Rapporto Amnesty International
Le persone affette da albinismo continuano ed essere discriminate, perseguitate e uccise in Africa sub-sahariana. Un fenomeno in espansione nel settore orientale, dove perdurano e si diffondono credenze secondo le quali parti del corpo di un albino siano potenti ed indispensabili ingredienti nei rituali di magia nera per ottenere denaro, potere e successo.

In occasione della Giornata internazionale delle persone con albinismo che ricorre ogni anno il 13 di giugno, ci si ritrova di nuovo a fare i conti con il fenomeno della discriminazione e della “tratta” degli albini nell’Africa sub-sahariana.
Cacciati come animali perché alcune parti del loro corpo vengono vendute e usate per compiere riti magici che si ritiene portino fortuna, ricchezza e salute. Martirizzati ed emarginati dalle loro stesse comunità culturalmente arretrate che in loro vedono solo un’anomalia da eliminare o “oggetti preziosi” da sfruttare. Siamo nel 2017, eppure è ancora questo il destino per molti albini. Una vita di terrore, da “ultimo fra gli ultimi” che non può mai dirsi davvero al sicuro.

In Malawi la carneficina continua

A confermarlo ci sono i dati pubblicati ieri da Amnesty International sulla situazione in Malawi, uno dei paesi in cui il fenomeno è maggiormente diffuso. Alcune misure di protezione in campo legislativo prese dal governo di Lilongwe, come le modifiche al codice penale e una nuova legislazione sull’anatomia, sembravano aver avuto un qualche risultato perché nel secondo semestre dell’anno non erano state registrate nuove uccisioni. Invece, da gennaio due persone con albinismo (un ragazzo di 19 anni e una donna di 31) sono state uccise e molte altre avrebbero subito la stessa sorte, se i tentativi di rapimento non fossero stati sventati. Così, il numero delle persone con albinismo uccise nel paese africano dal 2014 è salito a 20 e nello stesso periodo le denunce di tentato rapimento e di attacchi sono state ben 117.
Un caso sarebbe avvenuto anche nel vicino Mozambico, dove il 28 maggio scorso un bambino malawiano, Mayeso Isaac, è stato rapito e poi ucciso da una banda armata mentre si stava recando a visitare alcuni parenti.

Una malattia genetica

L’albinismo, dal latino albus (bianco), è un disturbo genetico ereditario che si manifesta con l’assenza o la carenza di melanina nella pelle, nei capelli e negli occhi, perché il corpo non riesce a produrla. Le persone albine sono immediatamente riconoscibili per il colore candido della pelle e, soprattutto, dei capelli. La persona affetta da albinismo, inoltre, molto spesso ha anche problemi di deficit visivo ed è soggetta un alto rischio di cancro alla pelle, dovuto alla mancanza di protezione contro le forti radiazioni solari. A livello mondiale, la malattia si stima riguardi una persona ogni 17.000 ma, anche se può sembrare un paradosso, la patologia è prevalente nell’Africa subsahariana (Malawi, Tanzania, Burundi, Zimbabwe, Kenya e Mozambico in testa), in particolare a causa delle unioni tra consanguinei che restano ancora molto diffuse. L’incidenza è pari a uno ogni 5.000 individui nei paesi a sud del Sahara, con la Tanzania che detiene il maggior numero di soggetti: una nascita ogni 2.000.
Non è facile avere dati ufficiali dal continente africano sul numero esatto di attacchi ai danni di persone albine per rituali magici, perché la maggior parte non vengono nemmeno documentati, ma si stima siano centinaia.
La loro vita è già difficile all’interno delle stesse comunità a cui appartengono che, non conoscendo la malattia, interpretano la nascita di un soggetto bianco come un evento magico. I bambini sono così oggetto di stigmatizzazione perché troppo diversi e finiscono col vivere ai margini, senza diritti né protezione.

Piaga causata da un mercato lucroso

Le pratiche disumane subite dagli albini africani si susseguono soprattutto perché la loro morte vale molto denaro e attorno ad essa si è formato un mercato illegale. Come detto, alcune parti del corpo degli albini sono molto richieste dagli sciamani per compiere i loro riti magici e vengono vendute a prezzi altissimi sul mercato nero. Secondo recenti inchieste, in Kenya il prezzo per una persona affetta da albinismo è arrivato a raggiungere i 180mila euro, mentre le orecchie, la lingua, il naso, i genitali e gli arti possono arrivare anche a costare 75mila euro e la pelle vale invece tra i 1.500 e i 7.000. Spesso sono i loro stessi familiari che, vittime dell’ignorante pregiudizio, vogliono arricchirsi sfruttando il corpo dei parenti. E in casi ancor più estremi ci sono bambine che vengono violentate, poiché si crede che dormire con un albino possa guarire gli uomini malati di Aids.
Oltre al già citato caso del Malawi, dove il governo nel 2015 ha addirittura autorizzato la polizia ad usare armi da fuoco contro chi viene colto in flagrante rapimento di un albino (senza però ottenere grandi successi come prevedibile), si aggiunge quello della Tanzania che detiene il record di queste “uccisioni rituali”. Ufficialmente si tratta di almeno 80 morti dal 2000 al 2015, ma il numero potrebbe essere più alto. Nel gennaio del 2015, il governo di Dar es Salaam ha emesso il divieto di praticare la stregoneria e messo al bando gli sciamani. Eppure, nonostante duecento arresti tra stregoni e criminali vari, il divieto è servito a poco. Nel periodo che ha preceduto le elezioni generali dell’ottobre dello stesso anno, infatti, è stato registrato un notevole incremento degli attacchi per scopi rituali, a cui sembra si siano sottoposti numerosi politici per rafforzare le proprie chance elettorali.
Un altro aspetto oscuro del problema è proprio questo: chi dovrebbe combattere il fenomeno (funzionari statali o politici) è spesso il mandante dei rapimenti o il fruitore finale dei rituali magici.

Servono leggi severe ma soprattutto educazione

In ogni caso è chiaro che le istituzioni di paesi come il sopracitato Malawi non riescono ad attuare misure efficienti per prevenire gli attacchi e perseguire i colpevoli che restano impuniti, come denunciato in un recente approfondimento dell’emittente Al Jazeera, in cui si spiega il fenomeno riportando numerose testimonianze di vittime.
Anche Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty per l’Africa del sud, ritiene siano le “autorità a dover prendere delle misure decisive per porre fine una volta per tutte a questo fenomeno”. Ma non si tratta solo di leggi, divieti o pene più severe. La “questione albina” va risolta con un cambiamento culturale che può avvenire solo eliminando la superstizione e istruendo con evidenze scientifiche l’opinione pubblica sin dall’infanzia, nelle scuole e con l’aiuto delle organizzazioni che tutelano queste persone. La difesa e i diritti degli albini andrebbero promossi partendo dalla base sociale e in questo gli stati africani maggiormente interessati stanno facendo ancora troppo poco.