncia alla stazione di polizia.

Prima un blog e poi l’organizzazione da lei fondata, l’hanno aiutata a portare fuori il dolore e a trasformarlo in aiuto per le altre. Ster fornisce supporto legale, medico e di salute mentale a chi – in Nigeria – ha subito la stessa violenza, ma esorta anche le donne a denunciare sempre i loro aggressori.

Cambiare l’atteggiamento delle vittime e poi dell’intera società è il principale scopo di organizzazioni di questo genere. Sfuggire agli abusi, soprattutto quelli domestici, e denunciarli, è una vergogna per la donna. Una situazione ribaltata, dettata dal pregiudizio e dallo stigma che circonda questi argomenti.

Eppure sono sempre di più quelle che trovano il coraggio di fare un passo controcorrente. Soprattutto se trovano altre donne a sostenerle. Come avviene alla Safe house, situata in un sobborgo di Nairobi, in Kenya. Sono tre stanze, occupate al momento da 29 ragazze e 7 bambini, frutto di violenze sessuali. Molte altre vorrebbero trovare rifugio alla Safe house e, se non fosse per lo spazio così ristretto, chissà quante altre donne accoglierebbe.

Ecco perché molte strutture, dapprima destinate ad altri scopi – ad esempio raccogliere rifugiati -, si stanno riconvertendo, per dare una casa e assistenza alle donne e ragazze che hanno subito abusi e maltrattamenti. Secondo i media locali, nel paese, quasi 4mila studentesse sono rimaste incinte nei sei mesi in cui le scuole sono state chiuse per il lockdown.

Nella maggior parte dei casi le ragazze sarebbero state violentate da parenti e persino da agenti di polizia. La pandemia, che ha tenuto lontano le ragazze dalle aule, ha portato dunque a un incremento di violenze, gravidanze precoci e matrimoni forzati allo scopo di trovare una soluzione alla crisi economica che, evidentemente, si è abbattuta sulle famiglie più vulnerabili e prive di un sostegno economico stabile.

Colmare i vuoti legislativi

Gli stati cercano di arginare l’incremento delle violenze di genere ricorrendo, in alcuni casi, a leggi draconiane e molto discusse. Come quella stabilita dal governatore di Kano (Nigeria) che ha voluto una modifica del codice penale che consente la castrazione chirurgica per uomini colpevoli di stupro.

A Freetown, capitale della Sierra Leone, dal mese di luglio è stato istituito un tribunale con 20 giudici il cui compito è gestire unicamente – e rapidamente – i casi di stupro e altre violenze sessuali. E in Malawi, la Corte Suprema ha ordinato alla polizia di una piccola città di risarcire le vittime di abusi sessuali da parte degli agenti.

Intanto, continuano a emergere dati da diversi paesi. Inquietante il report del programma di sviluppo delle Nazioni Unite dalla Repubblica Centrafricana, dove solo dal mese di aprile si registra un incremento del 10% dei casi di violenza di genere, del 69% di danni fisici a donne e bambini, e del 27% di stupri.

E a sostegno del fatto che la pandemia abbia peggiorato notevolmente la situazione, si cita questo dato: dal primo caso di Covid-19 nel paese il 97% delle vittime di violenza sono state donne e il 76% di queste sono minorenni. Anche in Liberia (per citare un’altra area del continente) si è registrato un aumento del 50% della violenza di genere nella prima metà di quest’anno.

Dal 25 novembre al 10 dicembre tornerà l’evento “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” voluta da Un Women. Un momento topico per contarsi, farsi notare, urlare se necessario. Ma anche per far capire ai governi africani che il primo modo per combattere questo dramma è includere sempre più donne nei processi decisionali, dare loro spazio e parola per abbattere il sistema patriarcale e omertoso che favorisce, copre, rafforza i meccanismi sociali che stanno dietro la cultura della violenza domestica e dello stupro.