Somalia: il business del conflitto
Armi, aiuti e sequestri. Un giro d’affari da centinaia di milioni di dollari che alimenta la guerra civile somala da quasi due decenni.

Nell’anarchia diffusa, proliferano modi sempre più ingegnosi per trarre profitto dall’economia di guerra, affermata in 18 anni di conflitto.
Secondo alcune stime la sola attività di pirateria nelle acque al largo della regione settentrionale del Puntland avrebbe fruttato nel 2008 circa cento milioni di dollari. Un bottino che rende i banditi del mare, ex pescatori di villaggi costieri, più temibili delle stesse fazioni di miliziani che si contendono il governo del paese.

La fonte principale di reddito per i war-lords somali rimane tuttavia quella “ufficiale”. Nel giugno scorso, gli Stati Uniti hanno inviato dieci milioni di dollari in armi al governo di transizione somalo per contrastare la crescente minaccia islamista. Armi che, puntualmente, sarebbero state ritrovate nel principale mercato della capitale.

Una prassi comune, secondo quanto riferito dai testimoni locali: i miliziani filo-governativi ricevono le armi dal governo, per poi rivenderle al mercato, dove i membri delle fazioni opposte le ricomprerebbero ad un prezzo maggiorato.
Come lo stesso dipartimento di stato statunitense ha confermato, le armi prenderebbero la via della Somalia attraverso Kampala e i caschi verdi ugandesi della locale missione dell’Unione Africana.

Nel fiume di denaro che scorre in questo paese devastato, non potevano mancare gli imprenditori internazionali della guerra. In un reportage trasmesso mercoledì, l’emittente televisiva panaraba, Al Jazeera, ha rivelato il legame esistente tra un’importante società internazionale di sicurezza e i pirati del Golfo di Aden. Dieci anni fa, la britannica Hart Security avrebbe fornito addestramento ed equipaggiamento al personale di sicurezza somalo da destinare all’attività di guardacoste nel nord del paese. Centinaia di guardacoste, che, successivamente, avrebbero deciso di abbandonare l’attività per passare a quella di pirateria, molto più remunerativa.

La segnalazione giunge da un pirata. Mohamed Hersi, uno dei portavoce dei corsari, ha riferito attraverso una mail inviata all’emittente, di aver ricevuto un addestramento speciale commissionato dal governo del Puntland alla multinazionale britannica Hart Security, attiva in alcuni dei più accesi conflitti del pianeta, contractor ufficiale di Stati Uniti, Unione Europea e organizzazioni internazionali.

Dopo aver incassato i finanziamenti per l’addestramento dei pirati somali, la stessa compagnia oggi fornisce assistenza alle malcapitate società armatrici, offrendo servizi assicurativi, di consulenza e di protezione, proprio contro quei corsari che dieci anni prima si è preoccupata di addestrare. Tutto ciò ad una modica cifra che oscilla tra i 500.000 e i 2 milioni di dollari, nel caso fosse necessaria un’assicurazione contro i sequestri. Dal canto suo Richard Bethel, amministratore delegato della Hart Security, rigetta ogni responsabilità: «Attribuire a noi la causa del fenomeno della pirateria – dice – è come attribuire al governo statunitense la responsabilità per le attività dei terroristi di Al Qaeda».