“Dobbiamo tendere la mano verso l’altro e deporre le armi” ha detto ieri una donna all’uscita dal seggio elettorale nella capitale Bangui sotto controllo delle forze di sicurezza internazionali. Il giornalista centrafricano Rolf Steve Domia-Ieu di Radio Ndekeluka ha raccolto per Nigrizia alcune voci (in francese) di chi si è recato ai seggi:

Calma in capitale, tensioni nelle province

In Repubblica Centrafricana, da diversi mesi, si attendevano queste elezioni legislative e presidenziali come un passaggio molto importante per suggellare il patto di pace e riconciliazione firmato nel febbraio 2019 a Khartoum tra le autorità e 14 gruppi ribelli nel paese. A Bangui in effetti lunghe code hanno affollato le urne sin dal mattino e il voto si è svolto generalmente nella calma.

Non così nelle campagne dove circa 800 seggi su 5,400 (15%) non hanno potuto neanche aprire i battenti a causa di un vero e proprio stato di psicosi di fronte agli attacchi dei ribelli che si sono acuiti nelle ultime settimane e che hanno provocato nel paese oltre 50.000 sfollati. In alcuni casi le urne sono state aperte ma poi attaccate dai gruppi armati. A Birao, nell’estremo nord, è dovuta intervenire la Minusca, il contingente dei caschi blu delle Nazioni Unite che dovrebbe garantire la sicurezza nel paese, per permettere alle persone di votare.

A Carnot, nella parte occidentale, i ribelli hanno distrutto le urne mentre diversi attacchi contro il trasporto del materiale elettorale si sono registrati nel nord nelle località di Ndelé, Kaga Bandoro, Bres e Bamingui.

L’escalation delle violenze e la richiesta di posticipare le elezioni

Le settimane che hanno preceduto il voto sono state caratterizzate da un crescendo di tensioni in tutto il paese dopo che l’ex presidente Francois Bozize, estromesso nel 2013 da un colpo di Stato, è stato escluso dalla gara elettorale il 3 dicembre scorso dalla Corte Costituzionale. Si è capito fin da subito che la sua reazione non si sarebbe fatta attendere e così è stato.

A nove giorni dal voto Bozizé ha invocato un improponibile alleanza dei candidati dell’opposizione contro il presidente Touadera per poi passare al sostegno diretto del candidato Anicet Georges Dologuelé, ex primo ministro. Ma l’operazione che Bozizé aveva in testa era già stata preparata sul terreno da diverso tempo approfittando degli spostamenti della campagna elettorale: mettere insieme i vari pezzi di gruppi armati e ribelli in dormiveglia per poi scoccare il colpo finale a ridosso del voto.

Alcune fonti sul terreno raccontano a Nigrizia che avrebbe promesso ai gruppi armati, una volta raggiunta la capitale, di poterla saccheggiare per 72 ore. E’ stato così che sei fazioni in lotta per il controllo del territorio si sono riunite nella “Coalizione dei patrioti per il cambiamento” e hanno firmato il patto di Kamba Koto il 15 dicembre scorso con l’intento di destabilizzare il paese per chiedere in rinvio delle elezioni. Cosa che Bozizé cerca in tutti i modi visto che, in un appello alla nazione di sabato scorso, ha sostenuto esplicitamente la ribellione e ha chiesto alla popolazione di boicottare i seggi.

Molte voci si sono alzate proprio in questa direzione, compresi sei candidati alla presidenza, perché si considerava impossibile andare al voto in un paese controllato per i due terzi dai gruppi armati. Lo stesso candidato Bokassa ha rinunciato alla gara presidenziale in disaccordo con chi vuole il voto a tutti i costi. Una richiesta in linea con quella del Gruppo di lavoro della società civile sulla crisi centrafricana (Gtsc) che denuncia la presenza di mercenari stranieri nelle liste elettorali, il moltiplicarsi di gruppi armati che ostacolano le elezioni e il lavoro dell’Autorità Nazionale delle elezioni che va a braccetto con il governo

L’argine al rinvio delle elezioni

Ma la Corte costituzionale aveva respinto sabato scorso ben otto ricorsi che chiedevano un rinvio delle elezioni sostenendo che non sarebbe stato possibile in tal caso rispettare il dettato costituzionale che prevede l’installazione del nuovo presidente entro la data prevista del 30 marzo. Neanche di fronte all’uccisione, il giorno di Natale, di 3 caschi blu burundesi a Doka, a 250 chilometri a nord della capitale, la Corte ha piegato la testa.

Anche il presidente Faustin Archange Touadera, che ha incassato il sostegno ufficiale del presidente francese Macron e di truppe rwandesi già presenti sul terreno, è rimasto inflessibile sulla data: ha continuato imperterrito la sua campagna elettorale inviando il 23 dicembre degli SMS alla popolazione per invitarla a ritirare la sua carta elettorale e ne ha esteso il termine fino al giorno stesso del voto.

Per il mantenimento delle elezioni si sono schierati apertamente anche la Minusca che non vuole innescare nel paese una nuova fase di turbolenza e instabilità cronica e i vescovi centrafricani che, dentro il collasso del paese, vedono nelle elezioni una piccola fiamma di speranza in vista dell’avvenire. Anche se non rinunciano a parlare con coraggio di una vera e propria guerra per procura tra Francia e Russia per la spartizione di oro, diamanti e quanto fa gola alla fame insaziabile di risorse.

Del resto i francesi controllano l’aeroporto di Bangui con 150 soldati e i russi sono coinvolti nell’opera di istruzione delle forze armate centrafricane e proprio prima di Natale il governo di Putin ha inviato in soccorso altri 300 istruttori. Grandi potenze che si servono anche dei movimenti di mercenari stranieri che saccheggiano il paese per conto dei paesi d’origine: l’Unione per la pace in Centrafrica del nigeriano Ali Darassa, nigeriano, il Movimento patriottico per il Centrafrica del ciadiano Mahamat al-Khatim e il gruppo 3R del camerunese Abass Sidiki.

La lotta per assicurarsi le sfere d’influenza corre anche online: due settimane fa sono stati scoperte tre false reti con 84 indirizzi Facebook e 14 Instagram legati ad attività di ingerenza informativa nel paese. Due erano russe e una francese. Sostenevano campagne di disinformazione presso la popolazione in vista del voto.