Indice globale della fame

L’obiettivo della “fame zero” da raggiungere entro il 2030, concordato dai leader mondiali, è “minacciato o invertito” e la sua piena attuazione da parte della politica non deve più essere solo su base volontaria. A sostenerlo è l’agenzia umanitaria irlandese Concern Worldwide che ha compilato l’Indice globale della fame, assieme all’organizzazione tedesca Welthungerhilfe.

“Conflitti, disuguaglianze ed effetti dei cambiamenti climatici hanno tutti contribuito a livelli persistentemente elevati di fame e insicurezza alimentare”, rendendo sempre più difficile alimentare il mondo, afferma il rapporto pubblicato ieri, alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione.

L’indice si basa su quattro indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità infantile.

Nel mondo, il numero di persone denutrite – che non hanno accesso regolare a calorie adeguate – è aumentato a 822 milioni l’anno scorso, dai 785 milioni del 2015, con il maggiore aumento nei paesi sub-sahariani colpiti da conflitti e siccità.

In particolare sofferenza la popolazione della Repubblica Centrafricana, dove i livelli di fame sono “estremamente allarmanti”, mentre i livelli in Ciad, Madagascar, Zambia e Yemen sono “allarmanti”. In totale, altri 43 dei 117 paesi classificati nell’indice, presentano livelli di fame “gravi”. Gran parte dell’Africa sub-sahariana presenta livelli di fame “seri”.

Nove paesi hanno ottenuto punteggi più alti rispetto al 2010, tre dei quali sono in Africa. Si tratta di Centrafrica, Madagascar, Mauritania, Venezuela, Yemen, Giordania, Malesia, Libano e Oman. Altri sette paesi sono stati omessi dal rapporto a causa della mancanza di dati, tra cui Repubblica democratica del Congo, Eritrea, Libia, Somalia, Sud Sudan, Siria e Papua Nuova Guinea.

Il report chiede un’azione più ambiziosa per ridurre i rischi dei cambiamenti climatici per la sicurezza alimentare, nonché per migliorare la risposta alle catastrofi naturali e per trasformare la produzione e il consumo di alimenti, soprattutto nei paesi ad alto reddito. (Reuters)