Che si tratti di terrorismo, di insurrezioni o banditismo, l’Africa occidentale e il Sahel più particolarmente si trovano a confrontarsi con la presenza di troppe armi e munizioni in circolazione che minacciano la sicurezza. Ma da dove provengono? Come arrivano i gruppi armati, che non fanno parte delle forze armate nazionali e internazionali, a procurarsi armi e munizioni nel contesto attuale?

Una risposta ce la offre Georges Berghezan, ricercatore al Gruppo di ricerca e di informazione sulla pace e la sicurezza (Grip), un centro indipendente belga sui problemi della pace, della difesa e degli armamenti, che mira a migliorare la sicurezza internazionale in Europa e nel mondo.
Radio France Internationale (RFI) lo ha intervistato il 9 aprile scorso. Questa un’ampia sintesi.

Che cosa si sa del volume d’armi e del tipo di armamenti in circolazione in Africa occidentale?

«Le stime raccontano per l’intera Africa di circa 40milioni di armi in mano ai civili, in gran parte in maniera illegale; una dozzina di milioni di armi sarebbero in Africa occidentale. Si tratta di armi da fuoco di piccolo calibro che si possono classificare in due categorie: armi industriali, in cui domina nettamente il modello kalashnikov, e armi artigianali, del tipo fucile da caccia a uno o due colpi.

I gruppi catalogati come “terroristi” non utilizzano armi artigianali, ma queste non sono da disprezzare. Oltre che dai cacciatori, esse vengono utilizzate soprattutto dalle milizie comunitarie, dalla criminalità urbana e dai ladri di bestiame. A Bamako (Mali) o ad Accra (Ghana), per esempio, si usano essenzialmente pistole artigianali negli attacchi a mano armata. La Repubblica Centrafricana è uno dei rari paesi in conflitto in cui le milizie che si contrappongono usano essenzialmente armi artigianali.

D’altronde, quando si parla di armi illegali, è bene sapere che la maggior parte di questi paesi non ha una regolamentazione o un processo di consegna di porto d’armi o utilizzo d’armi. Ecco perché molte persone che detengono armi sono nell’illegalità: per un vuoto legislativo o amministrativo.

A fare eccezione in Africa occidentale è il Ghana. Un paese, questo, che ha fatto degli sforzi per registrare i produttori e i detentori d’arma, e che ha una legislazione operativa. In Ghana, vengono valutate a un milione e 240mila le armi legali registrate in mano ai civili, e a un milione le armi illegali.

Secondo i dati di Small Arms Survey, un istituto di ricerca indipendente con sede a Ginevra, il 3° paese africano con più armi in mano alla popolazione è la Costa d’Avorio (più di un milione). Il paese dell’Africa occidentale con il maggior numero di armi è però il gigante della regione, la Nigeria: si parla di più di 6 milioni di armi in mano ai civili».

Da dove provengono tutte queste armi?

«Nella regione ci sono armi da molti anni. Fin dai tempi della penetrazione araba, innanzitutto, e poi a sud del Sahel, dall’arrivo della Francia e la colonizzazione. È da allora che i fabbri locali hanno cominciato a produrre armi, copiando i fucili da caccia francesi. La prima fonte è stata, dunque, la produzione locale. In genere, si tratta di armi non automatiche che utilizzano cartucce da caccia; ma apparentemente ci sono artigiani capaci di copiare i kalashnikov, in Mali in particolare.

Sulla quantità di armi automatiche, le statistiche sono molto rare. Si sa, per esempio, che in Niger, tra il 2014 e il 2016, su 462 armi sequestrate, il 56 % erano fucili d’assalto di cui il 95 % del tipo AK (kalashnikov), il 26 % pistole, alcune armi tradizionali artigianali e il 12 % altri generi di armi leggere, che vanno dai mitra ai lanciarazzi.

Quanto alle provenienze delle armi industriali, sono molto diverse. Durante la guerra civile in Costa d’Avorio, per esempio, l’allora presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, sosteneva i ribelli nordisti della Costa d’Avorio. Ci sono stati importanti flussi di armi dal Burkina alla Costa d’Avorio.

Secondo i rapporti dell’Onu, la maggioranza delle armi passate dagli arsenali dell’esercito del Burkina alla Costa d’Avorio era dei “Tipi 56”, cioè la versione cinese del kalashnikov. C’erano anche modelli AK (kalashnikov) di provenienza polacca, pistole HK (Heckler & Koch) di origine tedesca, prodotti però negli Stati Uniti, e munizioni made in Serbia e Romania.

È risaputo che con la caduta del presidente libico Mouammar Gheddafi, un flusso importante di armi provenienti dalla Libia è andato verso il Sahara e il Sahel».

Questo flusso esiste ancora e quali sono oggi le principali fonti di approvvigionamento?

«Tra il 2011 e il 2013, abbiamo assistito a una vera e propria inondazione di armi dalla Libia: armi anti-aeree, lanciamissili, ma soprattutto armi da fuoco di piccolo calibro. Benché una parte di queste armi arrivate nel Sahel sia poi partita verso altre destinazioni, come la Repubblica Centrafricana, l’essenziale è rimasta nel Sahel. Da allora, una parte ha poi fatto ritorno in Libia con lo scoppio della guerra civile.

Ma nel 2011, finiva anche la guerra civile in Costa d’Avorio, alcuni anni dopo che erano finiti i combattimenti in Sierra Leone e in Liberia. Ci sono stati importanti trasferimenti illegali di armi da questi paesi, e in particolare da parte di comandanti della zona nord della Costa d’Avorio, verso il Mali e il Niger, ma anche verso la Repubblica Centrafricana dove iniziava la guerra.

Questa situazione ha comportato una diminuzione dei trasferimenti transcontinentali così come esistevano al tempo delle guerre in Liberia e in Sierra Leone, come ben raccontato nel film Lord of War. Questi trasferimenti avvengono ancora, ma si sono ridotti di molto e i loro carichi si concentrano su alcuni porti: Dakar, Conakry, Abidjan e Lagos.

Esistono inoltre reti di traffico con gruppi molto ben organizzati che operano nel Sahara su l’asse est-ovest e caratterizzati da quelli che si chiamano “poly-trafics” perché mescolano le armi ad altri prodotti, come gli stupefacenti, per esempio l’haschisch marocchino destinato all’Egitto e al Medioriente, o la cocaina dall’America del Sud che transita dal Sahel con destinazione l’Europa.

Infine, il piccolo traffico, detto “traffico di formiche”, spesso mescolato al traffico di migranti, molto attivo nelle zone di frontiera. Queste zone sono spesso centri del traffico di armi, come per esempio nel nord della Costa d’Avorio sulle frontiere con il Mali e il Burkina Faso.

Ma dal mio punto di osservazione, la principale fonte di approvvigionamento, quella che in alcuni paesi conta almeno per la metà, è il traffico proveniente dagli arsenali delle forze di sicurezza. È successo con la Libia, dove si sono svuotati gli arsenali governativi. Ma in paesi come il Mali e il Niger, le forze di sicurezza perdono o vendono le loro armi in favore di gruppi armati, di criminali e di jihadisti. Gli arsenali degli eserciti di questi paesi sono senz’altro la maggior fonte di approvvigionamento in armi illecite».

Chi sono i grandi attori del traffico transnazionale?

«I grandi trafficanti, noti una ventina di anni fa, sono oggi inattivi. Viktor Bout è detenuto negli Stati Uniti, Arcadi Gaydamak (condannato in Francia nell’affaire delle vendite di armi verso l’Angola) o il belga Jacques Monsieur, che per decenni sono stati praticamente su tutti in grandi conflitti del mondo, oggi sono neutralizzati. Ma anche se queste grandi figure del traffico di armi non sono più attive, va denunciata la responsabilità di alcuni capi di stato che hanno molto contribuito al traffico di armi.

C’è chi, come Blaise Compaoré, ex presidente del Burkina Faso, ha alimentato in armi e munizioni praticamente tutto ciò che era sotto embargo in Africa all’epoca: la Sierra Leone, la Liberia, la Costa d’Avorio e ancora prima l’Unita (Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola) in cambio di diamanti; di qui l’espressione “diamanti insanguinati”.

Alcuni paesi hanno giocato un ruolo molto importante nella fornitura di armi: l’Ucraina, la Bulgaria, prima della sua entrata nell’Unione europea, l’Iran, piuttosto attivo verso l’Africa dell’est, o la Cina le cui munizioni e i fucili d’assalto si ritrovano un po’ ovunque in Africa. Recentemente, per esempio, c’è stato un grosso sequestro a Lagos (Nigeria) di fucili turchi. Anche la Turchia sembra essere diventata un grosso esportatore di armi.

I trasferimenti di armi tra stati possono essere così ufficialmente autorizzati dai governi in favore di altri governi ma poi deviati verso altre destinazioni, come è stato il caso per esempio in Burkina Faso quando le armi venivano deviate verso la Liberia o la Costa d’Avorio in guerra».

Avere armi è una cosa, altra è invece poter approvvigionarsi in munizioni. Ci sono logistiche particolari per le munizioni?

«Ho visto di recente, sulla stampa maliana, che l’esercito mauritano aveva intercettato un convoglio di armi destinato ai jihadisti del Mali; ciò che era stato sequestrato erano mitragliatrici, droga e anche munizioni. I flussi si confondono, e sul traffico specifico di munizioni ci sono poche indicazioni e studi.

À Bamako (Mali), c’è una fabbrica di produzione di cartucce “calibro 12” per i fucili da caccia e queste cartucce si ritrovano in tutta l’Africa occidentale. Il che significa che il loro commercio è gestito molto male. In Costa d’Avorio al dettaglio una cartuccia costa tra i 300 e i 600 franchi Cfa, cioè tra 0,50 euro e un euro al massimo. Si tratta di cartucce per rifornire armi tradizionali o i fucili da caccia importati; ma sulle munizioni per kalashnikov si hanno poche informazioni».

Quanto costa un’arma automatica nel Sahel ?

«Un kalashnikov nel Sahel costa tra i 100 e i 200 euro. Se si paragona ad altre zone, è molto meno caro che in Europa occidentale dove il prezzo varia dai 500 ai 1.000 euro. Ma è nettamente più costoso che in certe regioni, come la Rd Congo dove costa tra i 25 e i 50 dollari a Goma o a Bukavu (tra i 22 e i 45 euro). Il prezzo dipende dall’offerta e dalla domanda. La Rd Congo al presente trabocca di armi; non c’è più bisogno, dunque, di importarne perché c’è già tutto il necessario sul posto.

La maggior parte delle armi industriali in Africa provengono dall’Europa dell’est e dalla Cina. Questo predominio si spiega soprattutto col fatto che il loro prezzo è molto più basso dei fucili FAL belgi, dell’HK tedesco o dell’M16 americano. È questa la ragion del loro successo negli stati o presso i gruppi armati non statali. Nel Sahel, il 95 % dei fucili d’assalto sono kalashnikov, il resto armi di fabbricazione occidentale».

Nel Sahel, l’acquisto di un’arma automatica rappresenta un costo importante. Come possono le bande armate procurarsi simili armamenti?

«Le fonti di reddito sono i traffici. Se si prende l’esempio dei jihadisti che non possiedono che armi automatiche, vengono pagati per scortare i trafficanti. In Mali, per esempio, ci sono molti conflitti: l’insurrezione tuareg, i jihadisti e gli scontri intercomunitari in cui le armi tradizionali sono sempre più rimpiazzate da kalashnikov.

Nell’est della Rd Congo, la produzione artigianale è scomparsa dalle zone di frontiera a causa della “concorrenza sleale” delle armi industriali che sono molto a buon mercato.

Oggi, nel Sahel, le armi provengono essenzialmente dagli arsenali delle forze di difesa o di sicurezza dei paesi o di quelli vicini. Ci sono molte deviazioni, volontarie o non, dagli arsenali governativi di Nigeria, Niger e Ciad verso Boko Haram in Nigeria. A volte è un responsabile locale che lo fa per arricchirsi. Ma ci sono anche altri interrogativi cui dare una risposta.

Perché, ad esempio, in Burkina Faso non ci sono stati attentati ai tempi di Blaise Compaoré, mentre si sono moltiplicati dopo la sua cacciata? Perché la Mauritania non ha subìto alcun attentato? Perché fino al 2015 il Ciad è stato al riparo di Boko Haram? È facile supporre che alcuni  governi di questi paesi abbiano concluso accordi con i jihadisti per essere lasciati tranquilli e che in cambio ci sia stata una certa compiacenza, per il loro armamento.

Ci sono poi gli arsenali abbandonati. Nel 2012 in Mali, è stato un fenomeno gigantesco. Le Forze armate maliane (Fama) sono fuggite di fronte all’avanzata dei jihadisti e dei ribelli tuareg e hanno abbandonato i loro arsenali sul posto. Ora, le catture d’armi continuano: è questa la motivazione degli attacchi da parte di questi gruppi contro le caserme e i campi dell’esercito. In Rd Congo c’è addirittura il fenomeno degli attacchi simulati.

Un ufficiale stipula un accordo con un gruppo armato: “tu simuli un attacco quel giorno a quell’ora, noi si fugge, tu prendi il materiale e per questo mi dai prima tante migliaia di dollari”… In Congo, avevo inventariato una decina di metodi come questo, per far passare delle armi alle bande armate o ai criminali. Ci sono anche dei prestiti di armi e ogni specie di sistema. Da questo punto di vista, la situazione nel Sahel è comunque meno grave che in Rd Congo».

(Traduzione di Elio Boscaini)