Al vertice Fao di Roma sono intervenuti alcuni leader africani, tra cui Gheddafi e Mugabe (Zimbabwe) Ernest Bai Koroma (Sierra Leone, nella foto), sostenendo che la riduzione della povertà passa dal settore agricolo.

Il messaggio lanciato dal Vertice Fao di Roma è chiaro: per risolvere il problema della fame bisogna interloquire con tutti i governi nazionali dell’Africa, compresi quelli “cattivi”. Per questo a Roma sono intervenuti personaggi discutibili e discussi come il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe e il leader libico Muammar Gheddafi, presidente di turno dell’Unione africana (Ua).

 

Attesi al varco, i due non hanno risparmiato dichiarazioni al vetriolo. Gheddafi non usa mezzi termini nell’accusare i colpevoli della fame che colpisce oltre un miliardo di persone, un sesto della popolazione mondiale: «L’ipocrisia delle potenze coloniali che hanno saccheggiato i continenti ha causato gli affamati di oggi». Poi, però, il leader libico tende la mano all’Occidente ed al suo amico Silvio Berlusconi: «Bisogna comunque ammettere che il G8 de L’Aquila testimonia un nuovo impegno per la sicurezza alimentare».

 

Mugabe, responsabile in prima persona di anni di malgoverno che hanno ridotto lo Zimbabwe allo stremo, ha invece puntato forte sulle sanzioni che tarperebbero le ali allo sviluppo del suo paese. «Con le sanzioni unilaterali che ci colpiscono e con delle politiche punitive di certi paesi i cui interessi si oppongono alla nostra richiesta di giustizia ed equità, lo sviluppo dello Zimbabwe è bloccato nonostante i grandi investimenti che il governo ha varato». Mugabe si guarda bene dal dire che le sanzioni riguardano direttamente il suo modo di intendere i diritti umani e la democrazia: sil limita invece a chiedere soldi che servirebbero per sviluppare un nuovo sistema di irrigazione. «Il mio paese ha il potenziale per riuscire ad irrigare 453mila ettari di terreno contro gli attuali 153mila grazie ad un nuovo sistema di dighe». Per fare questo, però, il leader impone le sue regole: «Gli Stati occidentali devono sgravare il mio paese ed il mio popolo da sanzioni inumane e illegali».

 

La richiesta fondamentale che accomuna tutti i discorsi dei leader africani è quella di invertire il trend degli investimenti nel settore agricolo che nel 2008 sono diminuiti. «È necessario, ha commentato Agnes Kalibata, ministro dell’Agricoltura del Rwanda, concentrarsi su come accelerare lo sviluppo e la riduzione della povertà. Servono strategie e nuovi metodi di finanziamento che devono essere trovati anche attraverso Forum come questo di Roma».

 

Chiaro è il monito di Alhaji Yahia Jammeh, presidente del Gambia, che dopo aver ricordato che oltre il 70% della popolazione del suo paese dipende dall’agricoltura ha dichiarato: «L’agricoltura non è un passatempo per i poveri. Se riusciamo a darle dignità essa può garantire cibo e la sicurezza economica a tutti gli individui pronti e volenterosi di accogliere la sfida».

 

Dopo aver ringraziato l’Italia per il caloroso benvenuto, il primo ministro della Somalia, Omar Abdirashid Al Sharmarke, ha garantito la cooperazione del proprio paese alle istituzioni internazionali. «Siamo pronti a lavorare con la comunità internazionale per stilare un programma che permetta di implementare strategie per assicurare la sicurezza alimentare che in Somalia passa attraverso la costruzione di infrastrutture, l’approvvigionamento di acqua ed il rinvigorimento degli investimenti privati». Va ricordato che il paese è di fatto privo di un governo riconosciuto e in balia dei clan dai primi anni ’90.

 

«La povertà endemica – ha spiegato Ernest Bai Koroma, presidente della Sierra Leone – non può coniugarsi con la sicurezza alimentare. È quindi necessario aggiungere valore alle nostre materie prime per aumentare il reddito della popolazione rurale, creare posti di lavoro e quindi migliorare la nutrizione della nostra popolazione».

 

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